Il dialogo necessario

Il dialogo necessario

07.04.2022
Che cosa cercate?
Che cosa cercate?
autori: Johnny Dotti, Mario Aldegani
formato: Libro
prezzo:
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«Mandiamo in stampa il volume in quest’alba in chiaroscuro del nuovo millennio, quando bagliori e furori di guerra incredibilmente insanguinano di nuovo l’Europa e minacciano il mondo. Ancora una volta il conflitto, dimensione naturale di ogni relazione umana e sociale, diventa automaticamente violenza e guerra a dimostrazione dell’incapacità di dialogare anche dell’umanità del XXI secolo...». Così scrivono gli autori Johnny Dotti e Mario Aldegani nell'introdurre Che cosa cercate? Dialoghi e Vangelo. Un libro che passa in rassegna i dialoghi di o con Gesù da cui nascono spunti di orientamento di natura politica, spirituale, economica. Un libro che ci appare appropriato in questa vigilia di questa Pasqua 2022. In anteprima le prime pagine del volume, con l'augurio che il dialogo possa disporci nel cammino verso la pace.

«
Il dialogo è una scienza e un’arte. Una scienza perché coinvolge la possibilità di approfondire con un altro o con altri i nostri pensieri e le nostre convinzioni, come anche di condividere le nostre incertezze; la scienza del conversare, nell’Occidente, è diventata principalmente dialettica, a partire dal mondo greco sino ai nostri giorni. Il dialogo, però, è anche un’arte. Non è solo l’incontro di due pensieri, ma di due persone. Non è solo lo scambio tra due intelligenze, ma tra due anime, tra due cuori.

Entrambe queste dimensioni del dialogo sono importanti, ma a noi sembra evidente che in questo inizio di millennio si debba cercare di andare oltre la separazione tra intelletto e sentimento, che è monopolizzata sul versante pubblico dalla scienza dialettica – che ha sempre per fine l’obiettivo di convincere, cioè prevalere, su qualcuno – e sul versante privato dall’arte dell’incontro amoroso e dalla sfera dell’affettività. Il dialogo che può dire ancora qualcosa al nostro diventare più vivi, più umani è fatto delle due dimensioni che si tendono a separare. È sostanzialmente un riconoscimento dello spirito che è nell’altro, un riconoscimento reciproco, un passo avanti nell’umanità dei dialoganti, a prescindere da qualsiasi risultato. Non è solo uno strumento per entrare in relazione con gli altri, per regolare contese, per affermare idee o ribadire errori, è la via d’accesso al nostro essere nel mondo, al mistero del nostro essere persone, al significato del nostro esistere.

Nel nostro mondo globalizzato, che si fa ogni giorno più piccolo, la questione del dialogo assume un’importanza notevole, è un crocevia di umanizzazione, la strada sulla quale insieme riusciremo a trovare vie future di vita buona. «Nell’epoca del capitalismo della sorveglianza, in cui ogni interazione col mondo è mediata da un dispositivo tecnico e le relazioni umane sono controllate, mediate, manipolate dalla virtualità, il dialogo diventa l’unico atto reale di “resilienza”» (in D. Filoni, Dialoghi italiani).

Il dialogo è un tema culturale e politico, religioso e teologico, antropologico e sociale che ci interpella a scoprire dimensioni di fraternità ancora sconosciute, almeno nella nostra civiltà occidentale. Queste affermazioni non hanno un significato e un intento moralistico. Lo sappiamo che il dialogo è un sentiero stretto, un faticoso percorso di sacrificio, ma oggi ci pare che vada riscoperto come dimensione umana e relazionale in grado di promuovere e dare futuro al mondo: appunto una scienza e un’arte.

Il dialogo è un’esperienza di tutti, ma nello stesso tempo è anche per tutti un desiderio e un’aspirazione: che le differenze si possano comporre e possano trovare uno stato di relazione in grado di generare armonie e melodie ancora sconosciute. Questa è stata la grande aspirazione di Gandhi che ha immaginato una politica e una liberazione che includesse l’avversario; è stata la grande esperienza di Charles de Foucauld nell’incontro umile e quotidiano con l’islam; è anche l’esperienza nascosta e quotidiana di migliaia di mamme e di papà che affrontano i conflitti della vita e le sue difficoltà con fortezza di testimonianza e con una disponibilità di dialogo che rendono possibile la vita familiare, comunitaria e civile in molti Paesi.

Scrive papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti (n. 198): “Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo ‘dialogare’. Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare. Non c’è bisogno di dire a che serve il dialogo. Mi basta pensare che cosa sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose che hanno tenuto unite famiglie e comunità. Il dialogo perseverante e coraggioso non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo rendercene conto.”

Stiamo parlando quindi non di estemporanei momenti di dialogo nella vita, ma di una vita dialogica: la vita che ha davvero a che fare con le persone con cui si ha a che fare. Una vita dialogica, non una vita monologica. Il dialogo è un’esperienza e una pratica, non è un’astrazione, né una semplice teoria. Si scopre e si impara il dialogo solo dialogando. Il dialogo è legato alla questione dell’incontrare e del farsi incontrare. È legato alla questione dell’altro, come estraneo a me e parte di me: c’è un dialogo anche con se stessi, con la propria ombra.

Il dialogo è la ricerca della verità: un tema che emerge in quello tra Gesù e Pilato. Quando Pilato pone a Gesù la domanda «Che cos’è la verità?», il Maestro non risponde, non poteva rispondere e Pilato non poteva capire. La verità non si definisce, si scopre, si ‘cammina’, è al di là dell’umano. Gesù avrebbe potuto rispondere con le parole che disse a coloro che avevano il cuore aperto a credere e a fidarsi di lui: «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6), ma Pilato non poteva capire. La verità non è l’esattezza scientifica, che è sempre la verifica sperimentale di un’ipotesi pregressa, neppure è il minimo comun denominatore o il minimo comune multiplo, il poco o il tanto su cui ci si può accordare, è piuttosto ciò che nel dialogo si vela e si rivela immediatamente, che ci fa percepire il mistero della vita che si invera nel cammino.

Nell’era della cosiddetta ‘comunicazione globale’, diventare coscienti della necessità esistenziale del dialogo forse ci aiuterà a uscire dall’alienazione a cui l’odierna quantità di eventi comunicativi ci costringe e ci condanna. Nella stessa radice della parola ‘comunicazione’ c’è la parola latina munus, che significa, contemporaneamente, dono e anche obbligazione morale verso gli altri. Il dialogo non è la trasmissione di un contenuto, né tantomeno la definizione sempre più specialistica di termini che informano su qualcosa; è la qualità della nostra relazione con l’altro e quindi del nostro essere nel mondo.  

Noi, esseri viventi che siamo ‘mancanza d’essere’, esistiamo perché coesistiamo, perché dialoghiamo. Il dialogo, quindi, ci pare l’orizzonte più concreto per dare forma all’affermazione tanto sbandierata sulla centralità della dignità umana, perché impegna, cioè dà in pegno la nostra parola e ingaggia la nostra presenza; ci riconosce e ci fa riconoscere nel tu per tu come nella manifestazione più alta della nostra dignità e della nostra gioia di vivere. ‘Parlare’ in latino si dice loquor: che, secondo la grammatica latina, è un verbo deponente, cioè ha la forma passiva ma il significato attivo. Dunque lo stesso ‘parlare’ ha un senso dialogico nella sua radice etimologica. Il dialogo fermenta l’anima dei dialoganti: conduce a un nuovo stato di coscienza. Il dialogo fa andare oltre il pregiudizio e lo stereotipo; di queste catene è prigioniera la dialettica contemporanea. Il pregiudizio è un’opinione preconcetta, capace di assumere, in nome di se stessa, atteggiamenti ingiusti.

Gesù ci insegna che sempre dobbiamo staccarci da ogni pregiudizio, non essere mai ‘sicuri’ nel giudicare gli altri, sospendere il giudizio, perché ciò ci impedisce di incontrarli come essi sono. Per questo Egli afferma: «Non giudicare se non vuoi essere giudicato». Lo stereotipo è un’opinione rigidamente precostituita e generalizzata, non fondata né su un’esperienza diretta, né su una valutazione di cose e persone, che in qualche modo abbiamo messo alla prova, e costruisce spesso lo stigma sociale che incastra non solo la vita di una persona, ma anche quella di molte persone, di intere comunità e interi popoli. Ognuno di noi, sia come singoli che come comunità, fa i conti con i pregiudizi e gli stereotipi, perché sono due condizioni cognitive della nostra intelligenza, che ogni volta ha bisogno di ancorarsi su alcuni punti fermi. Noi siamo portati naturalmente a giudicare secondo stereotipi e pregiudizi ciò che vediamo e sentiamo; e qui si rende necessario fidarsi di una diversa via della conoscenza: il salto della fede e della conversione.

Se riusciamo ad accogliere questo spazio e tempo della relazione, grazie alla nostra ‘buona fede’ e alla coscienza del nostro limite, riusciamo a sospendere la visione limitata e ingiusta che deriva da questi pensieri preconcetti. In tal senso, il dialogo è una vera azione di fede, perché richiede un ‘salto’ di natura intellettuale e sentimentale: chiede il coraggio e il rischio dell’incontro con l’altro. Come apprendiamo dall’ambito della ginnastica, più i salti sono complicati e rischiosi, più ci si deve allenare per eseguirli, altrimenti si rischia di rompersi l’osso del collo… così il dialogo, che è una vera e propria ascesi, esige esercizio, sacrificio e, dunque, educazione.

Educare al dialogo è un grande compito, una vera missione: è però una di quelle forme di educazione che solo si rendono verosimili attraverso la testimonianza. Ciò che si nota a livello di relazione fra singole persone diventa ancora più evidente a livello di relazioni fra gruppi e comunità: generazioni, religioni, etnie e culture. Qui il rischio del pregiudizio e dello stereotipo è ancora più grande, perché alimenta ed è alimentato da un atteggiamento difensivo, dalla paura della diversità, dalla presunzione della propria superiorità. Invece, si dialoga solo ‘alla pari’: tutti uguali, fratelli tutti, alla ricerca di una verità che non è patrimonio di nessuno e che è sempre al di là da venire.»

 

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