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Viva la Rai? Un pamphlet sul servizio pubblico

19.10.2016
Il servizio pubblico televisivo
Il servizio pubblico televisivo
autori: Massimo Scaglioni
formato: Libro
prezzo:
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Senza le idee non c’è servizio pubblico. Senza un servizio pubblico legittimato da una governance indipendente dalla politica rischiamo di perdere un patrimonio culturale nella frammentazione e privatizzazione del sistema tv contemporaneo. E chi dice che i cattolici non possano giocare un ruolo chiave nel rilanciare la Rai? Sembrano essere queste alcune delle tesi di fondo del libro di Massimo Scaglioni, docente di Storia dei media dell’Università Cattolica, Il servizio pubblico televisivo. Morte o rinascita della RAI?, che esce in un momento storico delicato per il futuro dell’emittente televisiva nazionale. 
«Il 6 maggio 2016 è scaduta la convenzione ventennale tra Stato e Rai S.p.A. relativa all’affidamento del servizio pubblico radiotelevisivo nazionale» ci spiega il professore, «coincidenza vuole che lo stesso sia accaduto in Gran Bretagna con la BBC».

Un’occasione per confrontare le due realtà?
Basta poco. Il questionario “CambieRai”, realizzato dall’ISTAT, si è svolto fra maggio e giugno 2016 ed è stato completato da 9.156 rispondenti, sulla base degli spunti suggeriti da 16 tavoli tecnici riunitisi, in una sola giornata, in aprile. Guardiamo ai numeri (e all’iter) al di là della Manica: la discussione pubblica è iniziata 2 anni prima e il processo di revisione ha coinvolto oltre 300 esperti, 4000 persone intervistate, 192.564 interventi raccolti in una consultazione generale aperta a tutti i cittadini; oltre a 2 report preparatori affidati a differenti team di studiosi. Il processo di revisione ha portato il governo a stilare prima un libro verde di proposte di riforma e poi, dopo la consultazione pubblica, un libro bianco che costituisce la bozza per la nuova Royal Charter. Possiamo dire che la RAI no, non è la BBC.

Forse, come spiega all'inizio del libro, è il caso di partire da una domanda in apparenza banale, ma che così non è: cos’è il servizio pubblico? Ne abbiamo ancora bisogno? 
Rispondo alla prima, niente affatto banale. Il servizio pubblico è il frutto di una elaborazione storica e culturale diversa per ogni Pease. Alle origini sembra una sorta di risposta alla scarsità delle frequenze, per evitare l’anarchia dell’etere e poi si riempie di contenuto grazie a delle idee. Io la leggo così, il servizio pubblico è una storia di idee. È qualcosa di più della tv di stato, è un servizio alla nazione. Per questo dovremmo sentire come nostra la RAI, come un bene comune, anche se in questo momento al di sotto di una certa età la capacità di attrazione è bassissima, per cui si perde il valore dell'universalità, cioè la capacità di parlare a tutti, una delle caratteristiche di un vero servizio pubblico.

E alla seconda domanda cosa risponde?
Ne abbiamo ancora bisogno, ma a certe condizioni. Il servizio pubblico è un’idea moderna, tanto più a fronte dei cambiamenti economici e mediali in corso, perché fa da contrappeso rispetto alla tendenza naturale del mercato verso la concentrazione in grandi conglomerati, sempre più rilevanti nel panorama statunitense ed europeo (Google, Youtube, ecc.). Un servizio pubblico radicato nel tessuto del Paese può porsi degli obiettivi divesi da questi giganti, come lo sviluppo dell’industria nazionale. La condizione è quella di risolvere le 10 questioni che presento nel libro, prima fra tutte la governance. La speranza è nella legittimizzaizone dell’esserci, dell'essere riconosciuto come bene comune, che ogni cittadino pensi che è importante che ci sia.

Guardando ai risultati del questionario Istat sembra che la maggioranza degli italiani sia insoddisfatta della RAI, perché?
L’ingerenza politica ha minato la legittimazione del servizio di fronte al pubblico. Come ha ben mostrato nella sua storia internazionale Bourdon (VeP), se è vero che il ‘mito del controllo’ politico attraversa tutti i sistemi televisivi nazionali, in Italia assume una centralità quasi grottesca. Da noi prevale l’idea che il predominio sulla tv pubblica, la spartizione dei posti di potere, la diffusa lottizzazione sia vitale per la conquista dell’egemonia e si traduca in voti. Per fortuna a questa pulsione del controllo è possibile affiancare quella progettuale.

La Rai è anche una storia di progetti quindi?
Sì, anzi è la parte meno indagata della sua storia ed è quella che cerco di delineare nel libro. In particolare sono due i momenti progettuali cruciali e possono essere ricollegati a due figure-chiave di manager del servizio pubblico all’italiana. Il primo segna la nascita della televisione, con l’ingresso dei cattolici in RAI, e si lega a Filiberto Guala, nei due anni in cui è amministratore delegato dal 1954 al 1956. Il secondo è quello che, fra la fine degli anni ’80 e l’inizio ’90, vede l’ingresso dei comunisti con Angelo Guglielmi che assume l’incarico di direttore della Terza Rete e lancia programmi come Telefono Giallo, Chi l’ha visto, Linea Diretta, confrontandosi con un pubblico non più ‘discente’ ma partner.

Quale è stato il ruolo di Guala e dei cattolici nella prima fase progettuale?
Il perimetro in cui si muove questa storia è quello dettato in parte da papa Pio XII, che da un lato esorta i cattolici a esprimersi in questo campo e dall’altro mette in guardia dal potere di un medium che, a differenza del cinema, entra nel «santuario della famiglia». Al di là delle storie sulla censura, Guala è la figura chiave per comprendere soprattutto la parte positiva della formulazione del progetto culturale, rappresenta la speranza (o l’utopia) che la televisione sia uno strumento di rivitalizzazione della tradizione culturale italiana. Egli inaugura la politica del reclutamento, con l’indizione del primo concorso per giovani laureati, quello che immette in RAI la generazione dei cosiddetti corsari, tra i quali Furio Colombo, Umberto Eco, Gianni Vattimo, Piero Angela, Folco Portinari, Gianfranco Bettetini, Raffaele Crovi, Fabiano Fabiani... Un'iniziativa che testimonia la volontà di rinnovare attraverso le idee.

Il ruolo dei cattolici può essere ancora rilevante?
Il panorama mediale contemporaneo, caratterizzato dalla progressiva frammentazione dell’offerta, da una asincronia nei consumi, da una decisa ‘privatizzazione’ dei contenuti, contribuisce a legittimare un servizio pubblico destinato a integrare la comunità nazionale, a rivolgersi a un pubblico di cittadini e non di spettatori o clienti. I cattolici rimangono ancora portatori di valori fondamentali per il futuro del servizio pubblico, non nel senso di chiusura confessionale, ma nel senso dell’umanesimo, della centralità dell’uomo, per l’idea del servizio, se crediamo in una comunità che dialoga. C’è una evidente affinità elettiva tra servizio pubblico e cultura cattolica. 

L’ultimo programma RAI di qualità, per citare una parole chiave del suo saggio, che cosa ha visto?
Nella tradizione dei programmi di inchiesta Presa diretta; Pechino Express nell’intrattenimento, perché incarna la capacità di essere un prodotto godibile, popolare, ma anche di raccontare dei valori (ospitalità, apertura del mondo, ecc.) sviluppando il tema del viaggio in maniera originale e leggera. 

Il peggiore?
Così vicini, così lontani di Albano e Romina, che si inserisce in un filone in cui la dimensione dell’impegno diventa kitsch.

A chi consiglia questo libro?
A chi vuole farsi un'idea di cosa è stato e sarà il servizio pubblico, uscendo dai luoghi comuni e dalle ideologie politiche. Ma mi piacerebbe che lo leggessero soprattutto i politici, per convincerli a stare un passo indietro.

A margine dell'intervista abbiamo chiesto all'autrore il suo #ioleggoperché, in omaggio all'iniziativa Aie per la promozione della lettura:«#ioleggoperché pur essendo uno studioso dei media immerso nella comunicazione fatta di immagini, penso che un libro rimanga sempre uno strumento insostituibile per capire le cose»

Intervista a cura di Velania La Mendola

 

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