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«Paura di che?»: Lucia e la peste manzoniana

03.03.2021

Si può sconfiggere la paura durante una pandemia? Lucia, la sposa più famosa della letteratura italiana, ci dice di sì.
Ce lo ricorda Piero Floriani, a lungo docente di letteratura dell’Università di Pisa, che in un saggio contenuto nel libro Studi di letteratura italiana in onore di Claudio Scarpati si rifà alla scena del capitolo XXXVI dei Promessi sposi.

Siamo nel lazzaretto.
La «voce soave» di Lucia dice così: «Paura di che?» rivolgendosi a una giovane vedova «di forse trent’anni» in via di guarigione dalla peste, alla quale la protagonista sta prestando le sue cure. A sua insaputa e per puro caso, Renzo – fino a quel momento disperato avendo saputo che Lucia, malata, è stata ricoverata nel lazzaretto e che non è tra i guariti – ascolta e riconosce quella voce, di là della parete di paglia della capanna che ospita le due donne. È il preludio al ricongiungimento dei due innamorati dopo mille peripezie.

«Paura di che?» Commenta Floriani: «è una formula di consolazione che si usa con chi si sente minacciato, con chi dunque esprime una ‘paura’; è un incoraggiamento per i bambini, per i malati, o per chiunque, con ragione o no, teme qualcosa di dannoso e di inatteso, stando in una condizione di particolare fragilità fisica. In questo caso Lucia risponde a una vittima della peste, che sta guarendo ma è ancora in un grave stato di debolezza, e teme il temporale che incombe. Risponde svalutando una minaccia (quella del maltempo), ma non si limita a questo: costruisce un più largo orizzonte, e pone la memoria dei mali sopportati a motivo di speranza, col ricordare a paragone i rischi trascorsi e la protezione di Dio, con la solita cura – dei personaggi e del narratore – di non nominare la divinità». Continua infatti Lucia dicendo: «Abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora, ci custodirà anche adesso».

Per Floriani la domanda nega dolcemente la paura, dissolvendo l’ombra di una minaccia incombente con l’appello all’esperienza, già superata, del contagio, e alla ‘custodia’ di Dio: «Lucia propone un giudizio, sullo stato suo e della vedova convalescente, che contrasta con la condizione d’animo diffusa nel quadro della peste, e che preannuncia la fiducia in Dio come il modo buono per rendere sopportabili i guai della vita anche all’innocente: proprio il “sugo di tutta la storia” che sarà frutto dell’ultima riflessione dei due protagonisti. Ma, per fare questo, l’autore sceglie, tra i possibili, un tema, quello intitolato alla paura, che, emergendo per tutto il romanzo, ne costituisce quasi il colore psichico e storico, e perfino il punto di raccordo trasversale, che vale per gli uomini di piccolo come di grande affare.»

Lucia del resto non è immune, ha provato paura più volte nel romanzo, dalle molestie di don Rodrigo al rapimento organizzato dall’Innominato. Come ha scritto Emilio Radius: «La loro storia [di Lucia e Renzo] è stata la storia della paura. Per paura, don Abbondio non li ha maritati e non li mariterebbe neanche adesso; per paura, l’avvocato di Lecco non ha voluto dar pareri a Renzo; per paura, il podestà, i birri, gli amici di Renzo si sono astenuti dall’agire; la paura ha sostenuto Renzo che scappava a piedi da Milano a Bergamo e Lucia che si rifugiava prima in un monastero e poi nella casa di donna Prassede. Non c’è passione più familiare a questo romanzo, il cui personaggio più originale e proverbiale è il maggior eroe della paura che si sia mai conosciuto».

Come spiega Floriani, «non c’è da sforzarsi molto per dar ragione a Radius: anche lasciando a parte don Abbondio, la rappresentazione della paura è uno dei motivi più diffusi nell’opera: congiunta con la corrispondente narrazione della violenza (spesso piuttosto minacciata che agìta, ma anche agìta, singolarmente o collettivamente), la paura invade e domina diversi personaggi socialmente rilevanti (memorabile il vicario di provvisione), i funzionari pubblici (il console cui arriva l’intimazione al silenzio dopo la notte degli imbrogli, e il notaio che arresta Renzo), gli anonimi cittadini (che, maschi e femmine, hanno del contagio una paura capace di scatenarne i peggiori istinti), e i rappresentanti di ceti precisi (i fornai, e altri, come il commerciante ascoltatato da Renzo nell’osteria di Gorgonzola). Si lascino pur da parte le paure meno ‘materiali’, quelle che vengono da rapporti parentali (frutto peraltro di una strutturale violenza storico-sociale, nel caso della monaca di Monza) o da una vertigine psichica – che cerca un compenso metafisico (per l’Innominato). In ogni caso, la paura – di eventi che hanno l’aspetto di fatti naturali (come la carestia e il contagio pestifero), o comunque, almeno, di fattori umani dei quali le popolazioni non hanno alcuna padronanza – appare un dato diffuso e inevitabile.»

Degli eventi e fattori che provocano paura - spiega ancora Floriani - Manzoni si cura sempre di dare spiegazioni razionali (collegate a conoscenze fisiche, storiche, sociologiche, etiche note ai ceti anche mediamente acculturati del suo tempo); di più, Manzoni dà anche la spiegazione delle ragioni che producono e/o incrementano la paura, indipendentemente dal fatto che essa sia conseguenza della violenza di altri uomini, oppure che appaia frutto di dinamiche psicologiche più complesse e non controllabili nella società. «Paura di che?» è dunque un’espressione che, nella sua semplicità umana «esprime qui un paradossale distacco dalla complicatezza e durezza del reale...». 

La bellezza dell'autentica letteratura è che a distanza di anni continua a parlare di cose che ci sono anche adesso. Lucia sa cosa è la paura, l'ha vissuta sulla sua pelle, ha incontrato uomini prepotenti, ha subito la violenza di un rapimento e ha temuto di perdere la vita, eppure non ha mai perso la fiducia nell'avvenire, non ha smesso di prendersi cura delle persone più deboli attorno a lei, come nel lazzaretto: «Paura di che? Abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora, ci custodirà anche adesso».

(a cura di Velania La Mendola)

 
«Paura di che?»
autore: Piero Floriani
formato: Capitolo
La «voce soave» di Lucia dice così: «Paura di che?» (Promessi sposi, cap. XXXVI, pp. 695-696), rivolta a una giovane vedova «di forse trent’anni» in via di guarigione dalla peste.
€ 4,00

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