Il digiuno degli occhi

Il digiuno degli occhi

08.08.2021

 Guardare un’icona è un digiuno degli occhi
perché l’icona è esercizio spirituale
di uso senza possesso, e quindi di castità.
Guardando con gratuità
quegli occhi e volti bellissimi,
i più belli di tutti, giorno dopo giorno
si diventa un po’ come loro.
Luigino Bruni

 «L’arte della gratuità non è l’arte delle cose gratis, è l’arte del vivere, è l’arte dell’eccedenza necessaria per poter vivere bene insieme.» Parole che Luigino Bruni ha approfondito nel libro che si intitola proprio L'arte della gratuità. Di seguito un breve estratto dal capitolo intitolato Il digiuno degli occhi.

L’icona si scrive, non si dipinge, e ha un rapporto speciale con il volto – il linguaggio dell’icona è quello dei colori, degli occhi, dei movimenti della bocca, delle mani e dei corpi. Per la teologia ortodossa l’autore dell’icona è Dio stesso che si serve della mano dell’artista (in genere un monaco). Molto bella è la definizione che ne dà Olivier Clément: «L’icona non appartiene all’ordine magico del possesso, ma all’ordine propriamente cristiano della comunione. Rimanda alla categoria della relazione, dell’incontro». E aggiunge: «guardare un’icona è un digiuno degli occhi».

È digiuno degli occhi perché l’icona è esercizio spirituale di uso senza possesso, e quindi di castità. Guardando con gratuità quegli occhi e volti bellissimi, i più belli di tutti, giorno dopo giorno si diventa un po’ come loro.

Forse non abbiamo ‘consumato’ tutte le donne e i bambini che abbiamo guardato perché ci portavamo impressi nell’anima secoli di questi sguardi casti di moltissime donne e di qualche uomo. Abbiamo imparato che eravamo veramente ‘immagine e somiglianza di Dio’ non leggendo la Genesi ma guardando e baciando quei volti meravigliosi, per poi scoprire che ci somigliavano. Da quelle ‘finestre’ abbiamo visto il paradiso, e abbiamo capito che anche noi eravamo un pezzo di cielo.

Il culto delle icone fu più combattuto di quello delle reliquie. Tra l’VIII e il IX secolo ci furono lotte iconoclaste e concili ecumenici, correnti della chiesa che per proteggere la purezza del culto e combattere il peccato di idolatria (e per altre ragioni politiche, non ultime l’identità del cristianesimo orientale a contatto con l’Islam, cultura anti-iconica), hanno distrutto migliaia di icone e cancella to affreschi dalle chiese in tutta Europa. Questi paladini della purezza della religione – sempre abbondanti in tutte le epoche – non sono riusciti a vincere la pietà del popolo e la sua fede diversa da quella dei teologi.

È certo che nelle reliquie e nelle icone si intrecciano fede e magia, verità e menzogna (infinite erano le false reliquie), religione e superstizione. Si intrecciano qui come si intrecciano in ogni altra dimensione della vita, che è viva perché promiscua, perché è grano e zizzania, insieme. Siamo usciti dal ‘mondo incantato’ (Charles Taylor), abbiamo smesso di baciare le icone, di sognare santi e angeli, e ci siamo impoveriti di presente, di passato e di futuro. Certo, sognavamo anche i demoni, ma sapevamo che Gesù e Maria erano più belli e più forti, e li vincevano.

Finché i mercati sono stati popolati da reliquie e da icone insieme a panni e spezie, i mercati sono rimasti plurali e le merci diverse. Accanto al pepe e alla seta c’erano il volto di Gesù e di Maria, reliquie di santi e di martiri. Tutti abitanti degli stessi mercati medioevali.

La Riforma protestante ha reagito di fronte alla promiscuità della fede popolare, che ha chiamato idolatria. Ha prodotto una nuova lotta iconoclasta, soprattutto in ambienti calvinisti. Altre statue di santi abbattute, dipinti e affreschi cancellati, lotta ai pellegrinaggi, alle icone e alle reliquie, alle stesse chiese.

E così, nel mondo nuovo spopolato di questi beni diversi, le merci sono rimaste le uniche protagoniste dei mercati. Il posto delle reliquie e delle icone lo hanno preso le merci e il loro ‘feticismo’, quello dei pellegrinaggi, i viaggi d’affari e il turismo con i suoi souvenir.   […]

Eliminando dall’orizzonte del paesaggio moderno qualsiasi bene che non fosse merce, dalla cancellazione degli oggetti di culto è nato il culto degli oggetti. Con una grande differenza: mentre le reliquie e le icone non potevano essere possedute ma solo guardate, non potevano essere adorate ma solo venerate, le merci sono solo possedute e adorate. […]

Cacciati dal mondo incantato ci siamo ritrovati tra reliquie e icone impoverite. La modernità, come tutte le rivoluzioni, ha dovuto pagare i suoi prezzi: la sostituzione dell’incanto delle cose con l’incantesimo delle merci è stato forse quello più alto.

 
PdfL'arte della gratuità
L'arte della gratuità
autore: Luigino Bruni
collana: Pagine prime
formato: Ebook | editore: Vita e Pensiero | anno: 2021
C’è un’importante tradizione di pensiero che ha letto il capitalismo come figlio del cristianesimo europeo e occidentale
€ 9,99

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