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Josef Pieper: il "Maestro" del papa

08.08.2020

«Il fatto che sapesse formulare le domande e le risposte senza la rigidità di una lingua forzosamente erudita, ma con una lingua bella e comprensibile, è a mio avviso un indizio che era un vero filosofo». Così ha scritto di lui Benedetto XVI, che lo conobbe e ne fu amico, oltre a definirlo «suo Maestro».

In effetti Josef Pieper (1904-1997), originario di Elte, una città tedesca in provincia di Rheine, uno dei massimi esponenti del neotomismo del XX secolo, ha la capacità di farci addentrare nel pensiero della filosofia antica con semplicità, riattualizzandone il pensiero con una sapienza a dir poco profetica. Basta leggere qualche passaggio di Abuso di parola, abuso di potere per comprenderlo, come questo dedicato al significato dell’adulare

“Chiunque parli a un altro … non in modo spontaneo ma manipolando consapevolmente la parola e non preoccupandosi manifestamente della verità, chiunque, in altre parole, sia interessato a qualcos’altro piuttosto che alla verità, questi effettivamente, a partire da tale momento, non considera più l’altro come un interlocutore, come un soggetto alla pari. Non lo prende più in seria considerazione come persona umana. E, a rigore, da questo momento in poi, non ha più luogo alcuna conversazione, alcun dialogo, non si sta più parlando insieme. Ma allora che altro avviene? Proprio a questa domanda risponde Socrate con il termine desueto di «adulazione»: è probabile che abbia luogo un’adulazione! Ma che cos’è, «corpo di un cane!» (per restare nell’idioma socratico), quest’adulazione? […]

Posso incontrare un mio collega e dirgli: «Ho letto il tuo nuovo saggio; lo trovo magnifico!», e non averlo in verità letto affatto (e dunque non posso trovarlo magnifico), eppure questa non è ancora un’adulazione! Posso invece averlo letto davvero ed esserne davvero entusiasta, e, ciononostante, le mie parole possono essere adulatorie. Qual è la differenza, dove sta il fattore discriminante? L’aspetto decisivo risiede nel fatto che, nel secondo caso, è in gioco un «interesse». Non glielo dico per fargli piacere; non glielo dico neppure perché è vero; ma glielo dico affinché l’altro mi faccia un favore! Questo «interesse» trasforma le mie parole in un’adulazione, come chiunque può capire. L’altro, a cui mi rivolgo in vista di un favore, non è più per me un interlocutore, non è affatto un soggetto alla mia pari, è piuttosto un oggetto da manipolare, un oggetto di cui tento di impadronirmi e che, per questo, sottopongo a uno specifico trattamento. In pratica, avviene l’opposto di ciò che appare. [...]

E la parola, nella stessa misura in cui gioca un ruolo in tutto ciò, smette di comunicare. Al suo posto si pone un discorso essenzialmente senza interlocutore (non ne è infatti presente alcuno), un discorso che, in contrasto con la natura del linguaggio, in realtà non significa nulla, ma mira a uno scopo. La parola è snaturata e degradata a una sostanza, a una droga per così dire, da somministrare.”

Come chiosa Roberto Mancini nella prefazione: «Man mano che si va avanti nella lettura del testo di Pieper, l’effetto è salutare. È quello di quando, dopo essere stati aggrediti dal rumore, si viene accolti dal silenzio, oppure quello che sperimentano colore che, avendo patito il caldo, arrivano in una fresca zona d’ombra».

La sua vita accademica inizia all’Università di Münster, dove ha studiato filosofia, frequentando anche corsi di giurisprudenza e di sociologia. Dopo la laurea nel 1928, con il prof. Max Ettlinger e una tesi su san Tommaso, è assistente del prof. Johann Plenge fino al 1932 e dal 1933 al 1940 lavora come giornalista per vari periodici cattolici. Nel frattempo, nel 1935 sposa Hildegard, con la quale tradurrà in tedesco il saggio di C.S. Lewis Il problema della sofferenza.

Nel 1949 conosce T.S. Eliot che poi scriverà la prefazione del suo Was heißt philosophieren?. Nel 1946 viene nominato Docente presso l’Accademia Pedagogica di Essen e nel 1959 diventa professore ordinario di antropologia filosofica alla Facoltà di Teologia Cattolica e successivamente di filosofia alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Münster.

Pieper è stato membro della «Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung» di Darmstadt (dal 1949); della «Société Philosophique de Louvain » (dal 1953); della « Rheinisch-Westfàlische Akademie der Wissenschaften » (dal 1954); della «Pontificia Accademia Romana S. Tommaso d’Aquino » (dal 1980).

Non si contano le onorificenze e i premi: Dottore «honoris causa» della Facoltà di Teologia Cattolica di Monaco (1964) e dell’Università di Münster (1974); ha ricevuto il premio «Doxa» dell’Ateneo Filosofico di Città del Messico (1980) e il premio «Romano Guardini» della Katholische Akademie di Monaco di Baviera (1981); sempre nel 1981 ha ricevuto il Premio Balzan per la filosofia, nel 1987 il Premio dello Stato della Renania Settentrionale-Vestfalia e nel 1990 l’Anello d’Onore della Società Görres per la promozione della scienza.

Perché rileggerlo oggi? «Pieper ci ricorda che la parola detta con amore e con l’esistenza intera è un appuntamento che non possiamo eludere. Per queste ragioni, e altre che si scopriranno leggendolo, il piccolo libro che avete in mano è prezioso» (Mancini).

 
Abuso di parola, abuso di potere
Abuso di parola, abuso di potere
autore: Josef Pieper
collana: Grani di senape
formato: Libro | editore: Vita e Pensiero | anno: 2020 | pagine: 72
Un filosofo del secolo scorso chiarisce con toni inaspettatamente profetici il percorso che ha portato a fare dell’abuso di parola il mezzo privilegiato dell’abuso di potere.
€ 11,00

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