Il prezzo di un futuro con bambini-merce

Il prezzo di un futuro con bambini-merce

16.02.2021
Baby boom
Baby boom
autori: Alessio Musio
formato: Libro
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Nel nostro Paese si parla moltissimo dei preoccupanti dati sulla denatalità e sull’inversione della curva demografica che negli ultimi anni sembra dare solo segni di decrescita con tristi record. In questo contesto è quindi estremamente importante interrogarsi anche sulla generazione e non solo da un punto di vista di welfare alle famiglie o strategie sociali di supporto o medico, ma anche sul significato che il “generare” ha oggi in un mondo sempre più abituato ai click e sempre meno agli abbracci. Abbiamo incontrato Alessio Musio, docente di Filosofia morale dell’Università Cattolica, che ha appena pubblicato il libro Baby Boom. Critica della maternità surrogata.

A quale esplosione fa riferimento il Baby boom che dà il titolo al libro?
La mia ricerca è partita dai numeri impressionanti sulla contrazione della natalità, dati come quelli del 2019 che ci dicono che è come se ogni 4 anni sparisse una città come Milano. È un fatto che la generazione dei babyboomers - pur godendo di un periodo di pace e benessere - abbia cominciato a non fare più figli ed è un fatto che a una crisi dei diritti sociali sia corrisposta un’enfasi crescente sui diritti individuali, con l’emergere di una delega sempre più ampia della generazione alla tecnologia. Il boom è una deflagrazione che nasce dalla miscela di questi elementi, uno scenario in cui il figlio rischia di essere pensato e realizzato come un prodotto.

Tecnologia e corpo: cosa hanno a che fare l’una con l’altro?
La tecnologia e l’ambiente tecnologico in cui siamo inseriti continuano a cambiare la nostra esperienza. Per questo, ancora prima di chiederci che "uso" possiamo farne, dovremmo cercare di capire nel profondo, come ha scritto Shurley Turkle, quali siano «gli effetti reali che la tecnologia ha su di noi». Il dato che mi pare emergere, soprattutto in relazione ai temi del libro, è che nella nostra società all’aumentare della tecnologia corrisponda progressivamente una rarefazione della carnalità, con conseguenze serie che vengono assorbite senza farsi notare, ma cambiandoci profondamente. La maternità surrogata è una di queste, perché uomo e donna scompaiono e diventano spermatozoo e ovocita; ciò che è unito nel caso della generazione corporea nel corpo del madre si scinde in tre funzioni: quella della madre genetica, della madre gestante, e della madre sociale.

È una critica all’invasività della tecnologia? 
Il mio è un approccio etico-fenomenologico. Nella maternità surrogata - basata sulla fecondazione in vitro - il generare è delegato alla tecnologia. Da qui una logica di controllo sempre più pervasiva che rischia di dimenticare come il figlio sia l’imprevisto, inteso come soggetto anziché come evento, vale a dire qualcuno di cui non potrai mai sapere prima come sarà. Se si elimina questo elemento si cambia lo statuto del figlio ed è un cambiamento che riguarda la condizione umana, perché l’uomo resta figlio tutta la vita.

Non è quindi un libro solo sulla maternità surrogata?
Diciamo che utilizzo questo macrotema per mostrare alcune dinamiche della nostra civiltà su cui riflettere. È una lente d’ingrandimento che evidenzia una serie di fenomeni che tendiamo a non considerare, dal punto di vista sociale, economico e culturale. La mia critica non riguarda mai i nuovi generati, naturalmente, ma chi usa in modo spersonalizzante il corpo delle donne e crea un mercato attorno al desiderio di avere un figlio: riguarda il modo in cui i bambini sono generati, non la loro condizione.

Come il caso Kiev?
Sì, i figli pensati come merce non sono una realtà ipotetica, ma ne leggiamo sui giornali, come appunto il caso dell’hotel di Kiev utilizzato lo scorso maggio, in pieno lockdown e blocco dei commerci, come deposito di neonati commissionati a un’azienda ucraina di maternità surrogata da genitori di diversi Paesi europei [si veda ad es. l'articolo del Corriere della Sera]: quarantasei bambini consegnati dalle loro madri gestazionali come un prodotto finito in attesa di essere consegnati ai cosidetti genitori committenti. La scena era quello di uno stock di merce invenduta con tanto di spot rassicuranti, perché, certo, i contratti relativi ai figli non sono davvero equiparabili a quelli cui si affida la realizzazione dei prodotti. Tenga presente che ci sono contratti di questo settore che prevedono addirittura la “sostituzione” del bambino nel caso muoia entro il primo anno di età.

È l’apoteosi del capitalismo cinico?
Posso dirle che, sebbene la maternità surrogata sia un fenomeno che prende avvio negli anni ’80, prima con l’inseminazione artificiale e poi con la fecondazione in vitro, già Gramsci nel 1918 su “L’Avanti” aveva messo in guardia dai rischi di una mercificazione dell’essere madri, usando la fortissima immagine del corpo della donna povera sfruttato a beneficio delle “ricche signore”... un mostro a tre teste in cui si sommano egoismo, tecnica e capitalismo. Del resto, in tutto il processo della maternità surrogata il bambino è spesso, in realtà, percepito come una merce, sulla base di un lessico che esplicitamente non di rado usa termini come ‘investimento’ e ‘prodotto’ da realizzare ‘secondo i canoni’. La domanda di Gramsci resta, così, drammaticamente attuale anche oggi, mentre si affaccia l’ipotesi dell’utero artificiale: la maternità, intesa come capacità generativa, può diventare materia prima per le aziende?

È per questo che parla del diritto di generare come un diritto vuoto?
È un diritto vuoto nel senso in cui lo intendeva Jonas, quando osservava che la generazione non dà luogo a diritti ma a doveri, divenendo l’emblema stesso della responsabilità etico-politica. Colui che è generato è qualcuno che nelle fasi iniziali della sua esistenza è totalmente dipendente da colui che lo ha generato, e per questo Jonas insisteva sul senso della responsabilità connesso alla generazione: e quello della responsabilità è prima di tutto il linguaggio dei doveri, non dei diritti. Viviamo in un contesto che ha ribaltato il senso del generare, ma se è vero che nessuno è al mondo per colmare i nostri vuoti, a maggior ragione nessuno può essere messo al mondo per questo scopo.

Lei dedica un intero capitolo all’analogia delle “ancelle” e analizza anche il noto libro della Atwood, Il racconto dell’ancella del 1985 e la recente serie tv derivata. Qual è il punto di contatto con la letteratura?
Parlare di generazione implica sempre una confluenza di diversi temi: antropologici, etici, politici, teologici, come emerge in modo impressionante nel romanzo della Atwood che diventa, così, utilissimo per pensare alla pratica della maternità surrogata. Ad esempio, una parte del pensiero femminista ha voluto sottrarre quel racconto a chi critica tale pratica. Intendiamoci, la trama descrive donne che sono costrette a generare, a differenza di quanto almeno in apparenza accade con la surrogacy così come la conosciamo oggi. Ma alcune analogie restano sul campo, a cominciare dal fatto che le ancelle del romanzo - quando si vedono sottratto il bambino - sono straziate dal dolore della perdita, non solo dalla violenza cui sono costrette. Lo strazio della separazione è un segno del fatto che il corpo non mente, nonostante i tentativi di presa di distanza da parte della psiche. Trovo quindi utilissimo un confronto con le pagine del romanzo. Senza dimenticare che nel dibattito sulla maternità surrogata continuano a essere riproposte analogie improprie tratte dalla Bibbia.

A questo proposito lei cita anche la lettura degli gnostici della figura di Maria, madre di Gesù: vuole parlarcene brevemente?
Difficile riassumere in poche righe, diciamo soltanto che gli gnostici insistevano sulla’ smaterializzazione’ e in questo c’è un punto di contatto interessante con la tecnologia, che tende a favorire processi di smaterializzazione del corpo. Gli gnostici, comunque, dicevano che Gesù era solo passato dal corpo della madre, mentre per la tradizione cattolica la Madonna è la vera madre di Gesù e non un mero ‘dispositivo‘ di passaggio. Mi faccia aggiungere che il cristianesimo è la fede nell’incarnazione e il sapere dell’incarnazione: un corpo, quindi, che non è da eliminare, ma da riscoprire, rispettare e valorizzare.

Nel contesto fin qui delineato, qual è a suo parere il rischio più grande per la nostra società?
Sotto  il nostro sguar­do si va realizzando un mutamento di civiltà che espone lo statuto dei figli e di ciascuno al "defla­grare" della differenza tra le "persone" e le "cose". A rischio, insomma, è ciò che nell’etica ha il linguaggio della dignità e nelle relazioni quello dell’amore: il senso dell’unicità.

 

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