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I Templari: dentro la storia, fuori dal mito

13.12.2016
I Templari
I Templari
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«I Templari furono uomini del Medioevo, non furono eretici né tanto meno adoratori del diavolo»: l'origine e la fine della "Militia Christi" descritti dalle voci di studiosi che hanno lavorato su documenti e fonti inedite. Ci racconta la storia Giancarlo Andenna.


Grandi croci rosse sulla divisa, eredità sussurrate all’ombra del rogo del Gran Maestro, saperi arcani sopravvissuti attraverso la massoneria: il mito templare sembra non avere fine e alzi la mano chi non ricorda il custode del Sacro Graal del film Indiana Jones e l’ultima crociata.

La storia dei Templari però, la vera storia, è meno longeva anche se ugualmente appassionante come racconta il libro I Templari. Grandezza e caduta della ‘Militia Christi” curato da Giancarlo Andenna, Cosimo Damiano Fonseca ed Elisabetta Filippini. Abbiamo chiesto al prof. Andenna – che ha studiato il manoscritto che riporta la Regola dei Cavalieri del Tempio custodito dalla Biblioteca Corsiniana dei Lincei –  di raccontarci le scoperte di questa recente miscellanea in cui compaiono, tra gli altri, i nomi di Franco Cardini e Barbara Frale e anche quelli di studiosi stranieri come Kaspar Elm o Michel Balard (sfoglia l'indice del libro). 

Come e quando nascono I Templari?
Le origini dei Pauperum commilitonum Christi Templique Salomonis, così vengono definiti i Cavalieri del Tempio nella Regola approvata nel 1129, sono incerte e note solo attraverso testimonianze più tarde. L’ordine nasce quasi per caso: Alberto di Aquisgrana narra che nel 1119 settecento pellegrini, dopo aver assistito alle cerimonie della Pasqua presso il Santo Sepolcro, deci­sero di scendere da Gerusalemme per vedere il Giordano, ma mentre si trovavano in una zona solitaria furono improvvisamente aggrediti dai Saraceni provenienti da Ascalona e furono sterminati. La notizia dell’eccidio colpì profondamente il re Baldovino II e il patriarca di Gerusalemme Warmondo, che nel 1120, durante un’assemblea tenuta a Nablus, pensarono fosse necessario creare un corpo di cavalieri che costituissero una forza di protezione per i pellegrini.

Nascono quindi come ordine militare?
Era una fratellanza di milites laici, uno strumento di difesa e soccorso dei pellegrini, in abito bianco, come ci racconta Guglielmo di Tiro, per ordine di papa Onorio II e del patriarca di Gerusalemme, Stefano.

Nessuna croce quindi?
Non fino a Eugenio III, fu lui a concedere ai Templari di assumere sul loro mantello una croce rossa, piccola, non come quelle che si vedono in certi film. La veste bianca simboleggiava l’innocenza, mentre la croce rossa rimandava al martirio. Secondo la regola che essi avevano professato, i cavalieri erano stati chiamati infatti a spargere il loro sangue per la difesa della Terrasanta. Con la loro professione essi si erano impegnati coraggiosamente a combattere i nemici di Cristo e ad allontanarli dai confini delle terre cristiane.

Un coraggio che si unisce a grandi capacità amministrative?
Certamente. Alla funzione militare i Templari unirono quella dell’ospitalità, fondarono ospedali e per farlo necessitarono di ulteriori fondi che ottenero dalla amministrazione delle terre; in questo furono molto capaci. Ebbero un deciso incremento patrimoniale in Terrasanta grazie a Folco d’Anjou, ma ben presto anche in Europa si consolidò una fitta rete templare. Alcuni indizi permettono di affermare che proprio sotto il governo di Folco i Templari cominciarono a svolgere il ruolo di mediatori tra il Regno di Gerusalemme e le principali autorità dell’Occidente – il papa e i re di Francia e Inghilterra – che divenne essenziale per il sostegno militare all’Oriente latino durante la seconda metà del XII secolo.

Quali sono i luoghi italiani in cui i Templari instaurano le loro sedi?
Il libro si apre con un capitolo firmato da Michel Balard sulla situazione del Mediterraneo nell’XI secolo. Utilissimo per capire il contesto in cui nacquero i Templari. Il Mediterraneo fu ovviamente il mare di raccordo tra Oriente e Occidente e quindi il sud d’Italia fu un'ottima base per l’Ordine, soprattutto le zone portuali in Sicilia e in Puglia, come racconta Kristjan Toomaspoeg il cui capitolo si apre con l’immagine di una lastra tombale del templare fra Gioberto ritrovata a Barletta; ma furono presenti anche nel Nord come si vede nella mappa delle case templari tracciata da Elena Bellomo, a Genova, a Parma, a Novara, per fare qualche esempio. C’è però da fare una distinzione: mentre al Nord furono sostenuti da Bernardo di Chiaravalle, fino alla fine dell’epoca normanna i Templari non ricevettero nessun sostegno da parte della corte reale siciliana, a causa dello scisma provocato dalla doppia elezione di Anacleto II e Innocenzo II nel 1130. Il primo re di Sicilia, Ruggero II, fu infatti un sostenitore di Anacleto, mentre Bernardo di Chiaravalle si era schierato senza condizioni con Innocenzo. Bastò questo a chiudergli le porte del regno.

Oltre a Ruggero II, un altro re che non amò particolarmente i Templari fu Filippo il Bello che li accusò di eresia: perché?
Per risponderle abbandoniamo le coste sicule e approdiamo a un'altra città, Parigi, la cassaforte dei Templari che custodì un’immensa quantità di denaro, derivato dalle amministrazioni dei beni, dalle donazioni raccolte per la ripresa delle crociate per riconquistare la Palestina e dalle somme delle decime papali imposte agli ecclesiastici sui beni di proprietà. Un “bottino” che venne richiesto in prestito dal re di Francia, Filippo IV, che aveva in mente un rafforzamento della monarchia e ambiva a espandere il regno degli Angioini del Mediterraneo. In questo piano il debito con l’Ordine del Tempio diventò presto un peso: il re non fu infatti in grado di restituire il capitale e in una notte li fece arrestare dichiarandoli eretici.

E il papato non reagì?
Come spiega Barbara Frale nell’appassionante capitolo sulla fine dei Templari, dopo la morte di Bonifacio VIII, nel 1303, e il breve pontificato di Benedetto XI, il papato passò nelle mani Clemente V, che si trovò ad affrontare molte questioni. Tra le prime che volle affrontare ci fu quella di indire una nuova crociata per la conquista di Gerusalemme. Il papa voleva fondere due Ordini a questo scopo, quello del Tempio e dell’Ospedale. Fiero oppositore di questo piano fu il Gran Maestro Jacques de Molay che mise in guardia il papa dal re autore dello schiaffo di Anagni. Ma Clemente V, provato dalla malattia, non ebbe la forza per lasciare la Francia e opporsi ai piani di Filippo IV, la cui brama di denaro era sicuramente più forte. Così unici martiri furono i Templari francesi e gli uomini ai vertici dell’Ordine, che, sottoposti a tortura per quindici giorni nelle prigioni del re, ammisero comportamenti eretici e assurdità di natura sessuale che i funzionari regi, guidati da Guglielmo di Nogaret, avevano preparato. Ma i Templari furono solo uomini del Medioevo, non furono eretici né tanto meno adoratori del diavolo.

Da questa fine tragica deriva il mito contemporaneo?
Bisogna ricordare che fuori dalla Francia i Templari erano stati giudicati e assolti: il lavoro di Barbara Frale sulle carte del processo papale dimostra che i Templari furono scagionati dalle accuse di eresia; ma vennero bruciati perché relapsi, perché ritrattarono quanto detto sotto tortura. Nel 1312 con la bolla Vox in excelso l’Ordine dei Templari venne ufficialmente sciolto.
Il mito non prese vita però da questa storia, ma si sviluppò qualche secolo dopo in un contesto anticlericale dove la vicenda venne letta come una battaglia della Chiesa contro l’ordine: su questa posizione si innestò il mito del mondo massonico ed esoterico. Mille derivazioni, pensi che tra le immagini abbiamo inserito una illustrazione in cui templare è anche Dante. A questo si aggiunge un templarismo massmediatico che arriva fino all’industria cinematografica, come spiega Tommaso di Carpegna Falconieri. Ma il nostro libro, che offre molteplici sguardi sulla vicenda, come quello sul rapporto con l'Islam firmato da Cardini, non vuole alimentare una polemica contro questi miti, ma offrire un discorso semplice e onesto sulla parte che la fonte storica, rinvenuta e studiata, ci racconta.

(intervista di Velania La Mendola)

 

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