Tra iperattivismo legislativo e corruzione

Tra iperattivismo legislativo e corruzione

18.09.2023
Corruzione
Corruzione
autori: Raffaele Cantone
formato: Libro
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L’attenzione dell’opinione pubblica e della classe dirigente nei confronti della corruzione fa registrare un andamento oscillante. Ce ne parla Raffaele Cantone in Corruzione. Prevenire e reprimere per una cultura della legalità, ultimo volume della collana Piccola Biblioteca per un Paese normale. Di seguito l'introduzione al volume.

di Raffaele Cantone

Il decennio scorso ha visto sul tema della corruzione un iperattivismo normativo, con modifiche legislative a ritmo continuo a partire dall’approvazione nel 2012 della cd legge Severino e un conseguente grande interesse da parte degli studiosi e dei media. Di questa tematica si è parlato e scritto tantissimo, sono stati pubblicati in gran quantità pamphlet che l’hanno affrontata sotto tutti i possibili profili: giuridico, economico, sociologico, etico e persino religioso. Numerosissimi sono stati i dibattiti e i talk show televisivi dedicati all’argomento nel corso di quegli anni. E non è un’esagerazione affermare che, a un certo punto, la corruzione è sembrata essere diventata ‘il problema’ del Paese. La necessità di contrastarla aveva costituito, fra l’altro, uno dei pilastri del programma della forza politica che vinse le elezioni del 2018, utilizzando lo slogan, diventato poi famoso, «Onestà, onestà». Quest’ultima in seguito fece approvare, fra i primi provvedimenti del governo di cui era il principale sponsor, una vera e propria ‘legge manifesto’, identificata e divenuta nota con il titolo particolarmente evocativo di ‘spazzacorrotti’.

Ma da qualche anno l’argomento sembra scomparso dai radar. Di esso non vi è quasi più traccia sui giornali e nei media, e le indagini giudiziarie che portano alla luce fatti di malaffare amministrativo sono spesso relegate a poco più che una ‘breve di cronaca’ [...]. Nel programma dell’attuale Governo non sembra esservi una significativa attenzione all’argomento. Anzi, fin dal momento del suo insediamento, il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, più che indicare cosa fare sul fronte del contrasto alla corruzione si è preoccupato di annunciare modifiche, sotto più aspetti, della disciplina vigente nel senso di ridimensionarne la portata, sia con riferimento al versante preventivo che a quello repressivo, giustificando tale opzione con l’affermazione che tale normativa sia causa di problemi, soprattutto di un presunto (ma indimostrato) blocco della macchina amministrativa.

Fra i primi provvedimenti normativi adottati, utilizzando il veicolo di un decreto legge emanato con altro scopo, si è già inaugurata la stagione delle ‘controriforme’, cassando quella parte della precedente legislazione, molto controversa e comunque mai applicata, che parificava i reati di corruzione a quelli di mafia, quanto al trattamento penitenziario. Sul punto, a dire il vero, l’esecutivo attuale è sembrato porsi in continuità con quello immediatamente precedente; nel momento in cui l’attuale compagine varava il programma economico più importante degli ultimi anni – il piano di resilienza post-pandemia, noto con l’acronimo PNRR – dei rischi di corruzione non si faceva nemmeno un cenno formale, forse (troppo ottimisticamente) escludendo anche la loro possibilità. 

LA CORRUZIONE TORNA NELL’'OMBRA’: NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE!

Quello delineato, però, non è affatto uno scenario nuovo né sorprendente. L’Italia ha già vissuto una fase simile negli anni a cavallo fra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo.

Vi era stata, infatti, anni prima, l’esplosione dell’inchiesta ‘Mani pulite’, l’indagine sulla corruzione partita dal famoso caso della ‘mazzetta’ versata al «mariuolo» del Pio Albergo Trivulzio. A partire da quella vicenda, le indagini si erano propagate poi come un virus in tutto il Paese e avevano fatto emergere un vero e proprio fiume di tangenti, che servivano a finanziare i partiti ma anche ad arricchire politici e burocrati. Un’intera classe politico-amministrativa fu spazzata via, tanto che molti storici indicano questa vicenda politico-giudiziaria come la causa della fine della Prima Repubblica e lo spartiacque che ha dato inizio alla Seconda Repubblica, o quantomeno a un periodo di transizione verso di essa che, per molti, non sarebbe ancora terminato.

A un certo punto, però, la fase si concluse e la corruzione venne rapidamente archiviata come un problema del passato, tanto che, anche in documenti ufficiali di organismi nati per occuparsi dell’argomento, si certificò che il Paese aveva superato il momento critico, e che ormai si poteva considerare l’amministrazione pubblica quasi corruption free, tanto da potersi prendere gioco di chi aveva una diversa opinione, appellandolo con l’epiteto sarcastico di «professore della questione morale». Lo sberleffo non portò fortuna all’ente che aveva stilato quel documento, che di lì a poco fu soppresso, né fu di buon auspicio per l’amministrazione pubblica, che fu interessata in quello stesso periodo da gravi indagini per fatti corruttivi che smentivano l’incauta affermazione, né ebbe effetti positivi per il Paese che proprio in quegli anni sprofondò nelle classifiche internazionali sulla corruzione. [...]

L’OPPORTUNITÀ DI OCCUPARSI DELLA CORRUZIONE

Nell’attualità è indubbio che il pendolo viri verso un oggettivo minore appeal dell’argomento. Si tratta, però, di una situazione paradossalmente non sfavorevole per cercare di riflettere sul fenomeno, sottraendosi a quel clima divisivo che caratterizza, invece, i periodi di massima attenzione, in cui sembra esserci una divisione tra tifosi di opposte fazioni, con la conseguenza che anche un approccio lievemente critico ti pone nella schiera dei nemici dell’‘onestà’. Ovviamente non intendo con questa affermazione attribuirmi una patente di neutralità e distanza rispetto al tema. Al contrario, per trasparenza, è giusto ricordare che ho rivestito un ruolo non marginale nella stagione ‘calda’ del decennio precedente, essendo stato per oltre cinque anni Presidente di un organismo innovativo, l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), cui è stato affidato il compito di sovrintendere all’attuazione delle misure preventive e che ha avuto enorme (forse eccessiva) visibilità nel Paese.

Ancora oggi continuo a occuparmi di corruzione, sia grazie a un incarico di docenza presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli, sia soprattutto per il mio lavoro di Procuratore della Repubblica. È proprio l’esperienza maturata in diversi ruoli che mi fa affermare oggi, con ancora più forza che nel passato, che la lotta alla corruzione resta indispensabile e necessaria, ma che, per condurla con risultati positivi e duraturi, non servono né furori ideologici né strumentali e divisive battaglie politiche.

Partendo da questa prospettiva, ho accettato la proposta di tornare a scrivere sulla corruzione [...] con la speranza di poter contribuire ad affermare un’idea in cui credo profondamente: l’Italia non è affatto ontologicamente e irrimediabilmente corrotta e non necessita quindi di misure draconiane, eccezionali e straordinarie per estirpare il male, ma di presidi ordinari, stabili e duraturi, per fare argine a un problema che, malgrado i tentativi di sminuirne la rilevanza, è purtroppo ancora incombente e pernicioso. 

 

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