Nascondere mostrando: propaganda e censura

Nascondere mostrando: propaganda e censura

25.08.2021
Nascondere mostrando. L’invenzione della moderna propaganda
visiva in Italia prima del fascismo
Nascondere mostrando. L’invenzione della moderna propaganda visiva in Italia prima del fascismo
autori: Gabriele D’Autilia
formato: Articolo
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La semplificazione dei messaggi imposta
dal regime di guerra
fece sviluppare un uso più consapevole delle immagini,
sia grafiche che ottiche (cinema e fotografia);
furono queste ultime a segnare un passaggio importante
nella storia della nostra visualità.

Gabriele D’Autilia


Nel mondo occidentale la comparsa di una dialettica sistematica tra censura e propaganda, cioè tra l’arte di nascondere e quella di mostrare, fu uno dei principali portati della modernità. Lo spiega Gabriele D’Autilia, docente dell’Università di Teramo, nell’articolo Nascondere mostrando. L’invenzione della moderna propaganda visiva in Italia prima del fascismo, pubblicato sul nuovo numero della rivista “Comunicazioni Sociali” (2/2021). Di seguito un breve estratto.

Quando il 25 agosto 1915 fu dato ordine di dare l’assalto al Forte Basson, una postazione austriaca sull’Altopiano dei Sette Comuni, il colonnello Mario Rivieri, comandante del 115° Reggimento di fanteria, chiese di condurre personalmente l’attacco: «Indossò la sua divisa migliore, completa di guanti bianchi e gambali lucidi, volle che la banda reggimentale suonasse la Marcia reale e che la bandiera del reggimento venisse spiegata dinnanzi ai battaglioni in avanzata e, sciabola in pugno, si pose con il suo stato maggiore e il trombettiere in testa alle truppe, che condusse di corsa contro il forte lungo un pendio scoperto. L’assalto fu, naturalmente, un tragico insuccesso».

Lo sfortunato colonnello italiano, oltre a incarnare una mentalità anacronistica, fu probabilmente anche vittima della propaganda, in particolare di quella visiva, che anche dopo la drammatica esperienza dei primi mesi di guerra industriale raffigurava la battaglia (attraverso la matita di illustratori di riviste, manifesti e cartoline) secondo un modello risorgimentale. In effetti nel 1915 il bagaglio iconografico degli italiani era ancora piuttosto povero; non erano gli strumenti a mancare: fotografia, cinema, manifesti, cartoline, riviste illustrate ecc. avevano già un mercato importante, ma sul piano della rappresentazione guardavano spesso al passato.

Quello che accadde da questo momento però non fu semplicemente l’immersione in un universo visuale più ricco, ma più complesso, poiché la modernità si manifestò visivamente attraverso segni, immagini e simboli che bisognava imparare a conoscere e interpretare, molti dei quali imponevano letture predisposte, come vogliono la pubblicità e la propaganda moderne. Contestualmente, la censura si incaricò di eliminare le immagini che non rispondessero a queste caratteristiche.

Si tratta di una vicenda che naturalmente non riguarda solo l’Italia. Anche Paesi già avviati verso la modernizzazione, come gli Stati Uniti, subirono un’importante accelerazione con il coinvolgimento nella guerra mondiale (nella quale gli americani intervennero nel 1917). Per rivolgersi ai giovani in occasione dell’arruolamento (su base volontaria), le moderne immagini cinematografiche divennero subito uno strumento imprescindibile: serviva però la finzione applicata al reale (ad esempio per “inventare” il nemico), che diventerà un ingrediente essenziale anche della propaganda totalitaria.

Nel romanzo I tre soldati John Dos Passos descrive la proiezione di una messa in scena filmica del nemico tedesco in Belgio, in cui sembra di vivere in anticipo il clima creato dalla visione del futuro esercito del Führer: «Il film era ricominciato. Srotolando sequenze di soldati con gli elmetti aguzzi che invadevano le città belghe piene di carrettini del latte tirate da cani, e di vecchie donne in costume. Fischi e frasi di scherno salutavano ogni apparizione della bandiera tedesca, e quando si vedevano avanzare i soldati che davano colpi di baionetta ai borghesi con i calzoni larghi a zampa d’oca, alle vecchie con le loro cuffie inamidate, allora non uno dei ragazzi che affollavano la baracca della YMCA si asteneva dall’imprecare contro di loro. Andrews si accorse che un odio cieco si agitava nell’animo dei soldati che gli stavano intorno, un sentimento così forte che finiva per diventare autonomo e staccato dalla vita in cui s’incarnava. Si sentì sopraffatto, come travolto da una torma di animali selvaggi. Il terrore lo stringeva alla gola, come se qualcuno stesse per strozzarlo».

L’odio contro questo nuovo nemico, alimentato dalla propaganda, non vede e non conosce ragioni e preferisce la semplificazione delle immagini di un film che è una ricostruzione o di un manifesto che è un’invenzione. L’odio e la violenza, conosciuti dai soldati nell’esperienza della trincea ma anche interiorizzati dai civili attraverso slogan e immagini, costituiranno la principale eredità che la Grande guerra lascerà alle società novecentesche; due elementi che, nei Paesi che avevano vissuto il conflitto più traumaticamente, come l’Italia, troveranno anche una declinazione politica.

All’origine di questo fenomeno c’è innanzitutto la sovrapposizione tra la dimensione civile e quella militare (dove la violenza trova la sua legittimazione), che condizionerà fortemente gli sviluppi sia della censura che della propaganda. Quasi ovunque la guerra fu caratterizzata da un costante conflitto tra politici e militari, in particolare sulla gestione della produzione degli armamenti e sul controllo dei “nemici interni”.

In Italia si assistette innanzitutto all’esproprio del potere legislativo da parte del primo governo di guerra, quello di Antonio Salandra, e a un ampliamento del potere militare molto oltre le sue prerogative: sarà questo a occuparsi del controllo dell’ordine pubblico, della censura della corrispondenza in zone di guerra, della militarizzazione, della produzione industriale, della giurisdizione dei territori occupati.

Secondo Giovanna Procacci si trattò di una progressiva militarizzazione della società italiana che ebbe inizio già negli anni Novanta dell’Ottocento e che trovò la sua logica conclusione nel regime fascista, con le legislazioni eccezionali e la repressione sistematica. Governo e Comando Supremo entreranno in competizione e Salandra risulterà sottomesso alla volontà dell’inflessibile capo supremo delle forze armate, Luigi Cadorna, che nell’estate del 1917 otterrà anche un inasprimento delle restrizioni alle libertà individuali; solo dopo Caporetto, la disfatta militare dell’ottobre dello stesso anno, e con l’ultimo governo di guerra, quello di Vittorio Emanuele Orlando, i nodi verranno al pettine.

Il controllo occhiuto, la debole comunicazione con soldati e civili, e la censura, non basteranno più, e dovranno essere integrati, anche se non sostituiti, da un più efficace e moderno apparato propagandistico. È dunque l’esperienza della guerra il vero banco di prova della dialettica tra censura e propaganda, per l’Italia la guerra mondiale insieme all’importante precedente dello scontro coloniale in Libia del 1911-12.

Prima di queste esperienze è difficile parlare di propaganda moderna, mentre la censura, oltre a quella politica (già applicata dopo l’Unità alla stampa anarchica e socialista e inasprita con la svolta autoritaria di fine secolo), si era esercitata soprattutto in settori critici come quello dell’immagine erotica (già dal 1865 colpì opuscoli e fotografie) oppure stava imparando a misurarsi con mezzi nuovi come il cinematografo, che per le sue modalità di fruizione e per la sua popolarità generava più di una preoccupazione sul piano non solo morale…

 

 

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