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È la letteratura italiana...bellezza!

10.05.2016
Ultimi studi su Dante
Ultimi studi su Dante
autori: Enzo Noè Girardi
formato: Libro
prezzo:
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Intervista a Enzo Noè Girardi
di Velania La Mendola

«Oggi la letteratura sembra aver perso centralità, ma a maggior ragione la pertinenza con la bellezza la distingue dalle altre forme di comunicazione». Inizia così il nostro dialogo con Enzo Noè Girardi, professore emerito dell’Università Cattolica, che ha di recente pubblicato con Vita e Pensiero Ultimi studi su Dante, una raccolta che comprende saggi scritti tra i primi anni ’90 e il 2006 e completa il suo più che sessantennale cammino di studioso della letteratura sulle tracce di Dante.

Una “lunga fedeltà” che cade nella felice coincidenza del settennato di celebrazioni dantesche (2015-2021) e del compimento del 95° anno di età dell’autore che introduce questi studi con una riflessione sulla letteratura definita come «produzione di bellezza mediante la scrittura». «Ho voluto mettere in primo piano il fatto che il bisogno della bellezza è caratteristico di tutta la tradizione italiana», ci spiega «intendo di tutte le arti. Questo il motivo principale per cui l’Europa ha sempre guardato all’Italia».

Ma cos’è la bellezza nell’arte?
Il linguaggio dell’arte non deve essere confuso, o fatto dipendere dalla filosofia, o dalla dimensione socio-politica, o essere ridotto, ad esempio, al ‘contenuto’... Non intendo quindi ‘bellezza’ nel senso di ‘estetismo’ o ‘formalismo’. La bellezza è un valore fondante, dipendente dal vero e dal bene, anzi partecipe del vero e bene, ma altro rispetto ad essi e proprio della forza conoscitiva e morale dell’arte. Non è bellezza formale, del dire. La bellezza della poesia riguarda il suo essere espressione della totalità, dell’essere materiale e spirituale, del visibile e dell’invisibile...

Dobbiamo preoccuparci allora quando scrive che «la letteratura specificatamente italiana è morta»?
È un’affermazione che ho espresso anche in un mio scritto di qualche anno fa sulla poesia del poeta e caro amico Luciano Erba. Ho voluto intendere appunto la fine di una letteratura caratterizzata dal senso del bello e dall’ideale dell’arte, portata al trascendentalismo più che al realismo, alla lirica più che al romanzoe che ha utilizzato la cultura vigente per migliorarla e superarla, fornendo al popolo italiano ciò che ancora gli mancava.

L’origine del suo ragionamento è la Commedia dantesca?
Nella storia italiana e dell’unità italiana l’apporto specifico delle lettere è stato determinante, proprio in ordine alla formazione dell’identità nazionale. La Commedia è un’opera di poesia ‘totale’, capace di collegare tutto, potrei definirla la prima enciclopedia italiana. Dante mette per la prima volta in volgare tutta la cultura e il sapere del suo tempo, cristiano e classico, teologia, filosofia, storia, geografia e letteratura, cose fino allora accessibili solo al clero e a pochi laici conoscitori del latino. Dante ha fatto della Commedia il primo fondamentale strumento perché il nostro popolo potesse rendersi consapevole del proprio essere e interrogarsi sul proprio destino. Questo è anche ciò che la nostra nazione deve a Dante. L’autentica forza spirituale costitutiva dell’unità italiana è stata la letteratura. Poi, con l’avvento della cultura nata dall’illuminismo, i poeti italiani hanno cercato di dire che senza fede, sia quella rivelata, sia quella naturale, nel mistero, non esiste civiltà.

Parlando dei canti dell’Inferno in cui Dante mostra pietà, riconoscenza o ammirazione per i condannati, scrive che “da poeta impegnato a fare andare meglio le cose del mondo e da uomo di fede” egli non avvertiva il contrasto, segnalato invece da certa critica, tra la scelta di collocarli in questa cantica e quella di mostrare questi sentimenti: perché?
Ho condotto una sintetica ricognizione di come la critica si è misurata con questo problema nel primo dei saggi raccolti nel volume, che riguarda il canto XV dell’Inferno, il canto di Brunetto Latini. Credo che la risposta all’apparente contraddizione tra la collocazione infera di certi personaggi (in particolare Francesca, Farinata, Brunetto e Ulisse) e l’atteggiamento di Dante verso di loro possa emergere dal di dentro dell’intero progetto del poema dantesco. È il progetto dell’opera che vuole questi personaggi e li pone via via, nei momenti e nei luoghi più opportuni, come idonei al confronto con sé stesso e con le tappe della sua vicenda poetica, insomma necessari alla graduale presentazione della figura dell’artefice, cioè di Dante come poeta. Presentazione tanto più necessaria, come supporto di giustificazione e di autenticazione del poema, quanto più esso è nuovo: nuovo anche in quanto determina e rappresenta la definitiva liberazione della letteratura volgare elevando anche il poeta al compito primario di ispiratore e maestro del suo popolo nell’ambito della cristianità, uno che riconosce la sua autorità non da altri che dal Cielo.

Perché, secondo la sua lettura, il Purgatorio riserva tanto spazio al tema della libertà?
Perché è la cantica più ‘umana’, e anche più autobiografica, che si caratterizza come rappresentazione del mondo dei vivi e della felicità possibile ai vivi, che potrebbe essere vissuta e goduta ove la libertà sostituisse la cupidigia, tanto nella condotta dei singoli quanto nel governo della cosa pubblica. Dante è convinto che la dignità dell’uomo consiste nella libertà.

Dante è stato poeta di cose e non di parole secondo Campanella (e a me viene in mente lo “stile di cose” di cui parlava Pirandello nel 1920, salutando gli ottanta anni di Verga, opponendolo allo “stile di parole” di D’Annunzio e da lì la linea che poi ripresero Brancati e Sciascia), come spiega nell’ultimo capitolo che tira in causa Eliot e l’idea stessa di poesia. E torniamo così, mi pare, alla prima domanda: quando la bellezza prodotta dalla poesia non rimane fine a sé stessa?
Torno appunto alla prima risposta: il punto è l’equivoco, o la superficialità rispetto alla nozione di bellezza che troppo spesso è intesa in modo superficiale.

Perché scrive che Dante è presente più nella storia della critica che nella letteratura che gli è succeduta?
Proprio la novità della scrittura totale della Commedia è stata ostacolo al fatto che potesse divenire ‘modello’. Ogni età, poi, ne ha ‘censurato’ qualche aspetto, linguistico, politico, religioso... in ragione di una visione parziale della poesia. In realtà comunque la Commedia non ha mai cessato di essere letta e conosciuta e di far parte, anche se magari osteggiata, del patrimonio fondamentale degli italiani. C’è da dire che è stato il Novecento il secolo che più l’ha vista ‘rinascere’ nell’interesse della critica specie non italiana: basti pensare, ma non solo, a Eliot.

 

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