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Credo: lo recitate senza comprenderlo?

26.07.2019
Voglio che tu sia
Voglio che tu sia
autori: Tomáš Halík
formato: Ebook
prezzo:
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Di seguito un breve brano tratto dal libro Voglio che tu sia di Tomáš Halík, filosofo e sociologo di Praga, sul "Credo" recitato durante la messa. Uno spunto di riflessione sulla tradizione, sulla nostra consapevolezza a riguardo e uno stimolo a non accontentarci di ripetere meccanicamente delle formule che forse non comprendiamo più.

Recentemente sono stato testimone, personalmente e su internet, di una discussione tra ecclesiastici di varie confessioni il cui tema era se e fino a che punto abbia senso oggi ripetere durante la messa le antiche formule del Credo, che riflettono le dispute teologiche dell’antichità e contengono espressioni il cui senso originario sfugge completamente alla maggioranza assoluta dei cristiani che le recitano oggi. Chi ancora sa, oggi, che il Credo combina due diverse concezioni di Dio – quella ebraica per la quale Dio è soggetto (e dove può esserci un solo Dio e Signore, creatore del cielo e della terra), e quella greca dove «Dio» è un predicato, e per questo ai cristiani nella cultura ellenica o ellenizzata è consentito parlare della divinità di Gesù senza ricadere nella blasfemia di un dualismo divino?

In quel dibattito è stata sollevata anche un’altra domanda: il Credo recitato oggi in una serena cerimonia religiosa ha ancora il senso che aveva il Credo all’epoca in cui chi professava la sua fede recitandolo rischiava la morte sul patibolo? Qualcun altro invece, esprimendo le proprie obiezioni sui tentativi di «attualizzazione della lingua del Credo», ha citato Chesterton e la sua definizione di tradizione come «democrazia dei morti»: non possiamo escludere la voce di tante generazioni passate e dare maggior peso alla superba oligarchia di chi fa una momentanea apparizione su questa antica scena.  Eppure anche qui si può fare un’obiezione: non sarà soltanto un’illusione il coro monolitico e unanime di quell’immensa schiera di morti che ci arriva da così grande distanza? Quando andiamo davvero a esaminare i documenti del passato, restiamo in genere molto sorpresi dalla loro varietà!

La fanatica distruzione delle tradizioni è indubbiamente un atto di barbarie. Un’attenta cura delle tradizioni richiede una altrettanto attenta interpretazione, perché la tradizione in sé è essenzialmente il flusso vivo delle incessanti reinterpretazioni del lascito che ci è stato affidato. La tradizione è quel moto incessante della storia fatto degli interminabili tentativi di comprendere più a fondo questo lascito e renderlo comprensibile in una data fase di un contesto storico-culturale in perenne trasformazione.

Se ci limitiamo a ripetere meccanicamente le forme ereditate, ne oscureremo i contenuti, non faremo un buon servizio alla tradizione, in realtà ce ne allontaneremo, usciremo dal corso del fiume per ritrovarci su un’isoletta lontana (i cristiani «tradizionalisti» potrebbero scoprire con stupore quanto sia relativamente moderna e assai limitata la forma di cristianesimo che vogliono conservare – e quanto siano invece intellettualmente e spiritualmente ricche certe tradizioni della Chiesa molto più antiche; basti pensare ai padri del deserto, alla patristica greca, alla teologia negativa di Dionigi l’Areopagita, alla mistica medievale…). [...]

Sulla scena odierna ci sono troppe trombe e tamburi. Da una parte il «nuovo ateismo» militante e ingenuo di Richard Dawkins e dei suoi compagni di viaggio, dall’altra il suo identico rovescio, altrettanto rumoroso e ingenuo, il fondamentalismo e la «destra religiosa». Lasciamo che entrambe le parti continuino ad attaccare sugli autobus i loro manifesti pieni di slogan roboanti e a bisticciare tra loro. In queste tempeste e dispute non c’è il Signore che aveva parlato a Elia in una brezza leggera. Le grandi verità, come insegnava il buon vecchio Nietzsche, giungono «su ali di colomba». [...]

Come andare incontro all’attesa vicinanza di Dio? Con il desiderio, con il desiderio e la sete che ha dovuto farsi più profonda e pura nella notte della fede. Giovanni della Croce afferma che durante quella notte la sete è la nostra unica luce.

 

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