La prospettiva dirompente dello sguardo femminile

La prospettiva dirompente dello sguardo femminile

04.08.2021
Con voce di donna: lo sguardo femminile tra vita quotidiana e accademia
Con voce di donna: lo sguardo femminile tra vita quotidiana e accademia
autori: Chiara Giaccardi
formato: Capitolo
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Nel momento in cui
lo sguardo femminile
prende voce sulla scena pubblica,
nuove prospettive diventano pensabili e praticabili.
Chiara Giaccardi

Cos’è la femminilità? Secondo quanto scrive il filosofo Emmanuel Lévinas nell’opera Il tempo e l’altro è un movimento opposto a quello della coscienza: la coscienza afferra, cerca di possedere; la femminilità si ritrae altrove, la sua trascendenza costituisce l’essenza della sua alterità, il suo ‘mistero’, quella parte di essere che non può essere sezionata o radiografata, e quindi posseduta.

È il punto di partenza scelto da Chiara Giaccardi – professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove dirige anche la rivista Comunicazioni Sociali-Journal of Media, Performing Arts and Cultural Studies – nel saggio Con voce di donna: lo sguardo femminile tra vita quotidiana e accademia. Lo sguardo femminile, che «è fonte di novità e per questo anche minaccioso rispetto a ogni sistema, intellettuale e sociale, che pretenda di realizzare una sintesi totalizzante», quando «prende voce sulla scena pubblica» fa sì che «nuove prospettive diventano pensabili e praticabili». Anche nell’accademia, anche nella ricerca scientifica.

«Nella riflessione delle scienze sociali», per esempio, scrive la Giaccardi: «il contributo di studiose donne ha introdotto e consolidato come legittimi ambiti di indagine prima completamente trascurati (la vita quotidiana, l’esperienza, le relazioni di cura, la memoria: si pensi, tra gli altri, ai lavori di Gabriella Turnaturi, Renate Siebert, Carmen Leccardi, Elena Pulcini), metodi di analisi ritenuti poco scientifici (le storie di vita, le interviste biografiche, la fotografia), strumenti di comprensione della realtà̀ inediti (il potere cognitivo delle emozioni, i saperi situati), posture del ricercatore prima sottovalutate o ritenute addirittura controproducenti (il coinvolgimento con la situazione, la ricerca-intervento).»

Lo sguardo femminile – soprattutto lì dove ci si è basati a lungo su «un presunto universalismo che in realtà assolutizzava il punto di vista maschile» – ha avuto e ha la capacità di attivare un’azione di rottura del senso comune; è quello che è successo appunto nelle scienze sociali, dove quello che è stato fatto emergere è oggi «incorporato legittimamente e a pieno titolo nel sapere condiviso».

Un sapere che ha contagiato anche la società non accademica: «sia nel lessico, che ha acquisito nella sua semantica positiva termini come sensibilità, reciprocità, sollecitudine. Sia, per esempio, in quel grande repertorio di risorse simboliche ad alta accessibilità che è la comunicazione mediatica: nelle rappresentazioni della pubblicità, o della fiction, è ormai comune la presenza di uomini sensibili, impegnati in compiti di cura, soggetti alle emozioni, insicuri di fronte alla molteplicità dei riferimenti e delle istanze per l’azione, disponibili al dialogo e al confronto: cosa che, anche solo vent’anni anni fa, era, almeno in Italia, praticamente assente.»

Sempre secondo la studiosa, il ruolo attivo delle donne permette in generale di ripensare l’individualismo senza assolutizzare il punto di vista e il paradigma maschile, stando attenti però a non « annacquare il significato della differenza come oggi si sta cercando di fare, con un’operazione specularmente opposta al maschilismo metodologico (solo apparentemente asessuato)». Si dovrebbe allora incorporare la prospettiva femminile nella ridefinizione socio-antropologica del concetto di individuo, o meglio di persona che «contro ogni monismo (maschile), dualismo (oppositivo e conflittuale) e ogni in-differenza (dove tutto è ugualmente ‘disponibile’), è riconosciuta come essere duale e relazionale».

Così, «nell’arcipelago del noi» metafora dei legami sociali, «la donna rappresenta il mare che unisce, che consente di traghettare saperi ed esperienze tra i soggetti e le situazioni, senza cancellare le differenze ma reinfittendo, attraverso l’ascolto, la sollecitudine e la cura, quel tessuto sociale che l’individualismo spinto ha reso liso e sfilacciato».

 

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