Madre è chi cura

Madre è chi cura: la storia di Eva Feder Kittay

06.05.2021
La cura dell'amore
La cura dell'amore
autori: Eva Feder Kittay
formato: Libro
prezzo:
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Per chi ama le classificazioni, potremmo collocare La cura dell’amore nel filone del femminismo americano che pone a tema l’etica della cura. Ma sarebbe estremamente riduttivo fermarsi qui. In questo libro ci sono molte storie di donne, ma c’è soprattutto la testimonianza in prima persona dell’autrice, il racconto del suo essere madre di una figlia affetta da gravissima disabilità, per tutta la vita dipendente dalla premura e dall’amore degli altri. 

Eva Feder Kittay aveva ventitré anni quando nacque Sesha. Era il 1969: «io e mio marito Jeffrey ci innamorammo perdutamente della nostra bambina». Una bambina bellissima piena di capelli neri, dolce e tranquilla, ma affetta da una grave disabilità che non le avrebbe mai permesso di vivere una vita normale.

«Io mi dedicavo alla vita della mente. Non c’era niente a cui tenessi di più che alla capacità di ragionare, riflettere e capire. Per me era come l’aria che respiravo. Come avrei fatto a crescere una figlia che non avrebbe mai preso parte a tutto questo? Eppure durante tutto questo periodo non mi venne neanche lontanamente l’idea di abbandonare Sesha. Lei era mia figlia. Io ero sua madre. Il suo danno non intaccava in nessun modo il mio amore per lei. Se aveva un qualche impatto su quell’amore era solo per intensificarlo. Era così vulnerabile. Avrebbe avuto bisogno di tanta protezione e di tanto amore da parte nostra per trovare rifugio dalla derisione del mondo, dai suoi pericoli, dalla sua indifferenza, dall’incapacità del mondo di capire lei e la sua umanità. Non avevamo ancora realizzato quanto ci avrebbe insegnato, ma sapevamo già che avremmo imparato qualcosa. Ciò che noi credevamo, che noi giudicavamo, che noi – e soprattutto io – ritenevamo fosse il fulcro dell’umanità, la capacità di pensare, di ragionare, non lo era, non lo era per niente».

Da madre, in questo libro necessario, Kittay si trova a chiedere conto alla giustizia di una grave omissione: l’illusione di una società perfetta che «contempli solo individui sani, autonomi capaci di reciprocità non può che fallire il suo obiettivo con pesanti conseguenze sociali». Da madre, si trova ad interrogare la sua materia, la filosofia, rispetto alle sue reali capacità di confrontarsi con l’esperienza. 

Perché la realizzazione di una società giusta richiede ai suoi membri non solo una riflessione teorica e un impegno civile ma anche un profondo coinvolgimento personale. E richiede la consapevolezza che la libertà, la realizzazione di ciascuno è possibile solo in una rete di relazioni e dipendenze che la sorreggono. Siamo tutti dipendenti perché siamo tutti figli. E come figli tutti abbiamo avuto e abbiamo ancora bisogno di cure.

 

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