Rosario Livatino, il magistrato beato

Rosario Livatino, il magistrato beato

29.09.2022

«I diritti umani, e con essi ogni progresso nell’uguaglianza, sono sempre nati “dal disvelarsi di una violazione della persona divenuta a un certo punto intollerabile”, come ha sottolineato uno dei massimi teorici del garantismo. È quindi connaturata allo stesso fondamento storico e assiologico dei diritti fondamentali la loro duplice incidenza sul sistema penale: come limite alla pretesa punitiva statale, ma anche come oggetto necessario della tutela penale. In questa prospettiva, i diritti fondamentali vengono a operare come “motore di espansione” del diritto penale nelle situazioni nelle quali si riscontra una diffusa sottoprotezione di determinate categorie di soggetti, vittime – per usare le parole di Livatino – di “quei reati che per tradizione o per costume o per altro nel passato erano raramente perseguiti”.» Così scrive Antonio Balsamo in Mafia. Fare memoria per combatterla, ricordando Rosario Livatino, magistrato ucciso dalla Stidda ad Agrigento il 21 settembre 1990, nato 70 anni fa, il 3 ottobre del 1952 a Canicattì.

Dopo una laurea cum laude in Giurisprudenza, Livatino nel 1979 divenne sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento, dove rimase fino al 1989, quando gli fu assegnato il ruolo di giudice a latere.
Uomo di giustizia ma anche uomo di fede, riteneva che queste fossero «continuamente interdipendenti fra loro, continuamente in reciproco contatto, quotidianamente sottoposte ad un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile» e che «la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana; e forse può in esso rinvenirsi un possibile ulteriore significato: la legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui la stessa interpretazione e la stessa applicazione della legge vanno operate col suo spirito e non in quei termini formali», perché «Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere "giusti", anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano».

Non si occupò soltanto di questioni legate alla mafia, ma anche di tangenti e corruzione, indagando sulla Regione Sicilia e sugli appalti per opere mai eseguite
, tra i primi a utilizzare lo strumento della confisca dei beni alla mafia. Col suo omicidio, alcuni suoi colleghi denunciarono lo stato di abbandono in cui versavano molti giudici siciliani impegnati nelle indagini contro la mafia, denunce che sollevarono le ire di molti. Con la sua morte, comunque, si aprirono una serie di processi e si avviarono indagini contro Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti, che vennero condannati all’ergastolo, e contro Croce Benvenuto e Giovanni Calafato, che furono condannati entrambi a tredici anni di carcere con lo sconto di pena previsto per i collaboratori di giustizia.

Nel 1993, il vescovo di Agrigento, Carmelo Ferraro, iniziò a raccogliere testimonianze per avviare il processo di beatificazione di Livatino, che si aprì ufficialmente il 21 settembre 2011 nella Chiesa di San Domenico di Canicattì. Furono in 45 a testimoniare sulla sua vita e la sua santità, tra i quali anche Gaetano Puzzangaro, uno dei quattro killer mafiosi del giudice diventato collaboratore di giustizia. Il 9 maggio 2021 si è svolta la cerimonia di beatificazione, nella Cattedrale di Agrigento, che lo ha reso il primo magistrato beato nella storia della Chiesa cattolica

Gian Luca Potestà – nell'articolo Il nuovo orizzonte del martirio cristiano pubblicato su “Vita e Pensiero” – riflette sul senso assunto dal termine "martirio" nella modernità e ricorda come Giovanni Paolo II «nel proporre di rileggere il Novecento come secolo di martiri, ha dilatato la nozione al punto da includervi sia moltitudini di religiosi uccisi durante la guerra di Spagna, senza avvertire la necessità di soffermarsi su profili e virtù eroiche dei singoli (tutti martiri, in quanto uccisi tutti in odium fidei); sia un singolo modello di umanità quale padre Kolbe, elevato agli altari in quanto “martire per amore”; sia, nel quadro della sua vigorosa pastorale contro la mafia, il giudice Rosario Livatino, in quanto “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Un percorso si è compiuto: per la Chiesa può essere detto martire anche il cristiano che affronta la morte per una causa giusta». 

Rosario Livatino fu dunque uomo di giustizia, martire per la giustizia, e uomo di fede; ricordando le sue parole pronunciate in una conferenza tenuta a Canicattì nell’aprile 1986: «il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata». 

 
Mafia
Mafia
Autore: Antonio Balsamo
Collana: Piccola biblioteca per un Paese normale
Formato: Libro | Editore: Vita e Pensiero | Anno: 2022 | Pagine: 168
Un giudice, che l’ha combattuta in aula, racconta cos'è stata e cos'è la mafia e cosa fare oggi, a livello internazionale, per sconfiggerla attraverso forme più avanzate di cooperazione tra magistratura e polizia.
€ 14,00

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