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Il periglioso viaggio di Hayez da Brescia a Parigi

12.06.2019
«Deplorevoli accidenti». Il viaggio periglioso della pala di Castenedolo
di Francesco Hayez all’Esposizione universale di Parigi del 1867
«Deplorevoli accidenti». Il viaggio periglioso della pala di Castenedolo di Francesco Hayez all’Esposizione universale di Parigi del 1867
autori: Giuseppe Fusari
formato: Articolo
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Sull'ultimo numero della rivista "Arte Lombarda", un avvincente articolo di Giuseppe Fusari racconta il periglioso viaggio della Pala di Hayez, raffigurante il Martirio di san Bartolomeo, da Castenedolo (Brescia) all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 attraverso lo studio del carteggio inedito tra la Fabbriceria di Castenedolo e la Reale Accademia di Belle Arti di Milano. Una preziosa testimonianza di quanto fosse difficile e pericoloso far viaggiare, poco dopo la metà dell’Ottocento, dipinti di queste dimensioni.

Se i fabbricieri della parrocchia di Castenedolo (Brescia) avessero immaginato quale bufera sarebbe derivata dal prestito della tela di Francesco Hayez raffigurante il Martirio di san Bartolomeo all’Esposizione universale di Parigi del 1867, probabilmente non sarebbero stati così ottimisti nel rispondere alla presidenza della Reale Accademia di Belle Arti di Milano che la Fabbriceria era «ben soddisfatta che si presenti qual occasione onde far ammirare anche all’estero un’opera distinta del chiarissimo pittore e gloria delle arti italiane».
La grande tela (cm 425 × 233), destinata al presbiterio della parrocchiale, costruita tra il 1803 e il 1826 su disegno del bresciano Carlo Donegani (Brescia, 1775-1845), era stata commissionata ad Hayez nel 1853. Pagata 14.500 lire austriache, giungeva alla sua sede tre anni dopo, nel 1856.
Nell’archivio parrocchiale di Castenedolo si trova un fascicolo nel quale è conservato il carteggio tra la Fabbriceria di Castenedolo e la Reale Accademia di Belle Arti di Milano, tuttora inedito, attraverso il quale si possono ricostruire gli avvenimenti che accompagnarono il prestito dell’opera e i danni che essa dovette subire, ora per motivi fortuiti, ora per le condizioni disagevoli dei trasporti. La vicenda diventa anche emblematica per ripercorrere quanto fosse difficile e pericoloso far viaggiare, poco dopo la metà dell’Ottocento, dipinti di queste dimensioni e come a volte le condizioni atmosferiche, a volte il caso, potessero ridurre quasi a un ‘rudere’ un’opera compiuta poco più di dieci anni prima.
Per l’esposizione parigina del 1867 (1° aprile - 31 ottobre), la presidenza dell’Accademia di Brera partecipava quanto segue alla Fabbriceria di Castenedolo, che secondo la normativa del Regno Lombardo-Veneto reggeva l’amministrazione della parrocchia:

la regia Commissione centrale per l’Esposizione universale di Parigi del 1867, nell’intento di procurare che l’arte italiana sia degnamente rappresentata a quel solenne convegno di tutte le nazioni civili, ha interessato le varie sottocommissioni da essa costituite presso le principali Accademie di belle arti d’Italia ad adoperarsi colla più premurosa sollecitudine onde ottenere per l’Esposizione medesima, non solo dai privati amatori ma eziandio dalle chiese e dai pubblici stabilimenti, le opere più insigni prodotte nell’ultimo dodicennio, e che ottennero in special modo il pubblico suffragio.

[...] I tempi per la consegna del dipinto erano tuttavia strettissimi: dalla prima comunicazione del 13 gennaio alla data utile per l’arrivo a Milano (25-26 gennaio) passano poco più di dieci giorni; ed è forse per questo che, fin da subito, sorgono problemi, non solo sui tempi e le modalità del trasporto, ma anche sulla tenuta della cassa, esposta all’umidità e agli agenti atmosferici.
Tutto sembra, nella lettera del 30 gennaio, andare per il meglio: la presidenza informa

dell’arrivo a questa stazione ed in ottimo stato della cassa contenente il noto dipinto del signor professor cavalier Hayez, [e che] essa si è affrettata di munirla dei necessarii ricapiti per il pronto suo inoltro alla sottocommissione di spedizione in Genova, donde fra pochi giorni verrà imbarcata sul bastimento l’Europa e diretta per la via di Marsiglia a Parigi;

ma già nella lettera successiva, del 13 febbraio, si comincia a parlare di problemi e di danni al dipinto. La cassa era giunta a Milano in buono stato,

presentava però all’esterno sensibili traccie di umidità, a cui per avventura andò esposta; ma essendo stata aperta onde apporvi nell’interno i cartelli stampati, a norma delle istruzioni relative all’invio delle opere destinate alla Esposizione di Parigi, si riconobbe che il dipinto era affatto illeso, malgrado che da qualche indizio si dovesse arguire che l’acqua erasi pure infiltrata anche nell’interno. Finite le richieste operazioni la cassa venne tenuta al riparo dalle intemperie ed inoltrata in seguito a Genova colle medesime cautele per cura dell’amministrazione della ferrovia.

Il viaggio verso Genova doveva, però, essere stato ancor più difficile, tanto che la presidenza si sentiva costretta, nella stessa lettera, a proseguire in una relazione dolorosa quanto dettagliata sullo stato nel quale l’opera era giunta nel capoluogo ligure:

Qualche giorno dopo la Scrivente ricevette con dolorosa sorpresa avviso dalla sottocommissione di spedizione di Genova che, sospettando essa dalle traccie di umidità nell’interno della cassa, che potesse essere penetrata dell’acqua anche nell’interno a danno del dipinto, fece aprire la cassa e constatò: «1° Che il coperchio ed il fondo della cassa, non abbastanza solidamente costrutti, in conseguenza del proprio peso e dell’umidità si erano piegati con tendenza a combacciarsi al centro. 2° Che il coperchio avea piegato fino a posarsi sui traversi del telajo del dipinto, i quali a loro volta aveano spinto la tela dipinta verso il fondo della cassa. 3° Che la tela del quadro si era per conseguenza inumidita. 4° Che il dipinto per buona sorte trovasi pochissimo danneggiato, riscontrandovisi soltanto una scrostatura di circa 5 in 6 centimetri quadrati sul gruppo delle nuvole sotto la gloria a canto alla mano destra del santo. 5° Che la cornice è ben poco danneggiata; e solamente per circa 25 centimetri al punto ove comincia la curva». Soggiungeva la predetta sottocommissione che quel dipinto fu posto in luogo ventilato ed all’ombra, affinché potesse più facilmente asciugarsi, provvedendo pure al raddrizzamento dei traversi del telajo, e a far rinforzare la cassa ed il coperchio con ispranghe a traverso. Quindi affidò il ristauro della piccola parte guasta del quadro al professor di pittura presso l’Accademia Ligustica.

[...] Le assicurazioni che «per la cortese sollecitudine della sottocommissione di Genova, quel prezioso lavoro non sarà esposto ad ulteriori dispiacevoli eventualità, né porterà traccia del piccolo guasto avvenuto» e l’interessamento della regia Commissione di Firenze per «invigilare con ispeciale attenzione la collocazione di quel capo d’opera, e la sua conservazione» non furono tuttavia sufficienti a prevenire quello che, una volta a Parigi, doveva succedere al dipinto.
Come un fulmine a ciel sereno, con una lettera del 4 giugno 1867, la presidenza di Milano informava la Fabbriceria che

già da un circa mese [sic] questa presidenza era stata edotta per notizie private da Parigi, che il quadro del signor professore cavaliere Hayez, rappresentante il Martirio di san Bartolomeo, posseduto da codesta chiesa parrocchiale, era andato soggetto a qualche guasto, dopo essere stato collocato nelle sale della Esposizione.

Circa l’entità dei danni, che il Commissariato italiano a Parigi aveva definito «di non molta entità», e sulla dinamica dell’incidente, non si era potuta aver notizia precisa fino al ritorno di Giuseppe Bertini, «collega del professore Hayez nell’insegnamento di pitture in questa Accademia, che trovavasi a Parigi nella qualità di giurato», e si aggiungeva che «all’imminente ritorno a Milano del suddetto signor Bertini si avrebbero avute esatte e particolareggiate indicazioni sul fatto in discorso». Il presidente dell’Accademia di Belle Arti, conte Belgiojoso, continuava:

Il professore Bertini si è solo jeri presentato a questa presidenza per informarla che il quadro si staccò dalla parete per una impreveduta combinazione non imputabile ad alcuno, e che, travolgendo nella sua caduta una statua in marmo che andò in frantumi, rimase leggermente perforato in una delle parti meno interessanti della sua superficie. Aggiunse di aver ristaurato, come meglio le circostanze permettevano, la parte guasta, ma essere necessaria una più completa ed accurata riparazione, che potrà effettuarsi solo al ritorno del quadro da Parigi.

Tralasciando di sottolineare qui la virtù tutta italica dell’invocare il caso fortuito e scansare ogni responsabilità («una impreveduta combinazione non imputabile ad alcuno»), intervenuta più volte nel carteggio, si nota nello scritto una comprensibile reticenza nel far presente alla Fabbriceria la gravità di quanto era successo.
La tela tornava da Parigi solo alla fine di gennaio dell’anno successivo e subito si palesava lo stato deplorevole nel quale versava anche a motivo della scelta di rimandarla arrotolata su un cilindro, scelta per la quale, ancora una volta, non si conosceva il responsabile.

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