Dopo l'Apocalisse: «Storia, maestra di speranza»

Dopo l'Apocalisse: «Storia, maestra di speranza»

27.10.2023
Dopo l'Apocalisse
Dopo l'Apocalisse
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Nicolangelo D’Acunto, docente di storia medievale in Università Cattolica a Milano e a Brescia, dove dirige il Dipartimento di Studi medioevali, umanistici e rinascimentali e il Centro studi sulla storia degli insediamenti monastici europei, ha curato, con Guido Cariboni ed Elisabetta Filippini, l’ultimo libro della serie “le Settimane Internazionali della Mendola”, intitolato Dopo l’Apocalisse. Rappresentare lo shock e progettare la rinascita (secoli X-XIV). Abbiamo rivolto al professor D’Acunto alcune domande per approfondire il tema delle reazioni sociali ai grandi shock del passato, trovando parallelismi con quanto accaduto di recente con la pandemia Covid.

Nel sottotitolo del volume, Rappresentare lo shock e progettare la rinascita, compare il termine shock: cosa significa in storiografia?
Abbiamo usato consapevolmente un termine tecnico-scientifico e medico che indica uno stimolo intenso, di natura fisica o psichica e per estensione un’impressione violenta e improvvisa, un trauma psichico o una sindrome a insorgenza acuta ed evoluzione più o meno drammatica, che compromette le funzioni vitali e la fisiologia dell’organismo interessato, mettendo in crisi l’armonico funzionamento dei vari organi e apparati. L’accezione medica è forse la più vicina alla nozione di shock applicata all’ambito sociale e istituzionale, ove non mi pare che questa categoria avesse avuto una compiuta tematizzazione. Certo è che lo shock sociale, di cui ci occupiamo in quanto storici, come quello dell’organismo umano o animale, ha un’insorgenza acuta per cause anch’esse molteplici e gravi con esiti più o meno drammatici. Inutile dire che il parallelo si estende alla compromissione della fisiologia del corpo sociale, a motivo del turbamento subito dalle normali modalità di interazione delle diverse componenti della società.

E la società può guarire dagli shock?
Mentre dagli shock che interessano l’organismo esso può ristabilirsi quasi completamente, nel caso delle società il ritorno allo status quo ante è praticamente impossibile.

Lo spunto del tema del volume, scrive nella prefazione, è nato durante la pandemia Covid-19: qual è il punto di contatto tra gli eventi catastrofici del passato e quanto accaduto recentemente?
La storia non si ripete mai e non è possibile trovare delle leggi che regolino le società con la stessa regolarità che troviamo nel mondo fisico. È tuttavia evidente che la pandemia ci stava mostrando che la vita sociale e individuale in tutte le sue componenti era condizionata dalla declinazione affatto inedita della surrogabilità della presenza fisica nei più diversi e disparati ambiti: quello del lavoro, per esempio, della didattica scolastica e universitaria e perfino quello della pratica religiosa. Nostro malgrado ci trovavamo nel bel mezzo di un passaggio epocale che si poteva comodamente aggiungere al vasto ed eterogeneo campionario di analoghe trasformazioni che avevamo osservato nel convegno del 2019.

Fa riferimento al convegno su Presenza-assenza, da cui poi è nato l’omonimo saggio?
Esatto, avevamo dimostrato che le grandi cesure della storia dell‘istituzionalità del medioevo centrale corrispondevano ad altrettanti decisivi tournant della storia del rapporto tra presenza fisica e assenza.

Stabilito che le apocalissi, in quanto eventi definitivi e catastrofici, segnano un punto di rottura col passato, quando e da dove nasce l’idea secondo cui gli uomini medievali credevano che fossero legate al disvelamento di un progetto d’innovazione divina?
Certamente pesavano l’eredità biblica e patristica, che agli intellettuali del medioevo (e a cascata attraverso la pastorale anche alle persone comuni) fornivano i concetti per l’interpretazione della realtà e le parole per comunicarla. L’uomo medievale la storia e la natura erano il linguaggio di Dio, il modo con cui Dio si comunicava e che l’uomo doveva decrittare. Certamente nel corso del millennio medievale le modalità con cui tutto questo veniva declinato secondo i tempi e i luoghi, con minore o maggiore ottimismo circa le possibilità per l’uomo di reagire alle calamità e di ricominciare.

Quali sono state le cause di shock più eclatanti del passato e quelle raccontate e scelte dagli autori?
Accanto a shock “famosi” come la Peste nera del XIV secolo o il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti di Alarico, troviamo eventi cesura che a noi dicono poco come l’episodio di Canossa del 1077 o gli scismi dell’XI secolo, le scomuniche di papi e imperatori, oppure i traumi prodotti all’interno di singole comunità religiose e più strutturati ordini e congregazioni, tutti avvenimenti percepiti dai contemporanei con la stessa valenza periodizzante che noi abbiamo attribuito di volta in volta alla caduta del muro di Berlino, all’11 settembre o alla pandemia.

Qual è stato lo shock per eccellenza, quello che ha segnato una cesura nel Medioevo: la crisi dell’Impero Romano d’Occidente o la Peste?
Di sicuro la Peste nera del Trecento, che si è presentata con una repentinità e un terribile impatto generalizzato, almeno in Italia. Al contrario la crisi dell’Impero Romano è stata il risultato di un processo lento e difficilmente percepibile da parte dei contemporanei. 

Qual è la lezione della storia che non dobbiamo dimenticare? 
Qualcuno ha detto che, se la storia è maestra di vita, ha comunque dei pessimi allievi. Tuttavia una lezione possiamo trarla da una ricerca come questa: occorre nutrire la fiducia che deriva dalla constatazione che anche i momenti più neri, quando l’umanità appare indifesa dagli attacchi che la natura ad essa rivolge o dai dolori che da sé stessi gli uomini procurano di infliggersi, saranno superati, diventeranno ricordo o saranno coperti dall’oblio. Nulla sarà come prima, ma di sicuro ci sarà un nuovo inizio.

Lei afferma che la consapevolezza degli shock era condizionata dal livello di informazione dei soggetti e principalmente dalla loro condizione sociale. Quindi la percezione degli shock era modulata dal potere?
La dimensione della comunicazione è essenziale per capire la storia. La percezione della crisi dell’Impero Romano o più in generale delle cesure della storia delle istituzioni dipendeva dalla vicinanza al potere, in tutte le sue accezioni, proprio perché i mezzi per comunicare a disposizione delle istituzioni erano molto limitati e la comunicazione era molto rallentata e opaca. Questo era talvolta un vantaggio ma di norma riduceva l’efficienza delle catene di comando, producendo poteri molto deboli.

Si possono fare dei parallelismi con l’oggi?
Oggi, al contrario, la pervasività dei media consente un rapporto quasi uno a uno con gli individui e la trasmissione in tempo reale delle notizie. Ciò da un lato agevola l’organizzazione delle reazioni collettive agli shock, ma al contempo favorisce la creazione immediata e su larga scala di forme di dissenso derivanti dalla circolazione di interpretazioni alternative di quanto sta accadendo, come abbiamo potuto constatare a proposito del dibattito sui vaccini durante la pandemia.

Tra le varie apocalissi studiate c’è anche la morte di papa Gregorio VII, raccontata da Bonizone di Sutri nel suo Liber ad amicum, in cui si trova un’interpretazione sui generis dell’avvenimento. In casi come questi, c’era un’esigenza particolare di adattare il linguaggio e la comunicazione alla situazione catastrofica? Qual era il rapporto tra il racconto dello shock e la veridicità storica?
Ogni racconto che troviamo nelle nostre fonti – e quello di Bonizone di Sutri non sfugge alla regola – è condizionato da una ben definita intenzionalità. Bonizone descrive lo shock per organizzare la riscossa dei gregoriani e invogliarli di nuovo a combattere. Ciò era necessario perché la sconfitta nel medioevo veniva letta alla luce di una mentalità ordalica, per la quale l’esito dei conflitti è una manifestazione della volontà divina. Bonizone invece instaura un parallelismo tra la sua attualità e la Chiesa delle origini, apparentemente sconfitta dall’Impero pagano, ma poi vincitrice perché santificata dal sangue dei martiri. Insomma la storia serviva a trovare le ragioni per ricominciare con rinnovata fiducia a dispetto della catastrofe che i gregoriani stavano vivendo.

Lei afferma che tanto la parte razionale, cioè il processo di razionalizzazione e rappresentazione dello shock, quanto la parte sentimentale, cioè la condivisione sociale delle emozioni, hanno contribuito ai progetti di rinascita individuale e collettiva. In che modo l’uomo medievale risponde e supera la crisi? 
Con una molteplicità di soluzioni che si adattano alla eterogeneità degli shock. Una prima soluzione consiste nel tentativo di addomesticare il cambiamento condizionandone la rappresentazione fino a negarne l’esistenza.

Ci può fare un esempio?
Per esempio la crisi dell’Impero d’Occidente, uno shock istituzionale e culturale senza precedenti, che richiese un’attenta ‘gestione post-emergenziale’ nel VI secolo. Teoderico fu costretto a presentare le innovazioni da lui introdotte come un ritorno all’età aurea di Roma: l’Impero d’Occidente non era caduto, ma aveva subito una metamorfosi. Diversa la situazione nell’XI secolo, quando, di fronte alla crisi dei rapporti tra papato e impero vi fu chi, come Pier Damiani, reagì lasciando il mondo al suo destino ed estremizzando il ruolo del monachesimo come unico porto sicuro nella tempesta del saeculum, e chi, come Gregorio VII cercò di approfittare della debolezza della corte imperiale per progettare un cambiamento sistemico e radicale che portò a una vera e propria rivoluzione. Entrambi occultavano il cambiamento proponendo innovazioni radicali prive di precedenti. Lo stesso shock, pur con strumenti diversi, indusse in questi protagonisti il ricorso all’innovazione e anzi, provocò l’accelerazione improvvisa di cambiamenti già in atto, (spesso vere e proprie rivoluzioni), mettendone in rilievo l’indifferibilità e l’urgenza.

Nella storia medievale, come insegna il libro, c’è stata una fitta alternanza di periodi di crisi e di rinascita: c’è un episodio di rinascita secondo lei più significativo di altri o che le piace ricordare?
Non si trovano nel Medioevo rinascite così repentine come quella vissuta dall’Italia del boom economico dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel Medioevo i processi erano molto più lenti. Di sicuro la ristrutturazione della società italiana dopo la Peste nera costituisce il caso più eclatante di rinascita, ma pure la capacità dimostrata dall’uomo occidentale di reinventarsi dopo una crisi sistemica come quella dell’XI secolo è di quelle che inducono a ben sperare nel futuro dell’umanità, la quale tuttavia oggi ha capacità tecniche di autodistruzione che non trovano precedenti significativi nella storia. Ciò nonostante la storia deve continuare a essere maestra di speranza.


A cura di Elena Vanore

 

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