Donne, figli e lavoro: il nodo tutto italiano

Donne, figli e lavoro: il nodo tutto italiano

17.01.2022
Crisi demografica
Crisi demografica
autori: Alessandro Rosina
formato: Libro
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L’Italia è uno dei paesi al mondo in cui l’inver­no demografico è più accentuato. Se gli attuali trend non verranno invertiti, inevitabilmente si andrà incontro a criticità irrimediabili. Lo scenario italiano è reso ancora più drammatico dagli effetti della pandemia, che ha causato un’ulteriore flessione delle nascite. Nel saggio Crisi demografica. Politiche per un paese che ha smesso di crescere Alessandro Rosina sottolinea che quello che distingue il nostro dagli altri paesi avanzati con natalità più elevata non è un minor numero di figli desiderati, ma politiche meno efficienti a favore delle famiglie e delle nuove generazioni. Di seguito un breve estratto tratto dal libro.

di Alessandro Rosina

Diventare madri e padri corrisponde a un passaggio di forte cambiamento nell’organizzazione della quotidianità e nella dimensione relazionale, oltre che nel sistema di attribuzione di significato del proprio essere e agire nel mondo. Se dopo avere avuto il primo figlio ci si trova in difficoltà economica, con complicazioni ingestibili di tempi di vita e di lavoro, con tensioni continue nella coppia, non solo difficilmente si deciderà di avere un altro bambino, ma rappresenterà anche un disincentivo ad attuare la stessa scelta all’interno della propria rete sociale e amicale. Questo processo che porta nuova vita all’interno di una famiglia e di una comunità deve poter trovare adeguato spazio e supportive modalità di accoglienza.

Si tratta di una scelta che deve poter essere non solo realizzata in modo compatibile con altre scelte, ma diventare elemento qualificante di un percorso coerente di sviluppo integrale delle persone. L’esperienza di altri Paesi mostra come occupazione femminile elevata e fecondità più vicina a 2 siano obiettivi possibili con stili di vita e modalità di organizzazione delle società moderne avanzate.

In presenza di adeguati strumenti nel gestire impegni e tempi nei vari ambiti, chi ha lavoro più facilmente sceglie di avere un figlio e chi ha un figlio maggiormente si offre nel mercato del lavoro. Se, invece, essi sono carenti, soprattutto le donne che danno particolare importanza al lavoro rivedono al ribasso (a parità di desideri e preferenze) il numero di figli, mentre le donne che danno più importanza alla famiglia con figli si trovano a rivedere al ribasso (a parità di capacità e competenze) la realizzazione professionale. L’Italia è uno dei peggiori esempi, in questo senso, nelle società moderne avanzate.

Può, allora, essere utile provare a fare chiarezza su come lavoro femminile e fecondità possono crescere insieme, a livello sia macro (in un dato territorio) sia micro (nei percorsi individuali). Proviamo a spiegarlo con un piccolo esempio numerico. Supponiamo, estremizzando, che chi ha figli non lavori e chi lavora non abbia figli. Consideriamo 10 donne adulte, 5 delle quali lavorano e 5 hanno figli (2). Si ottiene in questo caso un tasso di occupazione femminile pari al 50% e 1 come numero medio di figli per donna. Una variante più articolata dello scenario di ‘non conciliazione’ è quello che prevede la combinazione di metà lavoro e metà del numero desiderato di figli. I dati, ad esempio, potrebbero essere i seguenti: tre donne a tempo pieno con zero figli, quattro donne a tempo parziale con un figlio, tre donne totalmente dedicate alla famiglia con due figli. Avremo anche in questo caso un 50% del potenziale femminile impiegato nel mondo del lavoro (considerando due lavori parziali come una unità piena) e un numero medio di figli pari a 1.

Passiamo a considerare il caso in cui ci sia almeno una parziale conciliazione, ovvero che chi lavora a tempo pieno riesca ad avere almeno 1 figlio e chi lavora a tempo parziale 2. I dati diventerebbero nell’esempio precedente: tre donne occupate con zero figli (rimangono non interessate ad averne), due occupate a tempo pieno con 1 figlio (privilegiano la realizzazione in ambito professionale), due donne occupate a tempo parziale con 2 figli, tre donne non occupate con 2 figli (rimangono con orientamento esclusivo per la famiglia). Pur con questa solo parziale conciliazione l’occupazione femminile salirebbe al 60% e la fecondità a 1,2.

Occupazione e numero di figli possono, quindi, aumentare entrambi anche nell’ipotesi che ci sia una relazione negativa a livello individuale tra le due scelte (nell’esempio chi ha 2 figli lavora di meno rispetto a chi non ne ha, e chi è occupata ha meno figli rispetto a chi non lavora). Se le due scelte fossero indipendenti (non in collisione), o tanto più se fossero in interdipendenza positiva nei percorsi individuali (nel caso in cui il lavoro, a parità di preferenze, mettesse nelle condizioni di avere più figli), i due indicatori potrebbero crescere ancor di più. Favorire la conciliazione ha senz’altro ricadute a livello macro, ma può anche favorire un contesto che rafforza le scelte a livello micro. [...]

La spirale negativa che vincola maggiormente nel nostro Paese verso il basso occupazione femminile, fecondità, sicurezza economica delle famiglie, può essere spezzata aumentando le opportunità di alzare congiuntamente verso l’alto, a partire dai contesti sociali più svantaggiati, la scelta (libera) di avere figli e quella di un impiego lavorativo (potendo inserire i figli in un percorso educativo di qualità fin dall’infanzia). I Paesi con fecondità superiore alla nostra non hanno un numero desiderato di figli più alto, ma offrono migliori sostegni e servizi per le famiglie. [...] Dove più efficienti sono gli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia, chi ha lavoro sceglie maggiormente di avere un figlio e chi ha un figlio maggiormente si offre nel mercato del lavoro. [...]

Anche per il tasso di occupazione delle madri con figli non si è osservato negli anni Dieci alcun solido percorso di convergenza con la media europea e di riduzione dei divari territoriali interni. Secondo il Rapporto BES 2020 nella precedente decade i divari con l’Europa per i tassi di occupazione si sono ulteriormente allargati, in particolare per le donne. Se nel 2010 il tasso di occupazione femminile (età 20-64 anni) era di 11,5 punti più basso in Italia rispetto alla media europea, nel 2020 il divario risulta di 14 punti. «Nei Paesi Ue-27 il tasso di occupazione maschile supera di 11,2 punti percentuali quello femminile, mentre in Italia la distanza è di 19,9 punti percentuali (sempre in età 20-64)».

Considerando la fascia centrale della conciliazione, quella tra i 25 e i 49 anni, a essere occupate sono circa il 72% delle donne senza figli contro meno del 55% delle donne con figli piccoli (quasi una su 4 in meno). Si scende sotto il 35% nel Mezzogiorno. Forte è inoltre il legame con il titolo di studio: il rapporto tra tasso di occupazione di chi ha figli piccoli e chi è senza risulta superiore al 92% per le laureate e inferiore al 50% per chi ha titolo di studio basso.

In generale − ma ancor più per cogliere adeguatamente la realtà italiana rispetto ai freni alle scelte sul versante femminile − sono utili indicatori che combinano le varie dimensioni. Si può osservare, ad esempio, che i livelli del tasso di occupazione in età 25-49 anni delle donne single laureate del Nord Italia sono vicini a quelli che si osservano nelle aree più avanzate d’Europa, mentre il tasso di occupazione per le madri con figli in età prescolare e titolo di studio basso si trova circa 25 punti percentuali sotto. Sono, quindi, soprattutto bassa istruzione e carenza di servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia che portano nel complesso l’Italia ad avere uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa. Espongono, inoltre, le famiglie con condizione sociale più bassa a un alto rischio di povertà materiale ed educativa infantile. Ne consegue una trasmissione generazionale delle diseguaglianze che costituisce uno dei freni principali alla mobilità sociale.

 

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