«Non siamo soli, e non lo siamo mai stati»

«Non siamo soli, e non lo siamo mai stati»

06.09.2022
Sulla consolazione
Sulla consolazione
autori: Michael Ignatieff
formato: Libro
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«Le loro storie contestualizzano il nostro tempo e ci permettono di trarre ispirazione dalla loro lucidità. Vedere noi stessi alla luce della storia significa ripristinare la nostra connessione con le consolazioni dei nostri avi e scoprire la nostra affinità con le loro esperienze» scrive Michael Ignatieff in Sulla consolazione. Trovare conforto nei tempi bui, una raccolta di ritratti, in ordine storico, dedicati ciascuno a un personaggio che, trovandosi in condizione estreme, si è rivolto alle tradizioni che aveva ereditato per cercare consolazione, per ricordarci che, in questa esperienza comune di spaesamento, paura, solitudine di fronte al dolore, portata ancor più a fior di pelle dalla pandemia, «non siamo soli e non lo siamo mai stati».

(di Michael Ignatieff)

«La consolazione è un atto di solidarietà nello spazio (tenere compagnia a chi è in lutto, aiutare un amico che attraversa un momento difficile); ma è anche un atto di solidarietà nel tempo (rivolgersi ai morti per trarre significato dalle parole che hanno lasciato dietro di sé). Sentire affinità con i salmisti, con Giobbe, con san Paolo, con Boezio, Dante, Montaigne, con figure moderne come Camus, sentire le nostre emozioni espresse nella musica di Mahler, significa sentire che non siamo confinati nel presente. Queste opere ci aiutano a trovare parole per ciò che non ha parole, per esperienze di isolamento che ci imprigionano nel silenzio. 
Siamo ancora in grado di sentire queste voci del passato grazie alle catene di significato che sono state mantenute attraverso migliaia di anni. Settecento anni dopo che Boezio si era consolato immaginando una saggia donna-filosofia che lo visitava in prigione, Dante, in esilio dalla natia Firenze, leggeva la Consolazione di Boezio, che lo ispirava a immaginare un viaggio, anch’esso in compagnia di una saggia donna, dall’inferno al purgatorio al paradiso. E ancora, mille anni dopo, nell’estate del 1944, un giovane chimico italiano, arrancando nel campo di Auschwitz con un compagno di prigionia, si ricordava improvvisamente dei versi di Dante:

fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

È così che il linguaggio della consolazione sopravvive – da Boezio a Dante, da Dante a Primo Levi: esseri umani in condizioni estreme che traggono ispirazione l’uno dall’altro a distanza di un millennio. Una simile solidarietà nel tempo è l’essenza della consolazione che questo libro spera di rendere ancora una volta accessibile.»

«Ci sono molte altre parole che usiamo, oltre a ‘consolazione’, quando ci rapportiamo con la perdita e con il dolore. Possiamo essere confortati senza essere consolati, così come possiamo essere consolati senza essere confortati. Il conforto è transitorio, mentre la consolazione è duratura; il conforto è fisico, la consolazione passa dalle parole. La consolazione è un’argomentazione sul perché la vita è così come è e sul perché dobbiamo continuare ad andare avanti. La consolazione è l’opposto della rassegnazione: possiamo essere rassegnati alla morte senza essere consolati, e possiamo accettare il tragico della vita senza esservi rassegnati. Anzi, possiamo trarre consolazione proprio dalla nostra lotta contro il fato e dal modo in cui quella lotta è di ispirazione ad altri. Essere rassegnati alla vita significa arrendersi, rinunciare a ogni speranza che essa possa essere diversa. Essere riconciliati con la vita, d’altro canto, ci consente di nutrire speranza rispetto a ciò che potrebbe riservare il futuro. Per riconciliarci con la vita, dobbiamo prima di tutto fare pace con le nostre perdite, sconfitte e fallimenti. Essere consolati significa accettare queste perdite, accettare ciò che ci hanno fatto e credere, nonostante tutto, che esse non debbano per forza minacciare il nostro futuro o compromettere le possibilità che ci restano.»

«L’elemento essenziale della consolazione è la speranza: la convinzione che possiamo superare la perdita, la sconfitta e la delusione, e che il tempo che ci resta, per quanto breve, offra delle possibilità di ricominciare, per fallire forse, ma – come diceva Beckett – per fallire meglio. È questa speranza che ci permette di rimanere in piedi anche di fronte alla tragedia.
Quando cerchiamo consolazione, cerchiamo più di un semplice espediente per sentirci meglio. Le perdite gravi ci portano a mettere in dubbio la struttura complessiva della nostra esistenza: il fatto che il tempo scorra inesorabilmente in un’unica direzione e che, anche se possiamo ancora sperare per il futuro, non possiamo cancellare il passato. Le grandi disgrazie ci portano a misurarci con il fatto che il mondo non è giusto e che, nell’ambito più ampio della politica così come nel mondo più ristretto delle nostre vite private, la giustizia può rimanere crudelmente al di fuori della nostra portata. Consolarsi significa fare pace con l’ordine del mondo senza rinunciare alle nostre speranze di giustizia

«Infine, e questa è la cosa più difficile, la perdita e la sconfitta ci costringono a confrontarci con i nostri limiti. È qui che può essere più arduo trovare consolazione. Di fronte ai nostri fallimenti, siamo tentati di rifugiarci nell’illusione. Ma non c’è vera consolazione nell’illusione, perciò dobbiamo provare, come ha detto Václav Havel, a "vivere nella verità".» 

«Questo libro è una collezione di ritratti, disposti in ordine storico, ciascuno dedicato a un personaggio che, trovandosi in condizioni estreme, ha usato le tradizioni che aveva ereditato dal passato per cercare consolazione. Come vedremo, non sempre quei tentativi ebbero successo, ma possiamo imparare dagli sforzi di quelle persone e trovare speranza nel loro esempio. Il libro comincia con la storia biblica di Giobbe e si conclude con Anna Achmatova, Primo Levi, Albert Camus, Václav Havel e Cicely Saunders. Spero che le mie scelte non appaiano arbitrarie. Si sarebbe potuto scrivere un altro libro su cosa gli europei hanno imparato dalle fonti di consolazione asiatiche, africane o musulmane. Io ho provato a mostrare come le tradizioni consolatorie sviluppatesi in migliaia di anni in seno alla tradizione europea siano ancora capaci di ispirarci oggi. Che cosa abbiamo da imparare per questi tempi bui? Qualcosa di molto semplice: non siamo soli, e non lo siamo mai stati».
 

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