Allarme criminalità a Milano: cosa dice la ricerca

Allarme criminalità a Milano: cosa dice la ricerca

19.07.2022
Se chiedessimo a un passante a Milano se si sente sicuro camminando per strada da solo al buio nella zona in cui vive, quasi una persona su cinque risponderebbe in maniera negativa. Tra queste persone, come abbiamo potuto leggere sui social, c’è anche Chiara Ferragni, la nota influencer, che recentemente basandosi sulle storie di persone a lei vicine, rivolgendosi al sindaco Giuseppe Sala, si è dichiarata allarmata per l’aumento dei reati, come furti e rapine, che avvengono in città.
Questo fatto di cronaca “politico-social” si intreccia con un fenomeno studiato da tempo dalla sociologia. Gli ha dedicato uno studio approfondito, in particolare, Serena Favarin, ricercatrice di Sociologia della devianza dell’Università Cattolica di Milano e vice-coordina­trice del percorso in Politiche per la Sicurezza (PoliSi), nel libro Insicurezza, paura, vittimizzazione. La sua indagine sulle dinamiche legate alla criminalità esplora sia il punto di vista teorico che empirico, concentrandosi in questo secondo caso proprio su Milano, dove è stata effettuata una ricerca sulla vittimizzazione e sulla percezione della sicurezza nella metropoli.
«Le cause dell’insicurezza possono essere molteplici e dipendono dal contesto storico, sociale, culturale ed urbano in cui ciascun individuo è inserito. Le conseguenze derivanti da questo generale senso di insicurezza e irrequietezza possono essere gravi sulla salute mentale, fisica e sulla qualità della vita dell’individuo» afferma la ricercatrice nel suo libro.
La percezione che abbiamo del pericolo, più che il pericolo stesso, condiziona spesso le nostre azioni quotidiane, i nostri comportamenti e le nostre scelte. È perciò fondamentale che questa percezione sia quanto più possibile aderente alla realtà dei fatti.

Abbiamo posto alcune domande all’autrice, riguardo i rischi di una percezione sbilanciata della criminalità.

L’allarme lanciato da Chiara Ferragni è conseguenza di una preoccupazione che non va certamente sminuita, ma piuttosto contestualizzata. Quali sono i principali fattori che contribuiscono alla insicurezza percepita nella propria città o quartiere?
I fattori che alimentano (o attenuano) la paura di subire un crimine e, di conseguenza, incidono sul nostro senso di insicurezza (o di sicurezza) possono essere molteplici. Questi fattori si possono ricondurre a due macro-categorie principali: i fattori individuali, che dipendono dalle caratteristiche del singolo, e i fattori ambientali, che sono legati alle caratteristiche peculiari dell’ambiente circostante che possono avere un’influenza sulle percezioni individuali. Per quanto riguarda i fattori individuali, precedenti esperienze di vittimizzazione, caratteristiche demografiche e socioeconomiche possono incidere sul senso di sicurezza di ognuno. Le donne, gli anziani, coloro che hanno bassi livelli di istruzione, un basso status socioeconomico e una salute precaria hanno una probabilità più alta di sentirsi insicuri e di sviluppare una generale paura nei confronti della criminalità. Inoltre, anche gli stili di vita e la fruizione dei media possono incidere sulla paura e sul senso di insicurezza, così come la fiducia nelle istituzioni e nel contesto sociale circostante. Molti studi hanno sottolineato come i soli fattori individuali non siano in grado di spiegare in modo esaustivo la paura nei confronti della criminalità.

Come si misurano allora queste percezioni?
Per studiare in modo omnicomprensivo questo sentimento multidimensionale è necessario indagare l’interazione che l’individuo tesse con l’ambiente circostante. Le caratteristiche strutturali del quartiere in cui viviamo come, ad esempio, gli alti tassi di povertà o l’alto tasso di criminalità sono elementi che incidono sulla paura della criminalità. Inoltre, elementi di disordine fisico (ad esempio, strade dissestate, mancanza di illuminazione, aree verdi incolte, edifici abbandonati) e di disordine sociale (ad esempio, la presenza di aree di spaccio, la presenza di fenomeni di vandalismo) presenti nei nostri quartieri possono aumentare il nostro senso di insicurezza e di paura. Questi fattori, se presi in considerazione separatamente, non sono sufficienti per cogliere la complessità del fenomeno della paura della criminalità. L’interdipendenza di tutti questi fattori è intrinseca nella natura multidimensionale dell’oggetto di analisi. L’individuo e le sue paure sono per forza di cose influenzate da fattori soggettivi, sociali ed ambientali che vanno considerati in un approccio olistico. Dal punto di vista dell’analisi empirica, ci si è già mossi in questa direzione.
 
Nelle pagine di quotidiani cartacei e online la cronaca nera occupa uno spazio considerevole, spesso anche con approfondimenti in programmi televisivi di varia natura e valore. In che misura i media influenzano la paura della criminalità?
Le esperienze indirette di vittimizzazione di amici, parenti, conoscenti e le notizie trasmesse dai media intensificano la narrazione criminale aumentando la percezione del rischio. L’esperienza indiretta, quindi, soprattutto se veicolata dai mass media, funge da amplificatore delle esperienze di vittimizzazione di altri, soprattutto se le vittime hanno analoghe caratteristiche sociodemografiche o vivono in contesti simili. Questo è in parte accaduto anche nel caso Ferragni (riferimento alla vittimizzazione di amici, parenti, ed esposizione ai media).
Secondo la letteratura sul tema, esiste una forte associazione positiva tra esposizione ai mass media e paura di subire un reato. La rappresentazione degli eventi fornita dai mezzi di comunicazione influenza e distorce le percezioni degli individui. I media tendono a trasmettere uno sproporzionato numero di notizie relative a crimini violenti che alimentano una costruzione distorta della realtà. La maggior parte delle persone, infatti, viene a conoscenza di episodi di criminalità violenta tramite tv, giornali, social e si basa su queste notizie per formulare una propria visione dell’ambiente circostante. Questo incide negativamente sulle paure e sulle insicurezze degli individui.
La relazione tra media e insicurezza sembra dipendere dal tempo di esposizione ai media, inteso come numero di ore, ad esempio, oppure dal mezzo di comunicazione considerato ed è solitamente una relazione mediata da altre caratteristiche personali come il genere, l’etnia o l’istruzione. 

Uno dei risultati interessanti della ricerca di cui si è occupata è la relazione tra l’uso intenso di social network da parte dei giovani milanesi e l’aumento della paura di subire un reato. Può spiegare meglio questa relazione?
Considerando la fruizione di contenuti mediatici attraverso internet, va sottolineata l’estrema interattività dello strumento: è infatti possibile scegliere quali notizie consultare con più frequenza e vagliare diverse prospettive rispetto ad un singolo argomento. È al contempo più difficile distinguere quali notizie possano essere considerate affidabili e quali, invece, non lo siano (fake news). Quest’ultima caratteristica, tipica anche dei social media, incide negativamente sul senso di sicurezza. Il crescente utilizzo dei social media ha evidenziato una correlazione positiva tra l’utilizzo di questo strumento e la paura della criminalità, soprattutto nella popolazione più giovane. Inoltre, gli individui tendono a preferire l’esposizione a notizie concordi al proprio pensiero secondo un meccanismo di usi e gratificazioni (uses and gratifications). Con la crescente pervasività dei social media, questo meccanismo assume un’importanza ancora maggiore: gli individui possono crearsi una serie personalizzata di articoli e fonti di informazione, autorevoli e non, in grado di assecondare al meglio le proprie attitudini e le proprie idee. Questo rende lo studio dei social media in relazione alla paura ancora più urgente.

Quali sono le possibili misure di prevenzione e mitigazione della paura legata alla criminalità che la politica, ma anche i cittadini stessi, possono mettere in atto? 
Le strategie che sono state adottate per ridurre la paura della criminalità e l’insicurezza si focalizzano, solitamente, sulla comunità o sulla riqualificazione del contesto urbano. Gli interventi volti a diminuire il senso di insicurezza, quindi, si concentrano sia sull’individuo che sull’ambiente circostante. Il primo approccio trova il suo fondamento nell’idea che l’esistenza di una comunità unita possa mantenere livelli più contenuti di paura della criminalità. Un maggior senso di appartenenza alla comunità, livelli elevati di aggregazione, legami sociali forti e l’esistenza di valori condivisi favoriscono l’ordine pubblico nel quartiere attraverso una maggior inclinazione al controllo sociale informale e aiutano nella diminuzione della vulnerabilità sociale. Gli interventi che sembrano avere un ruolo positivo nell’aumento della coesione sociale sono le iniziative che promuovono la partecipazione sociale (eventi di educazione e formazione in ambito scolastico e non, informazione e inclusione dei cittadini nei processi decisionali da parte delle autorità, programmi di polizia di prossimità etc.) e le iniziative che invece mirano alla valorizzazione, alla responsabilizzazione e all’inclusione delle categorie vulnerabili della popolazione (giovani che vivono in condizioni di degrado, donne, anziani soli, etc.) attraverso attività ricreative e di supporto e programmi di co-abitazione e housing sociale. Partecipando attivamente alle iniziative e alla vita del proprio quartiere, in sostanza, l'individuo si sentirà meno estraneo e conseguentemente diminuirà la paura di subire atti criminali. Certo anche le istituzioni devono lavorare per creare quartieri più partecipati, degli spazi più sicuri, più puliti, più curati, etc. dove la gente si possa sentire sicura e libera di partecipare alla vita sociale.

Nel caso di Milano cos'ha riscontrato nella sua ricerca?

Le categorie di persone che si sono dimostrate particolarmente vulnerabili al fenomeno della paura della criminalità secondo l’analisi statistico-inferenziale sono le vittime di reato, le donne, i casalinghi/e, i disoccupati e i giovani che utilizzano con particolare frequenza i social. Queste categorie, quindi, dovrebbero essere oggetto di interventi volti ad accrescerne la consapevolezza di sé il controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni da un lato e l’inclusione sociale dall’altro. È emerso dalle analisi proposte da questo studio, che soprattutto nel caso dei giovani milanesi che utilizzano con assiduità i social network la relazione con la paura della criminalità è molto forte. Per questo motivo, l’organizzazione di attività ricreative, di inclusione e formative (corsi informativi su un uso responsabile dei social media, sulla discriminazione tra notizie affidabili e fake news, etc.) per la popolazione giovanile potrebbero essere un valido strumento per operare sul ridimensionamento della paura percepita. In questo caso, sarebbe auspicabile intercettare non solo i giovani con un’età compresa tra i 19 e 28 anni, che sono emersi come vulnerabili dalle analisi statistico-inferenziali proposte da questo studio, ma i ragazzi delle scuole medie di primo e secondo grado (medie e superiori) in modo da agire più efficacemente sulla formazione di della popolazione giovane. La formazione dovrebbe comprendere una guida all’uso dei social media e dei social network per educare dei cittadini adulti più consapevoli e preparati all’uso di questi strumenti.

Per quanto riguarda invece l'approccio sull'ambiente cittadino?
Entrano in gioco tutti quegli interventi di riqualificazione degli spazi e ripensamento del design urbano che hanno l’obiettivo di scoraggiare il compimento di atti devianti e criminali, incoraggiando invece un utilizzo positivo e condiviso del territorio da parte dei cittadini. Questi interventi riguardano, ad esempio, la manutenzione degli spazi e la cura dell’immagine del quartiere che migliorano la vivibilità del quartiere stessoaumentano la visuale e rimuovono possibili angoli ciechi dove autori di reato si potrebbero nascondere. Un altro esempio e quello dell’imposizione di sensi di marcia obbligati che permette di gestire i flussi di persone rendendo trafficate zone che altrimenti resterebbero isolate, scoraggiando cosi il compimento di alcune attività devianti in queste aree. Come in altre realtà, anche a Milano, la presenza di edifici abbandonati e in stato di degrado, la presenza di spazzatura e le evidenze di atti di vandalismo sembrano essere associati ad un maggior senso di insicurezza secondo l’analisi statistico-inferenziale condotta. Le attività di monitoraggio dei quartieri confermano questi risultati, per questo motivo, una riqualificazione degli edifici in rovina, una gestione più attenta dei rifiuti e attività di risanamento dei beni e delle aree sottoposte ad atti di vandalismo potrebbero apportare beneficio al territorio e, conseguentemente, moderare il senso di insicurezza sperimentato dalla popolazione. Il libro presenta, in conclusione, delle soluzioni di riqualificazione mirata per alcune aree di Lodi-Corvetto e Forze Armate, i due quartieri oggetto di studio e di monitoraggio.

Cosa dicono i dati più recenti su criminalità e sicurezza dei cittadini?
La criminalità cala da anni in Italia. Oggi abbiamo tra i più bassi tassi di omicidio in Europa. Questo non dipende dal fatto che sono calate le denunce a causa della mancata fiducia nelle istituzioni (questa è l’ipotesi di coloro che dicono “cala la criminalità, perché calano le denunce”). L’ultima indagine di vittimizzazione di Istat del 2019 (che elabora dati raccolti nel 2015-2016) mostra una propensione superiore o uguale alla denuncia rispetto alla precedente indagine di vittimizzazione (2008-2009). Il trend di denunce nel nostro paese sembra, quindi, costante se non in leggero miglioramento e non abbiamo elementi che ci possano far pensare/ipotizzare che non sia così anche oggi, in questi mesi. I dati sui reati denunciati vengono pubblicati sul sito ISTAT ogni anno (al momento, gli ultimi dati disponibile risalgono al 2020, per tutte le province d’Italia, non vengono invece pubblicati dati a livello comunale), mentre le indagini di vittimizzazione vengono condotte con minor frequenza perché sono particolarmente time-consuming e cost-consuming. Nel prossimo futuro avremo sicuramente più informazioni sul senso di insicurezza e sulla paura della criminalità legati anche alla pandemia e avremo modo di tirare le somme su questo periodo così destabilizzante per la vita di tutti.


In conclusione, quindi, come si legge in Insicurezza, paura, vittimizzazione«Le conseguenze della paura si ripercuotono prima di tutto sull’individuo, ma anche sulla collettività. Più paura significa meno fiducia, più sospetto, meno coesione sociale e, di conseguenza, meno controllo sociale informale che può portare ad un progressivo aumento del degrado e della criminalità».  Approfondire la questione è importante perché essere cittadini informati vuol dire non solo abitare le proprie città con maggiore serenità e consapevolezza, ma anche fare uno sforzo attivo di partecipazione nella comunità.

a cura di Francesco Bombini
 
Insicurezza, paura, vittimizzazione
Insicurezza, paura, vittimizzazione
autore: Serena Favarin
collana: Ricerche. Sociologia
formato: Libro | editore: Vita e Pensiero | anno: 2020 | pagine: 160
Questo libro indaga le dinamiche legate alla paura della criminalità e suggerisce alcune soluzioni per mitigarla, dalla riqualificazione dello spazio urbano al miglioramento della coesione sociale.
€ 16,00

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