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«L'artigiano dello spirito»: Tolentino si racconta

02.12.2015
La mistica dell'istante
La mistica dell'istante
autori: José Tolentino Mendonça
formato: Libro
prezzo:
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a cura di Velania La Mendola

José Tolentino Mendonça
, sacerdote e poeta, è una delle voci più autorevoli e note della cultura portoghese. Le sue poesie e i suoi saggi gli hanno valso vari riconoscimenti e traduzioni in numerose lingue. Nel 2014, non a caso, ha rappresentato il Portogallo nella Giornata Mondiale della Poesia. Attualmente è Vice-Rettore e Docente dell’Università Cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della Cultura. Lo abbiamo incontrato per scoprire qualcosa di più della sua filosofia e della sua vita di scrittore.

Qual è il ricordo più bello della sua giovinezza nell’isola di Madeira?
Le isole sono dei territori magici e l’isola di Madeira, come molti italiani sanno, è un’esperienza indimenticabile. Ho trascorso la mia infanzia in una piccola città vicino al mare. A volte penso che tutta la mia sensibilità, tutto ciò che sono oggi lo devo a quegli anni in cui guardavo il mare tutto il giorno. E lo guardavo come un portale per il silenzio, come un invito al viaggio e all'avventura, come l'apice di un incontro straordinario con il reale più puro.

Quando ha cominciato a scrivere poesie?
Dovrei rispondere semplicemente: «Quando ho cominciato a vedere». Naturalmente è stato importante leggere: la passione per la letteratura è stata decisiva per la nascita della mia vocazione letteraria. La prima poesia degna di questo nome l’ho scritta durante l’adolescenza. Da allora la poesia non mi ha mai lasciato.

Da dove nasce La mistica dell’istante, un libro che è composto da micro-unità e che segna una mappa sensoriale dello spirito?
La mistica dell’istante nasce dal rifiuto della visione dualistica della fede che separa continuamente l'anima dal corpo, il visibile dall'invisibile, l’eterno dalla semplice quotidianità. Se Dio non è nel qui e ora della nostra vita non è da nessuna parte. L’immanenza è la dimora della trascendenza. Questo sembra così ovvio, eppure non è un punto di vista largamente condiviso. Ho scritto questo libro per ricordare che il nostro corpo conosce Dio, ed è tanto, molto più di quello che i manuali di teologia sanno di Dio.

Dove scrive i suoi libri e dove ha scritto questo?
Come per tutti gli scrittori anche io scrivo continuamente. Tutti i giorni. La scrittura è diventata un modo di abitare il tempo, le relazioni. Un modo per chiedere e ricevere. Un modo di pregare, inclusivo. La struttura del libro La mistica dell’istante, costruita da micro-unità testimonia questo lavorìo quotidiano. Ogni giorno mi lascia una storia, un frammento, un’epifania o una domanda.


Com’è il suo lettore ideale? Come lo immagina o come lo vorrebbe?
Mi piace pensare alla lettura come a un patto. Credo che nel dialogo che si instaura attraverso la lettura il lettore sia colui che completa il testo.
Ogni libro è un incontro programmato e preparato dall'autore, ma è anche la possibilità di un viaggio più grande che il lettore mette in atto. Il lettore che vorrei è quello che viaggia attraverso le parole che trova nei miei libri, disposto a scoprire mondi nuovi e sorprendenti.

Dei cinque sensi teologici di cui parla nel libro, corrispondenti a quelli naturali – tatto, gusto, olfatto, udito e vista –  quale è il più necessario all’uomo contemporaneo?
I sensi sono tutti differenti. Ci sono quelli che misurano la distanza (l’udito e la vista), ci sono i sensi della vicinanza (tatto e olfatto) e anche dell’interiorità (gusto). Francamente, non mi piace sceglierne uno, perché è necessario che tutti siano attivi. La nostra società è già molto povera di mezzi rispetto alla realtà, alla capacità di cogliere tutto quello che c’è intorno a noi. Eppure è nella polifonia dei sensi che la vera musica risuona e si coglie.

Cosa ne pensa della copertina del volume, che riprende un’opera di Alighiero Boetti che si intitola Tocchi e rintocchi ed è realizzata con una penna biro?
La copertina è un’opera d'arte. Per me è stata una bella sorpresa: dialoga appieno con lo spirito del mio saggio. Una delle cose che mi piace molto è il lato giocoso dell'immagine stessa di Boetti, che con dei tratti di biro gioca con le lettere e i segni grafici. La vita stessa del resto è gioco. Anzi, prendere sul serio la vita vuol dire avere il senso del gioco.

Chi è il suo scrittore italiano preferito?
È impossibile scegliere. Gran parte dei miei scrittori preferiti sono italiani. È una letteratura che frequento molto. Da Dante ad Andrea Zanzotto. Da Eugenio Montale a Cristina Campo e Raffaele La Capria, per citarne alcuni.

Nel 2009 si è confrontato senza riserve sui media con lo scrittore José Saramago (vedi la "Disputa su Caino"). Com’è stato dialogare con uno scrittore “ateo” premio Nobel?
Saramago è uno straordinario miracolo se consideriamo la strada che ha percorso dall'infanzia fino ad arrivare ad essere un maestro della narrativa contemporanea, quale è. Io credo che qualsiasi scrittore, così come ogni artista, sia un artigiano dello spirito. L’arte è sempre un’attività spirituale. I cristiani possono solo guadagnare nel rispettare questi artisti dialogando, si può imparare anche dalla cattedra dei non credenti.

Un passo della Bibbia che possiamo rileggere in questo Natale alle porte?
La cosa più importante oggi è imparare il senso profondo della misericordia nella fragilità e nella speranza che accompagna il Natale. Per questo consiglio di rileggere il passo del Vangelo di Matteo, quando Gesù si rivolge ai farisei e dice: «Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

 

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