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Il grande codice. Bibbia e letteratura

31.10.2018
Il grande codice
Il grande codice
autori: Northrop Frye
formato: Libro
prezzo:
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NORTHROP FRYE
brano tratto dall'Introduzione 
Il grande codice. Bibbia e letteratura

«Questo libro non è un’opera di critica biblica e ancor meno di teologia: è solo espressione del mio personale incontro con la Bibbia, senza la pretesa di un’autorità derivante dal consenso scientifico degli specialisti. Non ho una risposta sui motivi dell’esistenza di quest’opera, posso però spiegarne la genesi.

Cominciai a interessarmi all’argomento sin dai primi giorni della mia esperienza di insegnante, quando mi ritrovai a tenere lezioni su Milton e a scrivere su Blake, due autori eminentemente biblici persino per gli standard della letteratura inglese. Ben presto mi resi conto che un qualsiasi studente di letteratura inglese che non conosca la Bibbia a fatica riesce a comprendere ciò che legge: anche lo studente più ferrato spesso cade nell’interpretare i riferimenti e persino il significato del testo. Così tenni un corso sulla Bibbia come guida allo studio della letteratura inglese, pensando che fosse il modo migliore per saperne di più sull’argomento, soprattutto da parte mia. Il mio scopo principale era semplicemente quello di fornire agli studenti informazioni sufficienti sulla Bibbia affinché potessero comprendere l’entità dell’influsso che essa aveva esercitato. Il risultato sarebbe stato essenzialmente un corso di ‘note a piè di pagina’ che illustrasse i riferimenti e la struttura del testo.

Il verso di Blake «O earth, o earth return» [«O terra, o terra ritorna»], per esempio, benché formato solo da cinque parole, di cui solo tre differenti, contiene almeno sette riferimenti diretti alla Bibbia. Infatti, in molti autori del XIX secolo echeggiano di frequente le cadenze della traduzione del 1611, come accade anche per la risonanza dei proverbi popolari negli scritti appartenenti ad altre culture. Ma riferimenti e struttura non costituivano una base sufficiente per un corso d’insegnamento, dovetti così spostarmi su un terreno più sicuro. Esaminai i corsi di argomento simile che si tenevano in altre università e scoprii che molti di essi portavano più o meno come denominazione ‘La Bibbia come opera letteraria’ che, come il lettore avrà notato, non è affatto il sottotitolo di questo libro. Quei corsi erano principalmente basati su quei testi tratti dalla Bibbia, come il libro di Giobbe o le parabole di Gesù, ascrivibili alle esperienze letterarie dello studente. Naturalmente queste parti della Bibbia erano importanti anche per me, ma il presupposto che sembrava là assodato pareva suggerire che la Bibbia fosse o potesse venir trattata come una specie di antologia della letteratura antica del Vicino Oriente. Un simile approccio offendeva la mia sensibilità di critico. La mia sensibilità mi diceva che il metodo critico ha inizio con la lettura integrale di un’opera tutte le volte necessarie per possederla nella sua interezza. A quel punto il critico può cominciare a formulare un’unità concettuale corrispondente all’unità immaginativa del suo testo.

Ma la Bibbia è un libro molto lungo e complesso, e parecchi di coloro che hanno tentato di leggerla per intero si sono impantanati assai presto, di solito a metà del Levitico. Una delle possibili spiegazioni di ciò è che la Bibbia è più simile a una piccola biblioteca che a un libro vero e proprio: sembra quasi che si sia giunti a pensare a essa come a un libro solo perché è compresa per comodità tra due copertine. In effetti, il significato primario della parola ‘Bibbia’ è ta biblia, i libri. Forse, allora, non esiste un’entità definita ‘la Bibbia’, ma ciò che viene così chiamato è solo un confuso e discontinuo accostamento di testi a malapena stabiliti. Ad ogni modo tutto questo, anche se vero, non ha importanza.

Ciò che importa è che ‘la Bibbia’ è stata tradizionalmente considerata come un’unità, e come tale ha influenzato l’immaginario occidentale. Esiste se non altro perché è stata costretta a esistere. Ma, quali che siano le ragioni esterne, vi deve essere una qualche motivazione interna persino per un’esistenza obbligata. Coloro che riescono a leggere la Bibbia per intero scoprono che almeno ha un inizio e una fine, e un’idea di struttura generale. La Bibbia comincia all’inizio del tempo, con la creazione del mondo, termina con la fine del tempo, con l’Apocalisse, e fra questi estremi passa in rassegna la storia umana – o gli aspetti della storia cui è interessata – sotto i nomi simbolici di Adamo e di Israele.

Vi è anche un corpus di immagini concrete: città, montagna, fiume, giardino, albero, olio, fontana, pane, vino, sposa, pecora e molte altre che ricorrono così spesso da indicare chiaramente qualche specie di principio unificante.

Questo principio, per un critico, dovrebbe essere un principio di forma piuttosto che di significato; o, più precisamente, nessun libro può avere un significato coerente, a meno che non vi sia qualche coerenza nella sua forma. Così il mio corso finì con l’essere una presentazione della struttura unificata di narrazione e di imagery nella Bibbia, ed è questo l’argomento centrale del libro...»
 

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