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Charlie Hebdo: riflessioni su la caricatura e il sacro

07.01.2015
La caricatura e il sacro
La caricatura e il sacro
autori: François Boespflug
formato: Libro
prezzo:
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«La peggior caricatura morale di Dio, la più irreligiosa, quella che veramente lo sfigura e non può mai essere giustificata, neppure dalle peggiori caricature di Dio, è uccidere l'uomo che è l'immagine di Dio».
François Bœspflug


Il terribile attacco al Charlie Hebdo ha riportato alla ribalta il tema della libertà di espressione e della raffigurazione del divino. François Bœspflug, teologo e studioso dell’arte religiosa, ha scritto nel 2006, sull'onda dell’affaire delle caricature di Maometto pubblicate su un giornale danese, un acuto saggio tradotto da Vita e Pensiero: La caricatura e il sacro. Islam, ebraismo e cristianesimo a confronto. 

L'autore mostra come l’ebraismo e l’islam siano accomunati da una forte restrittività nei confronti delle immagini sacre, fino al divieto assoluto di raffigurare Dio. Dal canto suo, il cristianesimo, pur avendo conosciuto nella sua storia gli eccessi dell’iconoclastia, è una religione intrinsecamente aperta all’immagine.

Ben consapevole del potere (e dei rischi) che l’immagine detiene, in virtù della sua eccezionale forza simbolica, soprattutto quando va a incontrare il senso del sacro e dell’identità culturale, Bœspflug si interroga su quale sia la strada da percorrere affinché la diversità dei modi di considerare la raffigurazione del sacro, amplificata dalla potenza dell’odierna ‘civiltà dell’immagine’, cessi di sfociare nella giustapposizione violenta e piuttosto trovi un registro di comprensione e di dialogo.

Rivolgendosi a tutti coloro che hanno a cuore il problema, e in particolare a chi, nelle nostre società fortemente plurietniche e plurireligiose, è chiamato a occuparsi di formazione e informazione, egli propone una ‘storia iconica’ di Dio, pluralista e comparativa, laica e documentata, che renda ragione della presenza e della funzione delle immagini nel percorso storico delle religioni e ponga le basi per un ‘codice di buona condotta’ che consenta di rispettare da un lato i valori tradizionali e dall’altro quelli delle democrazie moderne.
«L’ultima parola», conclude Bœspflug, «deve tornare all’affermazione della libertà nella dignità, nell’umorismo, nell’autocontrollo… e le grandi religioni hanno una lunga esperienza di queste qualità».


Per approfondire i temi legati alla cronaca odierna anche da altri punti di vista vi consigliamo inoltre:

Il male minore. L'etica politica nell'era del terrorismo globale di Michael Ignatieff (collana Aseri) 
Osservando e mettendo a confronto diverse situazioni di ‘emergenza terroristica’ nella storia degli ultimi centocinquant’anni (dai nichilisti della Russia zarista alle milizie della Germania di Weimar, dagli attentati dell’IRA a quelli senza precedenti di Al Qaeda), l'autore dimostra come l'impiego della forza, pure indispensabile in situazioni estreme, sia efficace solo quando è controllato. Ma soprattutto, egli sostiene, non dobbiamo nasconderci che non sempre ciò che si compie in nome della democrazia e della libertà è di per sé buono. Uccidere per contrastare un grave pericolo può essere necessario, ma si tratta comunque della scelta del ‘male minore’. È invece proprio l’etica politica, che con le sue regole impone di contenere l'uso della forza, a offrire alla democrazia, in ultima analisi, l'arma più efficace, l’unica davvero in grado di garantirne la sopravvivenza in un’epoca di terrore: il potere morale che le consente di resistere e perdurare oltre l'odio e la vendetta.

 
La parola contro la barbarie di Alain Bentolila (collana Transizioni)
La lingua non è fatta per parlare con un altro me stesso, con chi la pensa come me, vive dove vivo io, crede nel mio stesso dio. Utilizzando un efficace paradosso, Alain Bentolila, insigne linguista con il dono di una scrittura coinvolgente, afferma che la lingua non è fatta per parlare a coloro che amiamo, ma per parlare a coloro che non amiamo, per dire loro cose che risulteranno forse spiacevoli, ma che ci permetteranno di riconoscerci e rispettarci.
Non si ha bisogno di parole con chi ci è più vicino. Le parole diventano invece necessarie quando si ha di fronte l’altro nella sua alterità, nella sua intelligenza così simile ma così diversa dalla nostra, quando la ‘comunione’ deve cedere il passo alla ‘comunicazione’. Ma se parlare vuol dire sedersi al tavolo della negoziazione linguistica, accettare che l’altro abbia il diritto di interpretare il senso delle mie parole e insieme cercare di evitare che questa interpretazione sia un tradimento della mia intenzione, allora dobbiamo riconoscere alla parola (e alla scrittura) un potere prezioso: quello di trasformare pacificamente il mondo e gli altri.
 
 

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