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Abbracciare Dante e non perdere la "speranza dell'altezza"

24.03.2021

Si intitola Abbracciare Dante. Annotazioni in margine al Canto II del Purgatorio l’articolo di mons. José Tolentino Mendonça, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, pubblicato sulla “Rivista del Clero” che qui condividiamo con un piccolo estratto. In questa riflessione, condivisa a Ravenna lo scorso 13 settembre 2020 in avvio delle celebrazioni del settimo centenario della morte di Dante Alighieri, il noto teologo e poeta portoghese si sofferma sul prodigio che accade nella lettura dei grandi classici: «I classici sono coloro che non riusciamo a considerare morti, con cui cerchiamo incessantemente il dialogo, interrogandoli prima che su di loro su noi stessi e sul nostro cammino, e soprattutto lasciandoci interrogare da loro». Rileggere Dante, massimo poeta del popolo italiano e insieme poeta dell'umanità tutta, non è quindi il lusso di una cultura separata dalla realtà, spesso tragica, della storia umana, ma un aiuto prezioso a riconoscere il senso del nostro cammino verso la promessa del bene e della bellezza.

di José Tolentino Mendonça

«Come ogni non italiano, mi soffermo sempre di nuovo con ammirata meraviglia davanti a questo monumento della cultura italiana e, come ogni lettore, mi ritrovo piccolo e fragile davanti a tanta altezza, ma mai estraneo e indifferente, perché il miracolo della poesia dantesca è precisamente quello di far sentire a casa chiunque le vada incontro con animo aperto e recettivo, di portare ognuno di noi a riconoscersi nella umanità ferita e redenta che essa raffigura, con una verità e una profondità che ha pochi raffronti nella letteratura mondiale.

Per questo, malgrado l’esitazione iniziale, ho accettato con entusiasmo di venire a celebrare Dante insieme a voi, per testimoniare che anch’io, pur provenendo da una lingua e da una tradizione letteraria non italiane, non posso fare a meno di dire, come un numero sterminato di lettori che mi hanno preceduto, come il Santo Papa Paolo VI, che sì, «Dante è nostro», sì, Dante è anche mio. «Massimo poeta del popolo italiano» e massimo poeta cattolico, Dante ottiene il raro trionfo di essere massimo poeta dell’umanità tutta, poeta di cui tutti possono dire «nostro», perché dà voce con pari forza e autenticità al più fragile, al più concreto e al più sublime di questa interminabile domanda che l’essere umano è.

Chi vi parla, è un sacerdote innamorato di Dio e dell’arte, che sin dall’infanzia si è alimentato umilmente e discretamente di fede e poesia, trovando in esse una ragione profonda di vita. Per questo so che, ravvisando nel mistero del mondo e dell’uomo il mistero di Dio, l’esperienza poetica non ha propriamente la pretesa di decifrarlo ma semplicemente di goderlo e comunicarlo, in un’esperienza di gioia e sofferenza, di appagamento e di sete, inestricabilmente connessi, che sin da ora, sin da qui, sono la testimonianza di una sete e di una gioia più grandi.

Infatti, nella poesia non si devono cercare risposte, ma semplicemente una forma di contemplazione del mondo alla luce dello sguardo di Dio, che si dischiude nel nostro se solo abbiamo la pazienza e l’umiltà di attenderne la rivelazione, sorgiva e rigenerante, aperta dall’autospoliazione da luoghi comuni, precomprensioni usurate, solipsismi narcisistici e strumentali. Il poeta reinventa la lingua perché reinventa lo sguardo, dandogli la profondità insondabile del senso, che è dono di Dio all’uomo, evento di bellezza, giustizia e verità. Questa passione poetica della parola come specchio profetico del mistero dell’uomo e della storia contemplati nella luce dell’eternità, io la trovo in Dante mirabilmente, inestinguibilmente accesa [...]. 

Le pagine che intendo leggere con voi, che troviamo nel secondo canto della seconda cantica, ci collocano in una fase di transizione, nel passaggio perplesso e guardingo tra un ciclo appena concluso (la traversata infernale del male privo di redenzione) e l’inizio di uno nuovo (la purgatoriale ricostruzione del bene attraverso l’espiazione purificatrice). Dante e Virgilio, appena risaliti dalla voragine infernale, si aggirano nella riva dell’isola del Purgatorio per trovare l’ingresso della montagna penitenziale. [...]

E io: «Se nuova legge non ti toglie 
memoria o uso a l’amoroso canto 
che mi solea quetar tutte mie doglie,
di ciò ti piaccia consolare alquanto 
l’anima mia, che, con la sua persona 
venendo qui, è affannata tanto!».
‘Amor che ne la mente mi ragiona’ 
cominciò elli allor sì dolcemente, 
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
Lo mio maestro e io e quella gente 
ch’eran con lui parevan sì contenti, 
come a nessun toccasse altro la mente.
(Purg., II, 106-117)

Casella intona il suo canto e si consuma l’incantesimo sempre nuovo dell’arte: i viaggiatori disorientati e in affanno dell’Antipurgatorio si fermano, dimentichi della destinazione da trovare, dimentichi del viaggio penitenziale che li attende, del prima e del poi, assorbiti in un istante di perfetta concentrazione. È l’esperienza di presente assoluto donata dall’arte, donata dal senso, in cui vivi e morti, maestri e discepoli, autori e lettori, creatori e fruitori (Lo mio maestro e io e quella gente / ch’eran con lui) si trovano uniti in una esperienza di gioia e verità talmente piena che sembra non poter contenere nient’altro (parevan sì contenti, / come a nessun toccasse altro la mente).

Tutti si fermano al canto di Casella, e anche noi ci fermiamo, turba selvaggia e sperduta che assaggia cose nuove e non sa che cammino seguire nella condizione di incertezza e spaesamento storico in cui la crisi del Coronavirus ci ha precipitato, in questa terra incognita antipurgatoriale, fase preliminare al cammino correzionale necessario alla ricostruzione della nostra convivenza civile e della nostra esistenza personale, alla guarigione dalle ferite economiche, sociali e individuali arrecate dalla pandemia. Anche noi ci fermiamo ad ascoltare la dolcezza dell’antica canzone che risuona attraverso i secoli con immutata bellezza e appassionata umanità, bisognosi di consolare l’anima tanto affannata dal duro viaggio che ci ha portato sin qui. Non mancherà chi considererà questo indugiare un lusso frivolo, una negligenza, un censurabile sottrarsi all’urgenza tragica delle responsabilità storiche immediate. Non mancherà un veglio onesto ed accigliato che verrà a rimproverarci di essere spiriti lenti, che perdono tempo con le cose del passato, con l’oblio indotto dalla contemplazione della bellezza, invece di correre speditamente al monte del fare.

Ma io sono convinto che solo chi è capace di fermarsi ad ascoltare la voce che aduna i vivi e morti nell’unisono spirituale della pura contemplazione della propria umanità troverà la via del monte, la strada della correzione e della purificazione che ci restituisce alla verità di quello che siamo, alla pace e alla giustizia sociali che scaturiscono dal mutuo riconoscimento della nostra comune dignità. Certamente non è a Dante che dobbiamo chiedere istruzioni sul cammino da prendere in questo doloroso, ancora irrisolto e insidioso, arduamente penitenziale anno, ma raccoglierci intorno a lui, per ascoltare il suo «poema di perdono e di salvezza», ci aiuta a riconoscere il senso del viaggio e a non perdere la speranza dell’altezza (Inf. I,54), verso la promessa del bene, della verità e della bellezza.

 
Abbracciare Dante. Annotazioni in margine al Canto II del Purgatorio
autore: José Tolentino Mendonça
formato: Articolo
Pubblichiamo la riflessione che il cardinale José Tolentino Mendonça, noto teologo e poeta, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, ha offerto a Ravenna lo scorso 13 settembre in avvio delle celebrazioni del settimo centenario della morte di Dante Alighieri. Il secondo canto del Purgatorio viene riletto confine sensibilità in risonanza con la contingenza pandemica, esplicitando per i lettori il prodigio che accade nella lettura dei grandi classici: «I classici sono coloro che non riusciamo a considerare morti, con cui cerchiamo incessantemente il dialogo, interrogandoli prima che su di loro su noi stessi e sul nostro cammino, e soprattutto lasciandoci interrogare da loro, in una conversazione in cui la differenza tra morte e vita non viene relativizzata, ma al contrario esposta nella profondità tragica e misteriosa che ce la rende tanto urgente quanto inaccettabile...
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