Franco Battiato e il tema del divino

Franco Battiato e il tema del divino

17.06.2021
La recente morte di Franco Battiato è stata accompagnata da un’enorme attenzione mediatica che, anche oltre l’amplificazione emotiva che solitamente connota questo genere di eventi, segnalava la statura di un autorevole interprete e ‘compagno di viaggio’ dell’inquieta condizione esistenziale dell’uomo postmoderno. Per questo è utile approfondire il pensiero ‘spirituale’ di un autore tanto ascoltato, e quindi – probabilmente – anche tanto influente nel proporre con vocabolario ‘religioso’ contenuti non allineati alla proposta delle tradizioni religiose consolidate. Alessandro Beltrami, giornalista e redattore di "Avvenire", ha scritto sulla "Rivista del Clero" - diretta da Giuliano Zanchi - un’attenta interpretazione e un’autorevole guida ai testi più noti e affascinanti del compositore siciliano nell'articolo Una colonna sonora per la post-secolarizzazione. In margine alla scomparsa di Battiato.
Eccone un estratto.

di Alessandro Beltrami

Battiato è tra i pochi cantautori a trattare sistematicamente il tema del divino e a impiegare in modo strutturale un termine come ‘anima’. L’ermetismo dei testi, la cui vena surrealista ha certamente una componente ironica ma corrisponde anche alla necessità di velare esotericamente il cammino, e la complessità dei rimandi culturali, hanno generato una sovrabbondanza di esegesi tra volumi, tesi di laurea, siti e blog, ma nelle interviste e nelle sue dichiarazioni Battiato è sempre stato molto esplicito sulle sue fonti spirituali.

Attraverso la scuola di Gurdjeff e, appunto, di Guénon, rilegge e riassembla sincreticamente in una prospettiva esoterica elementi diversi, su tutti il sufismo (i danzatori dervisci sono una costante dell’iconografia di Battiato e forti sono stati i suoi contatti con una figura solida come Gabriele Mandel, della cui confraternita Jerrahi Halveti era divenuto membro), il buddhismo tibetano, la meditazione yoga e quindi della mistica cristiana, in particolare quella carmelitana, ma anche i padri del deserto.

Aconfessionale («Non sono cattolico, ma non sono buddista e neppure induista» aveva detto in una intervista all’«Osservatore Romano») si è sempre definito «uomo religioso e basta» e considerava razionalmente incomprensibili le posizioni e le argomentazioni degli atei. L’impianto della sua spiritualità appare sostanzialmente di tipo gnostico: «Per entrare nella divinità devi diventare divino, e noi in nuce lo siamo», dice in un incontro pubblico nel 2013, e la gnosi è riscontrabile in diversi brani, a partire da E ti vengo a cercare («Emanciparmi dall’incubo delle passioni / Cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male / Essere un’immagine divina / Di questa realtà»).

Per Battiato più che un Dio esiste un divino, privo di volto, essenzialmente spirituale e antitetico alla materia, che costituisce una presenza protettrice e salvifica. È una presenza che non si abbassa – non sembra conoscere kenosis il divino di Battiato – ma alla quale è possibile congiungersi per la strada della ascesi. Così canta nella Lode all’Inviolato (Caffè de la Paix, 1993):

Ne abbiamo attraversate di tempeste
E quante prove antiche e dure
Ed un aiuto chiaro
da un’invisibile carezza
Di un custode

Degna è la vita di colui che è sveglio
Ma ancor di più di chi diventa saggio
E alla Sua gioia
poi si ricongiunge

Sia Lode, Lode all’Inviolato
Lode all’Inviolato

Punti fermi in questo scenario eterogeneo sono la serena meditazione sulla morte e la reincarnazione. Sono temi che emergono da numerosi testi, in particolare a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, in modo più o meno allusivo e che si fanno particolarmente espliciti negli ultimi anni. «Non siamo mai nati, non siamo mai morti» recita l’esergo del documentario Attraversando il Bardo: sguardi sull’aldilà, del 2014, un verso presente anche in Testamento, del 2012, dove tra l’altro si dice anche «Lascio i miei esercizi sulla respirazione, / Cristo nei Vangeli parla di reincarnazione». Tutto si coagula in Torneremo ancora, l’ultimo brano (scritto con lo storico collaboratore Juri Camisasca, anch’egli protagonista di una avventurosa ricerca spirituale) pubblicato nel 2019 nell’album omonimo e apparso subito dall’evidente sapore conclusivo di un intero percorso:

Un suono discende da molto lontano
Assenza di tempo e di spazio
Nulla si crea, tutto si trasforma

La luce sta nell’essere luminosi
Irraggia il cosmo intero
Cittadini del mondo
Cercano una terra senza confine

La vita non finisce
È come il sogno
La nascita è come il risveglio

Finché non saremo liberi
Torneremo ancora
Ancora e ancora

Lo sai
Che il sogno è realtà
E un mondo inviolato
Ci aspetta da sempre
I migranti di Ganden
In corpi di luce
Su pianeti invisibili

Molte sono le vie
Ma una sola
Quella che conduce alla verità
Finché non saremo liberi
Torneremo ancora
Ancora e ancora

Si può osservare come Battiato individui la qualità dell’esperienza mistica nella «assenza di tempo e di spazio» (No Time No Space è il titolo di un altro celebre brano del 1985, pubblicato come singolo dell’album Mondi lontanissimi insieme a una nuova versione di Il re del mondo), un’uscita dai vincoli terreni spesso tradotta con una musica statica, che sia la cantillazione di L’ombra della luce o le reiterazioni e le risonanze di L’Egitto prima delle sabbie (titolo questo invece gurdjeffiano), un disco per pianoforte solo del 1978 in cui la scrittura minimalista struttura una vera e propria stasi-nel-moto, non diversamente dalle rotazioni dei sufi.

Uno degli esempi più complessi di questa musica statica/musica estatica è la Messa Arcaica (1993), tra le più riuscite delle composizioni ‘colte’ di Battiato, in particolare nel Kyrie e nel Sanctus. La Messa Arcaica – il cui titolo è significativo rispetto all’approccio al religioso – è anche il luogo dove si consuma in maniera più forte l’ambivalenza del rapporto di Battiato rispetto al cristianesimo e in particolare al cattolicesimo. L’artista infatti interviene in modo piuttosto radicale sul testo dell’ordinarium, una scelta che all’epoca suscitò polemiche.

Battiato si difese sostenendo che le modifiche erano state dettate da ragioni di ordine artistico, ma è difficile non pensare che si tratti di scelte teologicamente precise. Il Gloria è stravolto e riassemblato («Domine Fili unigenite Iesu Christe / Deus Pater / Laudamus Te, benedicimus Te / Adoramus Te, glorifi camus Te / Gloria in excelsis Deo / Et in terra pax hominibus, bonae voluntatis») mentre l’Agnus Dei è privo del «Dona nobis pacem»; il Credo – non a caso il brano più corto dell’intera opera, solo due minuti e mezzo contro i quattordici del Kyrie, una differenza ancora più eclatante vista la quantità reciproca di testo – è tagliato in modo molto accurato: attraverso rimozioni chirurgiche viene sostanzialmente smontato l’impianto trinitario mentre viene cancellata completamente la parte finale, quella in cui Battiato non può riconoscersi: «Credo unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam / Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum / et expecto resurrectionem mortuorum / et vitam venturi saeculi».

La Messa Arcaica fu eseguita in prima assoluta nella Basilica superiore di Assisi il 24 ottobre 1993 in occasione della Giornata delle Nazioni Unite, e presentata in anteprima il giorno prima all’Aquila. Venne replicata poi nel 1994 per inaugurare i restauri del duomo di Orvieto.

Il mondo cattolico, fatta salva qualche ingenuità, ha generalmente guardato con interesse ed equilibrio a Battiato, riconoscendone sia l’autenticità della ricerca e la natura di preghiera della sua musica sia le distanze. Allo stesso modo Battiato, non di rado critico verso le strutture ecclesiali, ammetteva un ancoraggio delle proprie radici nel cristianesimo («Io sono fortemente legato alle nostre tradizioni, ho avuto un’educazione cattolica, non a caso [...] sto facendo costruire una piccola chiesa nel mio giardino e non una moschea. Mi piace però avere uno sguardo ampio, ecumenico» diceva in una intervista del 1989 al domenicano Alfredo Scarciglia) e dichiarava di «avere amicizie molto forti nella Chiesa cattolica e soprattutto in alcuni monasteri di clausura, dove ho sempre trovato una toccante liturgia».


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Una colonna sonora per la post-secolarizzazione. In margine alla scomparsa di Franco Battiato
autore: Alessandro Beltrami
formato: Articolo
La recente morte di Franco Battiato è stata accompagnata da un’enorme attenzione mediatica che, anche oltre l’amplificazione emotiva che solitamente connota questo genere di eventi, segnalava la statura di un autorevole interprete e ‘compagno di viaggio’ dell’inquieta condizione esistenziale dell’uomo postmoderno. Per questo è utile approfondire il pensiero ‘spirituale’ di un autore tanto ascoltato, e quindi – probabilmente – anche tanto influente nel proporre con vocabolario ‘religioso’ contenuti non allineati alla proposta delle tradizioni religiose consolidate...
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