La metafisica diventa piccola e illumina l’umano

La metafisica diventa piccola e illumina l’umano

07.10.2021
Piccola metafisica della luce
Piccola metafisica della luce
autori: Silvano Petrosino
formato: Libro
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«Le cose non sembrano le stesse a chi vuole bene e a chi odia» scrive Aristotele nella Retorica. Perché? Cosa cambia lo sguardo di una persona? Per rispondere non basta la fisica, serve la metafisica. Silvano Petrosino ci dice che ne serve una “piccola” se vogliamo veramente comprendere il perché dell’assunto aristotelico. Abbiamo incontrato l’autore di Piccola metafisica della luce. Una teoria dello sguardo per farci raccontare il libro e mettere a fuoco quanto il guardare e il vedere siano importanti nella nostra società.

Questo volume torna in libreria dopo 17 anni in una nuova edizione riveduta. Come è stato rileggersi dopo un così lungo lasso di tempo e perché ha sentito il bisogno di tornare a questo titolo?
Credo sia giusto che un filosofo rilegga le sue opere con calma e con una certa distanza; serve a valutare quanto una teoria regga ancora e quanto sia, soprattutto, utile al pensiero contemporaneo. Io credo che questa riflessione, nata allora dalla volontà di riorganizzare in una cornice più ampia alcuni corsi che avevo sviluppato sullo stupore e l’invidia, sia ancora necessaria nonostante la cosiddetta “società dell’immagine” non sia più al centro del dibattito contemporaneo. Si discute molto del tema del digitale e delle sue implicazioni uomo/macchina; per me invece lo statuto dell’immagine è ancora fondamentale e riguarda anche il digitale, perché riguarda le relazioni. Ripubblicare il libro – cambiato, riveduto, sfrondato in alcune parti – è quindi per me richiamare l’attenzione su un tema che non dobbiamo, letteralmente, perdere di vista. 

Partiamo allora dalla parola chiave del libro: cos’è la luce oggetto di questa piccola metafisica?
La luce è il frutto di uno sguardo. E lo sguardo è la luce con la quale l’essere umano illumina il mondo. Non è un passaggio sofistico. È fondamentale capire questo passaggio che nasce da una considerazione di Heidegger, quando scrive in Essere e tempo, a proposito dell’Esserci, dell’uomo: «in quanto essere-nel-mondo, è luminoso in se stesso, non riceve la luce da un altro ente, è esso stesso illuminazione». Nella mia tesi continuo questo percorso. 

Perché è così importante?
Perché da questo assunto deriva la legge dell’incontro. La realtà ti viene incontro nella misura in cui tu le vai incontro. Se illumini la realtà secondo la luce del tuo risentimento, allora la realtà avanzerà nella misura della rabbia, dell’odio, del malessere. Ci aiuta a comprendere questo concetto un magnifico passaggio del Paradiso perduto di Milton, quando Satana guarda l’Eden e, pur pensando che è tutto molto bello, si chiede «perché non provo gioia?». La letteratura ci mostra come lo sguardo non dipende da quello che guardo, perché anche la bellezza può diventare pena, dolore. Tutto per Satana è inferno perché è inferno egli stesso. È quello che ci succede quando guardando una coppia felice pensiamo alla nostra solitudine, o guardando una persona più giovane alla nostra vecchiaia, ecc.

Se lo sguardo è luce, cos’è la cecità?
Per rispondere soffermiamoci un attimo sull’etimologia della parola sguardo, che nulla ha a che fare con il vedere. Sguardo ha dentro la parola “guardia”, la parola “cura”. Una persona può essere cieca, ma percepire benissimo la realtà - attraverso gli odori, i sapori, i suoni, ecc. – e prendersene cura. È il tema che Saramago sviluppa in Cecità. Non è l’occhio che non funziona; non è la fisica che ci rende esseri luminosi; la metafisica ci spiega che l’uomo può guardare anche se è cieco e non guardare anche se vede. E il non guardare può portarci all’abisso.

Qual è la cosa più terribile che può accadere?
La tenebra. È quello che nell’ultimo capitolo del libro chiamo “l’abisso della non risposta”. Se lo sguardo è la luce con cui rispondo andando incontro al reale, il problema vero è quando smetto di rispondere; quando non andiamo più incontro a nessuno. Non a caso secondo me Dante, con una grande intuizione, immagina Lucifero, «lo ’mperador del doloroso regno», immobile, conficcato nel ghiaccio. Facendo un altro esempio, fuor di letteratura, pensiamo alla depressione, una malattia che è un non rispondere, smettere di avere voglia di “andare incontro”; ricordo un caro amico, scomparso tragicamente, che un giorno mi guardò e mi disse: «Non voglio più volere». Di fronte a una dichiarazione di questo tipo siamo inermi; è una non-risposta assoluta.  

Dallo sguardo e all’andare incontro alla realtà siamo così approdati al desiderio, tema del suo precedente volume intitolato appunto Il desiderio. Non siamo figli delle stelle. C’è una curiosa coincidenza tra i suoi temi e quello del Salone del libro di Torino 2021, dove lei sarà ospite il 16 ottobre. Il titolo infatti “Vita Supernova” racchiude una stella potentissima, la supernova, che quando esplode, velocemente, illumina e insieme brucia. Cosa ne pensa?
In  questa immagine vedo rispecchiarsi la difficile legge dell’incontro di cui parlavamo. Io avanzo, qualcun altro mi viene incontro e può succedere qualcosa di meraviglioso; oppure qualcuno avanza troppo e ti distrugge, o viceversa. Pensiamo all’ambito educativo o al rapporto genitori/figli: se obbligo con forza un bambino a suonare il pianoforte quel bambino può arrivare a odiare quello strumento, perché io adulto ho distrutto quell’incontro. È un tema eccezionale, perché mette in gioco anche l’idea di Dio. Un Dio che mantiene la distanza, perché è innominabile, perché il suo Regno è nei cieli, perché grazie alla distanza ci lascia la libertà… e Gesù? Lévinas diceva che l’incarnazione non è concepibile appunto perché annulla la distanza e brucia la libertà.

Lei cosa obietta a Lévinas?
Dio supera l’obiezione di Lévinas quando sceglie di incarnarsi tra gli ultimi e si pone nella posizione più bassa; un figlio di falegname non può imporsi. E ancora Dio spiazza l’uomo quando dice che è del Regno dei cieli, ma è anche qui, ovunque, «dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»; o quando nell’Antico Testamento Dio rimprovera Davide e il profeta Natan che vogliono costruirgli un tempio… semmai sarà Dio a dare a Davide un casato; Dio non ha recinti e soprattutto in quanto Altissimo ha a che fare con il bassissimo. [si veda su questo tema Dove abita l’infinito, n.d.r.]. 

Nel fuori-testo che apre la Piccola metafisica c’è una interessante parallelo con la Petite messe solennelle di Rossini. Nel piccolo c’è la solennità?
Si può essere solenni anche facendo le cose più semplici. La solennità non è data dalla grandezza o dalla maestosità. Rossini, checché ne abbia detto Beethoven, ha l’ardire di pensare a una “piccola messa solenne”, il che significa poter creare una musica solenne anche con pochi strumenti. Con il nostro sguardo possiamo illuminare la nostra realtà e quella degli altri nel quotidiano. Questo è cristianesimo.

(di Velania La Mendola)

 

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