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«Senza chiudere gli occhi»: l'anima del giornalismo

25.07.2017
Il tuffo nel pozzo
Il tuffo nel pozzo
autori: Domenico Quirico
formato: Libro
prezzo:
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Siamo ad Aleppo. Un giornalista cerca di capire cosa stia succedendo:
«Chiesi a un autista di portarmi ‘dove si sparava’. E fu così. Non protestò, non pose domande, non chiese una cifra superiore. Arrivai in una strada dove una folla, riparandosi dietro i muri, c’erano anche donne e bambini, guardava i mariti, i fratelli, i vicini di casa che sparavano dietro l’angolo contro la trincea dei soldati di Bashar Assad. Esaurito il caricatore tornavano in mezzo a loro a raccogliere i complimenti per il coraggio dimostrato, ad accarezzare i più piccoli, a bere una tazza di the, a gridare insieme “Allah è grande!”. Pagai il tassista e mi mescolai alla folla come se fosse uno spettacolo di strada. Nessuno mi chiese niente, da dove venivo, perché ero lì: ero diventato in quel caos a un tempo assurdo, tragico, festoso e visionario una parte della scena».

Una scena interrotta da un dialogo improvviso:
«una ragazza, curiosa, a un certo punto, dopo avermi guardato un po’, mi chiese timidamente se ero straniero e... cristiano. Le risposi di sì, semplicemente. E iniziammo tra la cantilena delle raffiche di mitra a discutere di Maria che, con Gesù ‘il profeta’, lega le due religioni. Uno strano camion che era stato corrazzato artigianalmente, saldando una lastra di metallo sull’avantreno, si spingeva pericolosamente in fondo alla via per sparare più efficacemente contro i soldati. Poi ritornava a folle velocità in retromarcia. La ragazza mi lasciò di colpo, per andare a gridare il suo entusiasmo per la sfida riuscita al nemico».

A narrare questo “ordinario” episodio di guerra è Domenico Quirico nel libro Il tuffo nel pozzo. È ancora possibile fare del buon giornalismo?, un pamphlet accorato sullo stato di questa professione svolta dall’autore con passione e fermezza morale; 90 pagine a metà tra ricordi, storia, confessioni private. Un richiamo all’etica del racconto che non si può tessere da un albergo, con l’aiuto di internet e qualche testimone a bordo piscina, ma che va colto lì dove le cose accadono.

Quirico si confronta anche con la professione del fotoreporter, che essendo obbligato a immergersi nella materia di cui vuole dare testimonianza sembra essere diventato lo strumento più efficace per destare l’opinione pubblica su certe tragedie. Basti pensare alla foto di Aylan Kurdi, il bambino senza vita a faccia in giù, sulla riva, con la t-shirt rossa e i pantaloncini blu scuro, scattata da Nilufer Demir, foto simbolo della crisi umanitaria legata all’immigrazione.

«I fotografi sono straordinari narratori del reale», ci dice Quirico, «spesso assai più efficaci di noi che scriviamo. Ma il fotografo e il cineoperatore hanno bisogno di uno strumento tecnico, di un oggetto che deve necessariamente esporre, esibire. In un luogo dove si è appena conclusa una tragedia e la tensione è ancora calda compare un fotografo: immediatamente la gente abbandona qualsiasi attività e si precipita a farsi fotografare […], la naturalezza profonda del dolore scompare e lascia il posto, in modo innocente ma automatico, alla recita […] quello che vedo non è la realtà, ma la realtà provocata dalla fotografia».

L’unico modo per non alterare la scena è allora viaggiare da soli, mescolarsi tra la folla, non fare chiasso, «indagare vedere verificare svelare raccontare» sono gli imperativi di un giornalista che per essere tale deve tuffarsi nell’orrore, nel pozzo del reale: «senza chiudere gli occhi, tenendoli spalancati, […] non per te ma per aiutare gli altri, i lettori, ad esser lì dove non possono essere».

(di Velania La Mendola)

 

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