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«Dentro di lei c’è il cielo»: donne e psicanalisi

08.03.2017
La costola perduta
La costola perduta
autori: Francesco Stoppa
formato: Libro
prezzo:
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Francesco Stoppa ha 35 anni di esperienza in campo psicanalitico, sia nel campo pubblico, avendo lavorato in un centro di salute mentale, che come libero professionista. In questo arco di tempo ha raccolto molte storie, ha toccato con mano le crisi tra uomini e donne, fino a vederne i lati più oscuri che sfociano nella violenza. In questi anni ha sviluppato una teoria sul femminile, tentando nel libro La costola perduta una definizione delle donna che, come si sa, sfugge spesso a tutte le teorie. Il libro inizia con una bellissima epigrafe, autrice ne è una donna, Annalisa Davanzo (psicoanalista e amica dell'autore, recentemente scomparsa), e così recita: «inversamente al detto kantiano, la legge è sopra di lei: dentro di lei c’è il cielo».

L’incipit ci dice che il suo libro è in fondo un canto d’amore verso le donne. Ma come è nato e perché ha scelto questo titolo La costola perduta?
L’idea è maturata con il tempo e con la voglia di riscattare il pensiero di Lacan da quello che era un certo maschilismo freudiano (ovviamente frutto dei tempi) del quale è ingiustamente spesso accusato. Già dal titolo La costola perduta dà un immediato senso dell’importanza della presenza femminile nel rompere l’originaria simmetria, cioè autoreferenzialità, dell’uomo. La sua comparsa sbilancia immediatamente la neutralità delle cose ma così inizia la storia. 

Il titolo ci riporta chiaramente alla Genesi e ad Adamo…
Non ne abbiamo alcuna certezza, ma è probabile che Adamo avrebbe fatto carte false per rimanersene nel suo Eden stile Centro Benessere. È stato qualcun altro a decidere che non era bene fosse solo e che, soprattutto, non mancasse di nulla. In altre parole è come se Dio si fosse ravveduto sulla bontà di quella che avrebbe dovuto essere la sua ultima creazione e avesse allora pensato di sottrarle qualcosa, quella simmetria fonte della sua disattenzione per le cose della vita. La donna, dice Adamo, è qualcosa che gli è «stata tolta». Si potrebbe dire che l’uomo si completa solo dopo un restyling che ce lo riconsegna come un essere decompletato…

E mentre succede tutto ciò Adamo dorme, un aspetto che lei mette in evidenza anche parlando del mito platonico del concepimento di Amore.
Si, c’è qualcosa di comico nel trattamento riservato all’uomo – al maschio – nello svolgersi di alcuni eventi decisivi per le sorti del Creato. In entrambi i casi, il presupposto per la buona riuscita della cosa è la momentanea messa fuori gioco dell’uomo, appisolato in un caso, stordito ed ebbro di nettare nell’altro. Niente di strano, se si pensa alla congenita svagatezza del genere maschile. 

Il libro, oltre a molti riferimenti al mito e alla letteratura, è percorso da rimandi a opere artistiche che lei utilizza per spiegare la complessità della figura femminile, dal Klimt che svetta in copertina, a Carpaccio, fino alla Madonna del Parto di Piero della Francesca che ci introduce alla figura della madre che lei analizza in vari modi.
Inevitabilmente la questione del femminile ci porta al tema della maternità, anche se per la psicoanalisi ‘donna’ e ‘madre’ sono due concetti non sovrapponibili. Una buona madre è tale se sa far spazio alla donna che è in lei. Solo la confidenza con la propria condizione di alterità e la propensione all’apertura le consentono di esercitare quella funzione di soglia che fa di lei il varco attraverso il quale gli organi di senso, la motilità e la curiosità del bambino si affacciano al mondo. Nella Madonna del Parto è straordinario notare il gioco di varchi e aperture presenti nella veste della donna al centro: è attraverso questi tagli che la vita potrà fluire fuori di lei creando anche il sentimento della mancanza, via di accesso al desiderio.

Qual è il rischio maggiore per una madre nel rapporto con il figlio?
Quello di seguire unicamente il suo istinto di madre, finendo per godere a tal punto della propria potenza generativa, della fascinazione esercitata su di lei dal fantasma di completezza raggiunta grazie al possesso del suo piccolo, da farsi bastare, come orizzonte di vita per sé e per lui, il recinto delle loro manovre e delle loro effusioni. Un recinto che esclude l’uomo e che impedisce al figlio di entrare in contatto con il resto del mondo. La madre è lo snodo, il viatico che dischiude le vie dell’ingresso del suo piccolo nella realtà. Deve imparare a destinare il bambino alla sua emancipazione alla sua autonomia.

Uomo e donna: siamo diversi perché?
C’è un’invidia atavica che cova nell’uomo che pur indossando e beandosi della sua divisa fallica, quel machismo a cui qualcuno rimane ancora affezionato, percepisce bene che la donna sa in realtà cavarsela meglio, intendersela con la vita. In generale l’uomo è più idealista, ha paura della vita con la quale non ha un rapporto diretto come la donna, che ha tra l’altro nella propria natura fisica, ogni 28° giorno del mese, un incontro traumatico con essa. Le donne inoltre sanno coltivare la loro solitudine, gli uomini hanno in questo una maggior difficoltà. Hanno sempre bisogno di un appoggio immaginario o simbolico (il ruolo, l’appartenenza, il prestigio etc).

Ma quindi qual è il ruolo degli uomini in questo rapporto?
Una donna ha bisogno di essere ascoltata, cerca un uomo che si prenda cura di lei e del mistero che la abita, che impari a tollerare le sue intemperanze e l’instabilità dei suoi moti ondosi, cosa di cui la donna gli è nel tempo decisamente grata. «In quei momenti mio marito diventa per me il Signore delle Maree», mi ha confessato una volta compiaciuta una signora facendo eco al titolo di un vecchio film. Come sempre, infatti, si rivela decisivo il modo con cui l’altro accoglie e non rigetta la nostra anomalia di fondo; la perseveranza con la quale si sofferma a leggere anche i nostri capitoli più burrascosi, contribuendo così a una certa armonizzazione di ciò che è potenziale devastazione. Al di là delle vicende familiari, dei ruoli sociali e delle apparenze, ognuno chiede, anche se a volte può temerlo, che l’altro scorga l’invisibile e presti ascolto all’indicibile di sé.


(Nell'immagine l'autore, Francesco Stoppa)

StoppaAmore è esperienza di parola dice infatti spesso nel libro. Le cose si complicano quando si arriva al capitolo sulla violenza sulle donne in cui lei parla dell’«imperdonabile umanità dell’altro». Di cosa si tratta?
Nelle relazioni in cui vige la ‘regola’ della violenza è assente la parola, il dialogo tra i due. Si tratta di un attaccamento che non arriva ad ammettere l’autonomia, la condizione di separatezza dell’altro da sé. Nell’uomo incline alla violenza nei confronti delle donne, si riconosce spesso l’incapacità del bambino di un tempo di accordare alla prima figura femminile incontrata, la madre, il diritto, la libertà, la pienezza della sua dimensione umana. L’esplosione di aggressività del maschio è in questi casi la risposta al senso di disperazione che fa seguito alla rivelazione della qualità umana dell’altro, la libertà da un lato, la condizione di mancanza dall’altro. Se l’uomo non trova modo di pacificarsi con la realtà dei fatti o di accedere lui stesso a una posizione femminile (riconoscendo l’esistenza, anche in sé, di una forma di singolarità che non chiede di essere certificata, che passa per il non-tutto, non tutto fallico), allora andrà a punire nella donna quel coraggio e quella determinazione che a lui invece mancano.

Perché le donne che subiscono violenza fanno fatica a denunciare queste situazioni?
Se esiste una paura suscitata nell’uomo dal contatto con l’alterità femminile, ne esiste anche una che appartiene alla donna. Una paura che gioca la sua parte impedendole il più delle volte di uscire dal ruolo di vittima della protervia maschile. È un’attesa folle che il lupo si trasformi in padre affettuoso. Sono decisivi, per la bambina, i segni dell’amore che arrivano dal padre. Ogni padre degno di questo nome è un ‘eroe dei due mondi’ che libera entrambe – la figlia e la propria donna – dal rischio di essere catturate nella dimensione più totalizzante e fagocitante del materno.

Freud diceva che le donne sono il continente nero della psicanalisi, l’indicibile. Il buco nero secondo Lacan. Lei è arrivato a una definizione?
L’unica definizione possibile delle donne è che non hanno definizioni. Ogni donna è un unicum. «Sostanza dei giorni miei» recita una fortunata canzone di Jovanotti. Quello della donna è il dono della sostanza, che arriva all'uomo con l'accettazione del rischio implicito dell'amore e questo è quello che l'uomo non sa di lei. La cosa importante è comunque amare le proprie fragilità, perché sono la vera forza della propria identità e il punto di condivisione con l’altro.


(intervista a cura di Velania La Mendola)

 

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