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Diritto penale a processo: il bene non è impaziente

04.03.2019
La cura delle norme
La cura delle norme
autori: Gabrio Forti
formato: Libro
prezzo:
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di Velania La Mendola

Sentenze dei tribunali al vaglio di trasmissioni tv, giustizia fai da te, avvocati del popolo, processi online: la legge in Italia non è affare di pochi e non lo è mai stata. “E non dovrebbe esserlo” ci dice Gabrio Forti, in tutti altri toni, nel libro La cura delle norme. Oltre la corruzione delle regole e dei saperi. Abbiamo incontrato l’autore, professore di diritto penale dell’Università Cattolica, per capire meglio lo stato di salute della nostra giustizia e quanto questo ci riguardi. 

Professore, di quale malattia soffre il diritto penale?
Di eccedenza. La malattia di cui soffre il diritto penale, che ne mina alle fondamenta la credibilità e l’efficacia, è il ‘troppo’ di sanzioni presenti nell’ordinamento, tanto proclamate quanto poco applicate, almeno dove più sarebbero necessarie. Tale patologia che coinvolge l’intero ordinamento – e che nel libro viene definita ‘corruzione delle norme’ – produce un effetto anche più grave della inflazione prodotta dall’eccesso di ‘moneta’ punitiva. 

Quale?
Un’erosione di quelle risorse morali e sociali che dovrebbero prevenire e regolare i conflitti ben prima che questi si presentino, ormai incancreniti e incurabili, al cospetto di giudici e pubblici ministeri. È come se la foresta straripante e infestante di norme e sanzioni giuridiche togliesse ossigeno all’etica pubblica e privata, ne soffocasse la crescita, generando una sorta di tossicodipendenza regolativa, nella forma di un bisogno compulsivo e compensatorio di sempre più norme, sempre più sanzioni, illudendosi di trarne aria per il proprio respiro. Una sorta di malattia autoimmune del sistema a ingravescenza progressiva che attacca le basi della convivenza e contribuisce a generare infelicità, oltre che aggressività diffuse. 

C’è quindi un legame tra l’erosione del diritto e quello della conoscenza?
Per intervenire in modo misurato e proporzionato, non ‘eccedente’, norme e sanzioni devono essere preparate dallo studio e dalla conoscenza dei problemi che pretendono di affrontare. Nel libro si descrive il perverso circolo vizioso che spinge a mascherare l’inadeguato approfondimento delle situazioni da regolare (che richiederebbe competenze nelle istituzioni e amministrazioni, per la raccolta di dati, la consultazione di esperti, l’ascolto delle comunità interessate, ecc.) con una corsa al rialzo dei divieti e delle punizioni, utili solo per esibire un impegno tanto appariscente quanto privo di una reale potenzialità di cambiamento. Il che produce effetti erosivi sulla stessa cultura di un paese. 

Qual è il rischio?
Si finisce per accreditare una visione antropologica deteriore, l’idea di un essere umano concepito come un automa meccanico, reattivo e obbediente ai soli stimoli dolorosi che gli vengano sventolati sotto il naso. e non invece convinto a osservare le norme dalla loro rispondenza a valori condivisi e dalla loro effettiva capacità di orientare le condotte. È da questo intreccio di corruzione delle norme e dei saperi che sorge il bisogno di cura (anche nel senso di ‘prendersi cura’) che dà il titolo al libro. 

Il suo libro è un continuo incrociarsi tra diritto, vita e letteratura, quasi un percorso antologico che invita a leggere a sua volta altri libri: Frost, Kafka, Leopardi, Mann, Pindaro, Weil… un caleidoscopio di letture che spaziano tra secoli e generi, tutte unite – mi pare – da un comune denominatore: l’alterità. Sia nel senso di aprirsi all’altro, sia in quello di non seguire la moltitudine ma trovare una via insolita, meno battuta.
Ma cosa ha a che fare l’alterità con la legge che è fatta da regole ben precise?
La legge, se vuole incidere sui comportamenti, tutelare i più deboli e in genere cambiare le cose in meglio deve saper trovare ‘parole giuste’, che rendano il più possibile giustizia alla molteplicità dei mondi umani. Il che vuol dire saper tradurre in norme le narrazioni delle persone, l’attenzione alle loro storie, anche le più diverse e ‘altre’. Perché solo la comprensione senza modelli astratti e precostituiti delle situazioni sociali su cui si vuole agire beneficamente è in grado di realizzare in modo persuasivo e non retorico le condizioni di una buona convivenza, che sono poi anche quelle conformi a i principi enunciati dalla nostra Costituzione. Altrimenti la legge si riduce a vuota declamazione, adeguandosi al modo in cui la intendeva l’avvocato Azzecca-garbugli interpellato da Renzo: uno strumento per perpetuare gli arbitri del potente di turno e lasciare le persone comuni prive di difese. È significativo il monito che si sente dire nell’ultimo capitolo dalla voce di Ifigenia, a non appigliarsi alla legge «avidamente per farne un’arma alle nostre brame».

Tra tutti gli scrittori citati è appunto Goethe il protagonista dei suoi ragionamenti, l’autore-nume della giustizia nel suo disegno. Perché proprio lui?
Goethe è stato definito un uomo che «non conosceva il risentimento». Basterebbe forse solo questo per rispondere alla sua domanda. Non è un ideale da poco, nella nostra epoca della rabbia, del livore e del risentimento. 

E poi era laureato in giurisprudenza…
Si, in questo Goethe rappresenta una figura esemplare del rapporto giustizia/letteratura: visse infatti nella sua stessa persona l’incontro e anche lo scontro tra il diritto e la letteratura, visto che, oltre a essere stato uno dei più grandi scrittori (paragonabile a detta di molti a un Dante o a uno Shakespeare) aveva esercitato per qualche tempo la professione di avvocato e per il resto della vita, alla corte di Weimar, dovette occuparsi di problemi amministrativi e giuridici. C’è poi l’umanesimo – il principale puntello di ogni civiltà giuridica degna di questo nome – che spira in tutta la sua opera, a cominciare dall’Ifigenia in Tauride, il dramma della «semplice e pura umanità», come è stato detto.

Erano altri tempi, come si suol dire?
In realtà Goethe seppe avvertire i primi segni della crisi della società borghese cui apparteneva, che si avviava a smarrire le sue virtù originarie, erose da spinte che in forma potenziata seguitano a fare danni ai giorni nostri: ricchezza pervasiva, avidità, egoismi, passioni effimere, impazienza… Faust, uno dei grandi personaggi creati da Goethe, è l’impaziente moderno per eccellenza, esempio dell’incapacità di fermare l’attimo e di quel vizio, l’impazienza appunto, in cui Kafka identificava il peccato originale dell’uomo.

Nel libro spiega bene come il puntare il dito e aumentare la pena alimenti solo rabbia e vendetta, andando anche contro la nostra Costituzione che vuole che la pena tenda “alla rieducazione del condannato” (art. 27). Come si stimola il bene?

Il dito indice «assetato di biasimo», come disse lo scrittore Iosif Brodskij, «oscilla» tanto più «selvaggiamente» quanto è (o anzi è stata «in partenza») minore «la determinazione a cambiare qualcosa».
Il libro vuole disegnare un percorso etico, forse addirittura un cammino verso il bene, e proporlo al lettore, sia esso il giurista di professione (per il quale il ‘bene’ dei valori costituzionali dovrebbe essere la stella polare) o il cittadino comune. Un percorso che potrebbe trovare il suo punto di arrivo nell’ultimo capitolo, dove si descrive l’atto di rinuncia alla violenza e all’inganno compiuto da Ifigenia. Ma ognuno è invitato a trovare da sé la propria bussola, visto che ciascun capitolo può essere letto autonomamente e nella successione che si preferisce. Ifigenia può anche essere non la meta finale, ma il punto di partenza da cui muovere verso le altre ‘stazioni’, seguendo un tragitto che, dalla rinuncia alla violenza e all’inganno condurrebbe a quella capacità di ascolto dell’umanità degli altri di cui in un passo centrale del libro dà prova mirabilmente lo stesso Goethe.

Come ridefinirebbe oggi l’idea della nobiltà di spirito di Goehte?
Anche a questa domanda si potrebbero trovare molte risposte. Ne scelgo una. Nobiltà di spirito come aristocratico edonismo della ragione e del gusto che difenda dalle involuzioni dello ‘spirito borghese’, dalla riduzione di sé e degli altri a funzioni, a utilità, infondendo la capacità di apprezzare genuinamente la dignità e la bellezza, soprattutto delle persone. Non solo gli individui, ma le norme stesse dovrebbero accordarsi a questo tipo di nobiltà, creando le condizioni favorevoli alla dignità umana e, prima ancora, al piacere in sé del suo riconoscimento. Tra queste condizioni non dovrebbe mancare la capacità di cogliere il momento giusto, per il diritto (specialmente quello punitivo), di fare silenzio, di deporre la violenza della sanzione e prestare attenzione alle persone, alla loro integrità e unicità. Come ha scritto Cesare Beccaria in un’opera geniale (ma poco nota) quando si vogliono dire troppe cose, si perde «la connessione tra le idee principali» rendendo «annoiante e faticoso il netto concepimento del tutto».

Per svelare quale sia l’opera di Beccaria di cui si parla non resta che una cosa da fare e che consigliamo vivamente: leggere il libro di Forti.

 

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