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Le mamme e il magnifico segreto

04.05.2021

In occasione della festa della mamma, condividiamo un piccolo estratto dal libro Generare è narrare di Jean-Pierre Sonnet, un testo dedicato al dialogo genitori e figli sui grandi temi della vita, alla trasmissione della fede, alla narrazione necessaria a legare le generazioni. 

di Jean-Pierre Sonnet


Nella Bibbia, la voce delle madri scivola in un canto, in una poesia cantata che lega le generazioni. […] Cantano Anna, madre di Samuele, e Maria. In entrambi i casi, la poesia cantata illustra il potere che le poesie hanno di essere ancor più facili da ricordare dei racconti e di trasmettersi da un’età all’altra. Il canto di Maria fa eco a quello di Anna, sua antenata, e il Magnificat stesso viene cantato di generazione in generazione, in conformità, del resto, a ciò che annuncia: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48). Questa è la forza delle poesie, soprattutto quando sono cantate: emanano onde che attraversano la storia, che uniscono le generazioni, e innanzitutto le madri e le figlie, permettendo così di provare la fedeltà di Dio, la cui «misericordia si stende di generazione in generazione» (Lc 1,50).

Al romanzo di J.M.G. Le Clézio, Deserto, è sottesa una poesia cantata, trasmessa di madre in figlia. La poesia coglie la giovane Lalla, ragazza del deserto sahariano, sulla nave che la sta portando verso il suo esilio a Marsiglia. Sul ponte alcune persone cantano dondolandosi dolcemente, e la loro canzone riporta Lalla a quella che, le hanno detto, le cantava sua madre incinta.

Dentro di lei, al centro della pancia rigonfia, c’è anche quel movimento, quelle scosse che fanno male, come dei calci dietro la pelle. Adesso, pensa al bambino che vuole nascere, che sta già vivendo, sognando. Rabbrividisce un po’, e stringe fra le mani la pancia dilatata, abbandona il suo corpo al pesante dondolio della nave, la schiena contro la parete di ferro che trema. Pure, si mette a cantare fra i denti, un po’ per se stessa, un po’ per il bambino che smette di picchiarla e l’ascolta, la vecchia canzone, quella che cantava Aamma, e che veniva da sua madre: «Un giorno, il corvo diventerà tutto bianco, il mare sarà prosciugato, si troverà il miele nel fiore del cactus, si faranno letti con i rami di acacia…»

Il legame tra le generazioni è anzitutto il legame della generazione, della gravidanza e della nascita, che unisce le donne, madri e madri, madri e figlie. Nelle società tradizionali, gli uomini erano tenuti lontani dal parto, dove si viveva una trasmissione di competenze da donna a donna, da una generazione all’altra. Le pratiche sono cambiate, e per buoni motivi, ma ciò non abolisce comunque la tradizione femminile, immemorabile, quando è in gioco una vita che deve nascere.

In Rt 4,13-17, la nascita del figlio di Rut si prolunga in scambi tra donne, levatrici e altre. Rivolgendosi a Noemi, la nonna del bambino, esse benedicono Dio per la premura che egli ha avuto verso di lei attraverso sua nuora Rut, la madre del bambino; le donne, le vicine, danno allora al neonato il suo nome. Questo è un momento di intensa intelligenza femminile intorno all’apparizione del bambino.

Nel racconto evangelico, un’intesa tale si ritrova nel corso della visita di Maria a Elisabetta, scena di cui spesso si dimentica che si prolunga in tre mesi di vita condivisa ‘al femminile’ (Lc 1,39-56). La scena associa nei loro gesti e nelle loro parole due donne incinte, di età diverse. Di fatto, si tratta di una scena a quattro, alla quale partecipa, con il suo sussulto, il maggiore dei nascituri: «Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (v. 44). Nel loro scambio, le donne riprendono parole antiche, pronunciate dalle loro antenate nella fede del popolo. Quando Elisabetta benedice Maria – «Benedetta sia tu fra le donne» (v. 42) – fa eco al canto di Debora che celebra l’impresa di Giaele: «Sia benedetta fra le donne Giaele» (Gdc5,24). Maria, a sua volta, riprende il nucleo del suo canto dalla poesia di Anna, madre di Samuele: «Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie» (1Sam 2,7-8). Cinque donne – Debora, Giaele, Anna, Elisabetta e Maria – vengono così associate nella celebrazione delle premure di Dio nella storia, intorno a donne esperte, sorprendenti, e a bambini insperati.

«Da donna a donna circola il magnifico segreto», scrive Colette Nys-Mazure, «la vita sussulta, lavora e prende forma». Anche qui si dichiara, nell’interlocuzione femminile, uno stupefacente senso della storia.

Ma è davvero una sorpresa? All’altro capo del racconto evangelico, c’è un altro momento in cui il sorgere della vita mette insieme delle donne che, nell’evento, beneficiano di un tempo in anticipo sugli uomini. Essendo una nascita alla vita di Dio, al di là dell’angustia della morte, la risurrezione è confidata all’inizio a delle donne, esperte della vita che nasce. […] Le donne sono le prime all’appuntamento della vita risuscitata; lo sono in ragione della loro premura, che le porta al sepolcro, e in ragione dell’annuncio dell’angelo che viene al loro cospetto. Sono loro le prime, e lo saranno di generazione in generazione, perché la risurrezione è quel che è: un mistero della vita.
È «il canto che dice ciò che nessuno sa», scrive Claudio Magris, e che canta «il segreto della vita e della morte».

Nel canto delle madri, dalla madre dei sette figli alle donne del mattino di Pasqua, e dalle madri credenti alla generazione che viene, si trasmette il magnifico segreto.

 

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