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Maria Sticco, biografa dell'Università Cattolica

04.08.2020

C’è un nome ricorrente nel catalogo storico Vita e Pensiero, una fonte inesauribile di storie, di aneddoti, di ritratti che escono dalle pagine e fanno ridere e commuovere. Aveva una penna felice Maria Sticco, perugina, nata il 23 novembre 1891, da un ufficiale medico del Sud italia e una contessa, Gaetana Baldeschi Oddi, appartenente alla più antica nobiltà perugina.

Dalla città natale, dopo gli studi a Rimini e a Bari dove si era trasferita la sua famiglia, approda a Firenze, e diviene allieva del pedagogista Ernesto Codignola, collaboratore di Giovanni Gentile e direttore della rivista “La nuova scuola italiana”. Allo scoppio della Prima guerra mondiale la Sticco si dedica ad attività di volontariato a favore dei feriti. La sua vita cambia quando conosce “zia Beppina”, ossia Giuseppina Taddei. «Vecchia, brutta, sorda, quasi cieca», così la descrive Armida Barelli, aveva un«fascino soprannaturale» e «un’anima di profonda vita interiore». È lei che la presenta a padre Agostino Gemelli mentre la “sorella maggiore” Barelli diventa la sua guida per il laicato consacrato (insieme fonderanno le Missionarie della regalità di Cristo)

Nel 1919 pubblica i suoi primi articoli su “Vita e Pensiero”, rivista di cui diventerà direttrice tra il 1962 e il 1967. Nel 1921 diventa invece condirettrice, con la Barelli, di “Fiamma viva”, il mensile per la Gioventù femminile.

Nel suo libro Vita universitaria leggiamo il racconto del suo primo articolo, il giorno dell’inaugurazione dell’Università Cattolica, 7 dicembre 1912, dove si intravede il garbato coraggio e l'ironia di questa donna, sempre troppo modesta, che in qualche modo andava a scalfire un ambiente professionale allora fatto per lo più da soli uomini: «Mi trovo in primissima fila, sotto il palco dell’aula magna, presso i tavolini dei giornalisti. Prendo subito possesso di un posto, ma mi sento impacciata, fra quei signori che vociano, e agguantano fasci di carte, e mi squadrano con evidente disdegno. Sento che mi manderebbero via volentieri.

- Scusi, la signorina deve scrivere?
- Veramente sì.
- Stenografare?
- Oh no! Appunti!
- Ah!

Il giornalista che mi parla, un avvocatino tutto lindo, dallo sguardo sufficiente e acuto, sembra poco soddisfatto ma io non mi muovo. Voglio darmi un’aria disinvolta. Mi stendo davanti un foglio grande, impugno il lapis e abbozzo le mie prime impressioni».

Non smetterà più di scrivere Maria Sticco, non solo articoli, moltissimi (li trovate qui) e tutti di godibile lettura, ma anche best seller, come Il dovere e il sogno o la biografia di San Francesco e Santa Chiara d’Assisi, arrivando a specializzarsi in questo genere e a distinguersi per uno stile vivace e per la capacità di cogliere la psicologia individuale dei personaggi narrati.

Tra le sue ultime opere i ritratti di Armida Barelli, Una donna fra due secoli (presto di nuovo in libreria), Toniolo, Gemelli. E poi saggi sulla materia che insegnerà in Università Cattolica: a partire dal 1924 e sino al 1930 è infatti assistente di lingua e letteratura italiana, con Giulio Salvadori e poi con Carlo Calcaterra; per diventare poi, negli anni ’40, docente di letteratura italiana, sempre a Milano e a Castelnuovo Fogliani.

Le contestazioni studentesche del ’68 la colgono di sorpresa (lo si capisce sfogliando il suo diario, una “biografia” raccolta da Orsolina Montevecchi in Sete d’infinito); cambia anche lo stile dei libri e la sua opera viene bollata – ingiustamente, aggiungiamo noi – come superata, ottocentesca, datata. Ma il suo lavoro non si ferma, così come non diminuisce il suo impegno di laica impegnata nell’apostolato.

Nel 1975 Paolo VI la insignì della croce pro Ecclesia et Pontefice, a riconoscimento dell’attività svolta presso l’Università Cattolica; nello stesso anno le fu conferita, con decreto del presidente della Repubblica, la medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte.

Abitava a Milano, presso l’Opera della regalità, nella sede che fino a qualche tempo fa si trovava sopra gli uffici della casa editrice Vita e Pensiero, e dove si spense nel 1981. Un peccato non avere conosciuto questa donna, professoressa, scrittrice, che diceva: «chi vuole diffondere la parola della Verità deve sforzarsi di possedere la verità della parola. Non sembri un bisticcio. Possedere la verità della parola vuol dire conoscere il significato delle parole e non adoprarle mai a caso, o a capriccio, o a·orecchio, o per imitazione, o per ambizione, ma soppesarle e sceglierle finché non si trovi quella che esprime esattamente il proprio pensiero o il proprio sentimento, né più né meno: il più è imprecisione o retorica, il meno è mutilazione o abborracciamento».

(di Velania La Mendola) 

 

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