Il lavoro della cura: prerogativa della donna?

Il lavoro della cura: prerogativa della donna?

26.02.2024
Sull'etica della cura
Sull'etica della cura
autori: Luigina Mortari
formato: Libro
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La cura e le donne: da un lato si è spesso associata questa attività come appannaggio solo del femminile; di contro, alcuni movimenti femministi separano nettamente la donna dalle attività di cura, stigmatizzandola. Luigina Mortari nel suo libro Sull'etica della cura, ci dice invece che la cura è un'attività che riguarda tutti, uomini e donne, in quanto esseri umani. 
In occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne vi proponiamo un estratto, dal capitolo "Il dibattito sull'etica della cura".

di Luigina Mortari

«Alcune teoriche, esponenti del feminist thinking, ritengono che dare valore all’etica della cura sia rischioso perché il lavoro di cura è sottovalutato nella nostra cultura e dal momento che una buona parte dei lavori di cura è effettuato dalle donne, dare spazio a un’etica della cura potrebbe concorrere a relegare le donne in attività di scarso valore sociale. Due sono gli argomenti critici rispetto a questa posizione.

Innanzitutto, va rilevato che la tendenza in certi teorici e in certe teoriche a ritenere che il lavoro di cura sia tipicamente femminile è conseguente al fatto che esponenti importanti di questo pensiero (ad esempio, Gilligan, Noddings, Kittay) assumono come riferimento per pensare l’etica della cura la relazione materna. Inoltre, soprattutto nelle prime fasi del dibattito, si rileva la tendenza a vedere solo una parte del lavoro di cura, quello deputato a conservare la vita nello spazio familiare e il lavoro assistenziale, senza considerare che la cura non è solo routinaria attività di presa in carico della materialità della vita, ma si concretizza in un largo spettro di attività che conservano, riparano e coltivano la vita nelle sue espressioni più importanti in ogni regione esperienziale: sanitaria, educativa, politica.

Ad esempio, quando Virginia Held parla del lavoro etico femminile considera il coltivare relazioni nella famiglia e con gli amici, la cura dei più vulnerabili come i bambini e gli anziani ma non cita il lavoro professionale di cura svolto dalle insegnanti e dalle infermiere, né quello di chi dirige imprese introducendo nella gestione il principio di cura e di chi si è impegnata nei movimenti politici. Peta Bowden considera essenziale prendere in esame la cura materna e la cura infermieristica, trascurando che la relazione terapeutica di cura è esercitata da tutto il personale sanitario, non solo dalle “infermiere donne”, e afferma che il fare riferimento a quelle che considera pratiche segnatamente femminili è la base per la riflessione sulla qualità e sulle implicazioni dell’etica della cura. Si può affermare che ai suoi inizi l’etica della cura è stata formalizzata tenendo lo sguardo solo su alcune pratiche.

Detto questo è necessario comprendere la ragione per la quale si rintraccia resistenza nei confronti della cura. A questo scopo è utile riprendere la distinzione arendtiana fra labor, work e action

Hannah Arendt usa il termine labor per indicare l’attività che ci tiene legati alla necessità di soddisfare i bisogni vitali, work per designare il produrre artefatti nettamente distinti dalle cose che la natura mette a disposizione, e action, cioè l’agire, per indicare l’azione politica che crea comunità. Chi non riesce a vedere la densità culturale delle pratiche di cura le qualifica solo come labor e inoltre del labor non sa vedere il suo valore irrinunciabile per la costruzione della comunità umana. Invece, si può dire che la cura sia un modo di esserci che in certi casi assume la forma del labor, in altri casi la forma del work e dell’action. La cura che si occupa di nutrire i neonati, di accudire le persone in stato di completa dipendenza, di provvedere a rendere abitabili gli ambienti di vita è concettualizzabile come labor poiché deve continuamente essere procurata senza che questo agire si traduca nella produzione di qualcosa di oggettivabile che permane nel tempo, ma non si tiene conto che chi ha cura dei neonati o degli anziani allo stesso tempo mette in atto una forma di cura cognitiva, etica, estetica e spirituale che produce qualcosa di grande valore come il tenere in vita la vita.

La cura educativa che coltiva la mente degli studenti, la cura medica che produce un cambiamento di stato nel paziente migliorando le sue condizioni ha la qualità del lavoro come work perché produce qualcosa di nuovo e duraturo; la messa in atto della cura sia come labor sia come work prende la forma dell’agire politico ogni volta che agendo con cura si pronuncia il senso di ciò che si fa e quando con il discorso si mette la cura al centro dell’agenda politica con l’obiettivo di umanizzare una realtà sempre più svuotata di senso.

[...] Rispetto alla tradizione di pensiero cui fa riferimento la Arendt il messaggio evangelico è rivoluzionario perché mette al centro dell’agire con senso proprio il labor della cura non solo come cura dell’anima e come politica dell’agire pubblico, ma anche in certi gesti a contatto con la materialità della vita. Nel Vangelo, il compito che Gesù assegna agli esseri umani è un compito di cura non solo spirituale ma anche materiale: “dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri” (Gv 13, 14). Il discepolo Simon Pietro, interprete del pensiero tradizionale, si rifiuta di farsi lavare i piedi considerando questo gesto un servizio non adatto a chi è maestro di vita. Ma Gesù risponde facendo capire che questa azione di cura è espressione dell’agápe, cioè dell’amore spirituale per l’altro; così, infatti, si evince leggendo quanto Gesù dice immediatamente prima ai suoi discepoli, ai quali spiega che il suo compito è quello di amare gli altri e che se loro non gli consentiranno di lavare i piedi non potrà avere cura di loro nel senso dell’agápe.

La cura del lavare i piedi è un gesto che non va inteso come un sottoporsi a un obbligo che sminuisce il proprio essere, perché se l’altro non ci consente di avere cura di lui anche nelle forme del labor la nostra presenza perde di valore. Il passo evangelico si conclude poi con l’enunciazione da parte di Gesù del principio etico: “amatevi gli uni gli altri; come io ho amato voi, voi amatevi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). L’amore come agápe per gli altri è un agire che si attualizza non solo nella cura dell’anima, ma anche come servizio di cura per il corpo. È non solo con le sue parole, ma anche con i suoi gesti che Gesù sottrae il lavoro di cura che si occupa della materialità della vita a un’interpretazione svalutativa e lo codifica come espressione dell’agápe, cioè di quel modo di esserci amorevole verso l’altro che è l’espressione più alta dell’umano.



 

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