Il tempo dell'annuncio

Il tempo dell'annuncio

26.02.2024
Un tempo per piantare e un tempo per sradicare
Un tempo per piantare e un tempo per sradicare
autori: Tomáš Halík
formato: Libro
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Tomáš Halík in Un tempo per piantare e un tempo per sradicare. Quaresima e Pasqua di un'epoca inquieta ci accompagna nel tempo liturgico della Pasqua, dal Mercoledì delle Ceneri fino alla Pentecoste. Una raccolta di omelie che contiene spunti e pensieri capaci di invitare a un cambio di prospettiva e a ripensare qual è nel profondo il mistero pasquale: qualcosa deve morire, ci dice, anche nella Chiesa, anche nella nostra fede adagiata nelle consuetudini, perché possa avvenire la risurrezione, la profonda trasformazione che apre al futuro. Di seguito un breve estratto dall'Introduzione dove il teologo di Praga si interroga sull'essere cristiani oggi e racconta anche una esperienza concreta di una Chiesa che è aperta ai seekers, ai "cercatori" di spiritualità.

«Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, 
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.»
(Qoelet 3,1-2)

«Da molti anni l’Akademická Farnost (Parrocchia Accademica), grazie a un archivio digitale di omelie, ma anche tramite i libri degli ‘autori del Salvatore’ e i video realizzati dai membri della nostra squadra, serve un’ampia comunità di credenti e di persone che conducono una ricerca spirituale al di là dei confini della Chiesa e degli Stati. È divenuta una forma significativa del cristianesimo ceco contemporaneo. La Parrocchia Accademica si è trasformata gradualmente in un laboratorio intellettuale e spirituale e in un luogo di dialogo con la scienza, la filosofia e l’arte e di fertili incontri ecumenici e internazionali. Nei trent’anni intercorsi tra la caduta del comunismo e oggi, la nostra parrocchia è divenuta per molti la porta d’ingresso nella Chiesa cattolica; alcune migliaia di adulti, soprattutto studenti universitari, hanno ricevuto qui il sacramento del Battesimo, della Prima comunione e della Cresima. Tuttavia, ormai da tempo, il mistero della vitalità di questa parrocchia non è rappresentato dalla sola predicazione. Consiste piuttosto nello sforzo di coniugare i tre pilastri del servizio pastorale: in primo luogo l’attenzione verso una fede meditata, capace di sostenere un dialogo intellettuale con una società prevalentemente agnostica, ‘apateista’, anticlericale (ma non atea); in secondo luogo, l’attenzione verso una costante crescita spirituale individuale, una cultura di approccio contemplativo alla vita; infine, l’attenzione verso l’impegno dei cristiani nella società civile. [...] 

Nel corso degli anni si è dimostrato che il vero settore cardine del lavoro pastorale è il secondo pilastro: l’approfondimento costante della vita spirituale di ciascun individuo. Sono funzionali a questo scopo i regolari incontri serali di meditazione, il servizio di ‘accompagnamento spirituale’ e soprattutto il ricco programma di esercizi spirituali e corsi di contemplazione in quella che potremmo definire la ‘sede distaccata della parrocchia del Salvatore’: il Centro di spiritualità ed esercizi spirituali nell’ex convento dei cappuccini a Kolín. Mentre prima chi completava i due anni di preparazione da catecumeno e la formazione prevista per la cresima e il matrimonio o chi partecipava ai corsi sui fondamenti della fede difficilmente trovava, una volta uscito da questa vivace parrocchia praghese, una dimora spirituale in parrocchie di campagna spesso agonizzanti, e attraversava per questo facilmente una crisi della propria identità cristiana e della propria appartenenza alla Chiesa, oggi si è dimostrato che coloro che hanno abbinato alle lezioni e alle discussioni in parrocchia la pratica spirituale nel convento di Kolín e in seguito vi sono tornati per ritiri di alcuni giorni, hanno gestito bene le proprie crisi: la loro fede ha messo radici.

Considero quale terzo pilastro dell’esistenza cristiana l’unione di contemplazione e azione: non vogliamo creare comunità chiuse alla maniera dei ghetti o una «Chiesa come comunità parallela» […] I giovani cristiani della nostra parrocchia partecipano alla vita della società civile, impegnandosi soprattutto in iniziative ecologiche, educative e culturali o in movimenti in difesa della libertà e della democrazia contro il populismo, il nazionalismo e la xenofobia, così come nell’aiuto ai rifugiati e ai Paesi in via di sviluppo. Durante l’epidemia di Coronavirus molti giovani cristiani, insieme ad altri giovani, hanno fatto volontariato nell’assistenza sanitaria e nella cura degli anziani e di altre persone vulnerabili.

Nella Repubblica Ceca, durante l’ultimo periodo di crisi, mentre i dirigenti della Chiesa tacevano e quelli dello Stato commettevano una serie di errori, la comunità civile (a livello di comuni e di iniziative popolari) e piccoli gruppi di laici cristiani hanno dato prova della loro vitalità e della loro incisività. Da parte della gerarchia, non è risuonata verso la società una voce univoca che testimoniasse sapienza pastorale, senso di responsabilità e cura nei confronti della vita comune. Le opinioni ufficiali della Chiesa esprimevano un interesse rivolto principalmente ad aspetti legati al ‘funzionamento’. Ad esempio, nel periodo in cui le chiese sono rimaste chiuse, suggerivano di seguire la messa sui media ecclesiastici, e almeno in una diocesi ceca al copione delle funzioni religiose a distanza si è aggiunto un severo ammonimento rivolto ai laici di non tentare di leggere il Vangelo né di accostare al testo biblico un commento personale. Invece proprio il dialogo sul Vangelo all’interno delle famiglie si è dimostrato uno dei frutti spirituali più preziosi di quel periodo. Il coraggio di superare il timore clericale nonché le proprie timidezze e di esprimere e condividere la propria esperienza della fede ha aiutato a scoprire il carisma di chi ci è più vicino, e in molti casi anche il tesoro della Scrittura, spesso sepolto sotto la routine delle formule religiose.  

I media cristiani e le pagine social di molte parrocchie hanno ampiamente coperto la messa in onda delle funzioni religiose. […] Sono stato grato al pontefice che, nel corso di una funzione trasmessa online, ha poi riconosciuto di essere consapevole del problema rappresentato dal sostituire la presenza reale dei credenti alla celebrazione dell’Eucaristia con il consumo di funzioni religiose su uno schermo televisivo. La nostra parrocchia non ha trasmesso le messe: al contrario, ho espresso più volte la mia convinzione che la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia sia legata alla presenza reale dei credenti al banchetto eucaristico. I social network sono un aiuto ben accetto per la trasmissione di dati e informazioni – comprese molte espressioni della Chiesa come omelie e catechesi – ma non possono rendere concreta una celebrazione, tanto meno la celebrazione dell’Eucaristia. Un banchetto non può svolgersi ‘a distanza’. L’Eucaristia è la fonte di vita della Chiesa come comunità, è un mezzo di comunicazione non solo con Dio, ma anche con gli altri: nell’Eucaristia Cristo accoglie noi e contemporaneamente noi accogliamo Cristo e i nostri fratelli e sorelle. Accogliamo lui e in lui e per lui.

L’argomento secondo il quale seguire una messa in televisione risveglierebbe nello spettatore sentimenti di devozione palesa un fraintendimento del senso della liturgia e forse anche della fede: prendere parte all’Eucaristia non è una questione di sentimenti; la biosfera della fede non è l’emotività, bensì l’interezza della nostra esistenza, calata nella realtà del mondo. L’astensione forzata dall’Eucaristia e dagli altri sacramenti mi è sembrata una preziosa manifestazione di pedagogia divina: l’occasione per una più profonda riflessione sul significato dell’Eucaristia per la nostra vita. […] Se per molti cattolici la frequentazione domenicale della messa era uno dei pilasti principali della propria identità cristiana, adesso sono stati posti di fronte all’interrogativo su quale può essere la sorgente ulteriore e più profonda della loro vita e della loro fede. Cosa rende cristiano un cristiano, quando non è possibile il ‘funzionamento’ tradizionale della Chiesa? […] 

Nel testo in cui, al principio della pandemia, provavo a ragionare su questo evento [vedi l'ebook gratuito Il tempo delle chiese vuote], mi sono posto la domanda se il tempo delle chiese chiuse non sia un segno profetico, un ammonimento divino. […] Temo che, se la Chiesa non prenderà sul serio il pressante appello di papa Francesco per una riforma interna, per un ritorno radicale al Vangelo per approfondire teologia, spiritualità e lavoro pastorale, il tempo delle chiese vuote possa diventare l’immagine ammonitrice di un futuro prossimo. […] Probabilmente non sono stato il solo, nel periodo in cui non si è potuto celebrare la messa in pubblico, a percepire, per certi versi in modo paradossale, la presenza della Pasqua cristiana nella società ceca più intensamente che mai. La Pasqua è stata a lungo vissuta dalla grande maggioranza dei cechi come una ‘festa di primavera’, un giorno di vacanza, al massimo vivacizzata da una qualche imitazione folcloristica di antichi riti pagani. Sorprendentemente, il periodo di chiusura delle chiese ha permesso a molte persone di accedere al cuore cristiano di questa festa: un cuore, per così dire, presente pur nell’assenza.

Le porte chiuse delle chiese ricordavano che dietro di esse a Pasqua accadeva qualcosa, e che ciò che in quell’anno era negato a una parte della società (i cristiani praticanti) valeva in qualche modo per tutti. [...] Con le mie riflessioni al tempo delle chiese vuote ho voluto certamente confortare e incoraggiare gli ascoltatori, condurli più a fondo nel mistero della Pasqua, cuore della fede cristiana, ma anche prepararli a un tempo in cui dovremo entrare con maggiore coraggio e fiducia nella nube del mistero e saper vivere in mezzo a problemi e sfide nuove, per le quali non abbiamo risposte pronte. Il ‘mondo post-Covid’ sarà per molti versi diverso e ancora più complesso di quello precedente a questo evento di portata globale. Tuttavia, la Bibbia dice che Abramo, «padre della fede», accettò la chiamata di Dio e si mise in viaggio senza conoscere la meta (Eb 11,8).

Durante la quarantena, mentre scrivevo queste omelie e le consegnavo alla telecamera davanti ai banchi vuoti, ho avuto più tempo per pensare al mondo, a Dio e a me stesso. Ho dovuto fare i conti con la possibilità che, rientrando nella categoria degli anziani a rischio, anch’io potessi venir contagiato dal virus, ammalarmi e infine morire. Il pensiero della possibilità di una morte imminente non ha suscitato in me paura, ma il bisogno di ricapitolare, di fare i conti: queste omelie qui raccolte sono compenetrate dalla necessità di riflettere sulla direzione presa dalla nostra parrocchia, dalla mia teologia, dalla mia vita, da ciò che costituisce il vero nucleo della mia fede: cosa significa per me essere cristiano.

Ho riscoperto per me stesso il mistero della Pasqua, il mistero della Morte – e della Risurrezione: qualcosa deve morire (anche nella Chiesa, in noi, nella nostra fede) perché possa avvenire la Risurrezione – e la Risurrezione non è un ritorno, ma una trasformazione profonda. Questo pensiero mi ha accompagnato per tutto quello strano periodo (e continua a vivere in me), non c’è quindi da stupirsi che sia uno degli argomenti preminenti di molte delle mie conferenze. Uno dei capisaldi della mia teologia è l’idea della resurrectio continua: la continuazione della vittoria di Gesù sulla morte, sulla paura e sulla colpa come un fiume vivificante che, in certi momenti, risale dal profondo alla superficie nelle storie personali dei fedeli e nelle azioni della Chiesa, nei momenti di conversione e di riforma, preannunciati da crisi e da prove.
Il tempo in cui, per un momento, la fretta e le corse dietro alle cose da fare si sono arrestate è divenuto per me un ‘tempo di annunciazione’. Il chronos, il tempo ritmato dalle lancette dell’orologio e della fitta serie di appuntamenti in un’agenda stracolma, è diventato un momento di opportunità: kairos. Anche l’introduzione alla kairologia, a cui ho lavorato per molti anni, ha ricevuto nuovi impulsi. In questo libro presento ora ai lettori alcuni echi e frutti della meravigliosa primavera del 2020.»
 

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