La Russia, l'Occidente e la guerra iniziata con un bluff

La Russia, l'Occidente e la guerra iniziata con un bluff

23.03.2022

Fino a qualche tempo fa i rapporti tra Russia e Occidente sembravano interessare solo la politica e gli specialisti di relazioni internazionali. Dal 24 febbraio 2022 le cose sono cambiate: da quando Putin ha ordinato l’invasione dell’Ucraina e la guerra ha cominciato a soffiare sull’Europa, quelle relazioni, quell’equilibrio tra Russia e resto del mondo è diventato centrale per capire cosa sta succedendo e cosa potrà accadere. Nel 2018, Gabriele Natalizia, professore di Relazioni internazionali alla Sapienza Università di Roma, oltre che coordinatore del Cen­tro Studi Geopolitica.info, ha curato per la collana ASERI il volume La Russia e l’Occidente, richiamato in questi giorni anche sui social come buon punto di partenza per comprendere le dinamiche politiche in corso. Abbiamo incontrato il professore per riprendere alcuni punti del volume.

Il libro nasceva sulla scia del centenario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 per tracciare elementi di continuità o discontinuità nello scacchiere geopolitico. Nelle pagine trovava spazio anche la guerra civile che divampò nel Baltico, in Ucraina e nel Caucaso meridionale nel 1918. Lei in particolare scriveva: «anche oggi la posizione della Russia è di aperta contestazione dello status quo».
È almeno dal 2007, quando Vladimir Putin presentò alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il suo atto di accusa nei confronti dell’ordine del post-Guerra fredda, che la Federazione Russa si è attestata su una posizione “revisionista”. Le politiche che seguono tale scelta non possono che rivolgersi principalmente a quei territori che Mosca considera come sua “sfera di influenza” (o “estero vicino”), prerogativa che le potenze occidentali non sono mai state disponibili a riconoscerle.
Si tratta, in buona parte, degli stessi territori dove si consumò la guerra civile russa tra il 1917 e il 1922, che – vale la pena ricordarlo – si internazionalizzò immediatamente con il sostegno fornito ai russi bianchi dalle potenze occidentali. Le condizioni materiali di allora sembrano simili a quelle odierne. Pertanto, anche se la storia non si ripete – avrebbe detto Mark Twain – sembra quanto meno fare rima.

L’attacco di Putin era dunque prevedibile? 
Solo un mese fa ben pochi osservatori credevano che il Cremlino avrebbe fatto ricorso a una guerra su vasta scala in Ucraina. E la maggior parte di essi non se ne era persuasa sulla base delle informazioni fornite dalle intelligence occidentali o di un ragionamento sulla finestra di opportunità che nell’inverno 2021-2022 si stava aprendo dinanzi alla Russia. Piuttosto, giungeva a tali conclusioni riconducendole al profilo psicologico del presidente russo o alle qualità aggressive del suo regime.
La mia impressione è che quanto vediamo oggi sia il frutto, piuttosto, di una politica del rischio calcolato fallita di fronte all’indisponibilità del governo ucraino di cedere al ricatto del Cremlino che, per non farsi scoprire il bluff, ha dovuto dimostrare che l’opzione militare fosse concreta. Ma i numeri delle forze schierate (150.000 uomini per invadere un Paese con 44 milioni di abitanti), i cambiamenti di strategia consumatisi in queste quattro settimane, i problemi logistici e la rimozione di vertici dell’Intelligence e della Difesa fanno pensare che tale scelta non fosse scontata sin dall’inizio.

Nel volume vari studiosi, anche russi, mettevano in luce come la situazione geopolitica fosse caratterizzata da una crisi dell’ordine liberale, un consolidamento dei partiti populisti in Europa, una competizione con la Russia alternativamente avvertita come partner economico affidabile o rivale strategico degli Stati Uniti. In particolare, nel suo saggio lei affrontava proprio quest’ultimo punto: come potremmo riassumere l’atteggiamento degli USA verso la Russia da Clinton fino a Trump?
Tutte le amministrazioni americane del post-Guerra fredda si sono mostrate consapevoli del fatto che con la Russia in qualche modo occorre fare i conti, per l’impatto che le sue azioni possono nutrire su quello che il prof. Vittorio Emanuele Parsi ha definito l’ordine internazionale “liberale”. Tale qualità deriva, anzitutto, dalla sua tendenziale “apertura” e ricerca di integrazione all’interno di consessi multilaterali e del sistema economico internazionale anche delle potenze che hanno interessi contrastanti con quelli degli Stati Uniti.

Partendo da questa premessa, durante il loro primo mandato Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama hanno tentato di ingaggiare il Cremlino all’interno di una cornice – per quanto possibile – cooperativa. Ricordiamo che Clinton nel 1993 fu accusato dai Paesi dell’Europa orientale di perseguire una politica del “Russia first”, Bush rappresentò la Russia sullo stesso lato della barricata degli Stati Uniti nella “global war on terror” e Obama tentò l’ambizioso progetto del “Russian reset”. Tuttavia, di fronte all’inefficacia di tali politiche e alla rivendicazione russa di una sfera di influenza, tutte le amministrazioni americane passarono dall’aspirazione a cooperare con il Cremlino a una competizione sempre più aspra. Donald Trump avrebbe voluto giocare la stessa carta, ma l’intervento del Russiagate lo costrinse ad assumere una postura di confronto serrato con la Russia per fugare ogni sospetto che avrebbe potuto confortare i sostenitori del suo impeachment.

E Biden? Quale sembra essere la strategia degli americani alla luce di quanto fatto dai predecessori?
Con Joe Biden è sembrato possibile ritornare a un tentativo di riagganciare la Russia. Si ricordi che, al netto delle accuse rivolte a Putin di essere un “killer”, il presidente americano aveva rinunciato alla linea dura sul Nord Stream 2 e, dopo aver firmato un comunicato finale del vertice NATO del 15 giugno dove si denunciava fortemente la minaccia russa, il 16 giugno era a Ginevra per incontrare Putin nel tentativo di rilanciare un dialogo a tutto campo tra i due Paesi.

Anche nel corso della crisi che ha preceduto il 24 febbraio, Washington ha sempre tenuto aperto il dialogo con Mosca, sostenendo l’organizzazione di un meeting del NATO-Russia Council (il primo dal 2019) e qualche settimana dopo l’incontro tra Antony Blinken e Sergey Lavrov all’interno degli US-Russia Talks. Ma l’invasione dell’Ucraina cambia le carte in tavola.

Nel capitolo dedicato al declino dell’egemonia americana Alessandro Colombo rifletteva sul paradosso delle grandi potenze in ascesa come Cina, Russia, Iran: non possono controbilanciare gli Stati Uniti a livello globale senza mettere in inquietudine altre potenze minori a livello regionale. La Russia ha rotto questo equilibrio precario.
Dipende solo dal fatto che sia Putin al potere?

Non credo. Le azioni della Russia di Putin, d’altronde, sembrano riecheggiare lo stesso modus operandi dell’Unione Sovietica, così come descritto da George Kennan nel Lungo Telegramma del 1946. Piuttosto ragionerei nei termini della finestra di opportunità che si è aperta di fronte al Cremlino nel corso di questo inverno e che ricollega la tragica vicenda ucraina alla partita molto più ampia tra Russia, Cina e Stati Uniti.

Cioè?
Anzitutto – vera e propria condizione permissiva dell’intera escalation – è il fatto che dopo un anno dall’insediamento di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti ormai è chiaro come anche l’amministrazione in carica rivolga prioritariamente le sue attenzioni alla Repubblica Popolare Cinese. Di conseguenza, l’attuale corso della Casa Bianca – in linea di continuità con quanto fatto da Barack Obama e Donald Trump – ha sviluppato un approccio strategico globale fondato sul Pivot to Asia, che ha trovato conferma nella pubblicazione della sua Indo-Pacific Strategy proprio mentre il mondo assisteva all’escalation della crisi in Ucraina. Il ritiro dall’Afghanistan dello scorso agosto, inoltre, ha fornito un indizio molto consistente a Putin sul fatto che gli Stati Uniti non vogliono sperperare risorse in aree che non ritengono vitali per gli interessi americani. E lo Spazio post-sovietico, per l’appunto, non lo è più da un decennio circa.

Insomma l’America non può permettersi questa guerra dopo la pandemia?
È difficile credere che qualcuno a Washington voglia “morire per il Donbass” e lo è tanto più nell’anno delle elezioni di mid-term con un presidente al suo minimo storico in termini di consensi. Non è verosimile che nei prossimi mesi Biden e il Partito Democratico vogliano cimentarsi in una campagna elettorale dove sarebbero chiamati incessantemente a spiegare ai contribuenti americani perché i soldi delle loro tasse sono investiti per la difesa di un Paese che non rientra nel novero degli alleati dell’America, mentre quest’ultima ancora soffre per le piaghe economiche e sociali della pandemia.

E l’Europa come sta reagendo?
Al momento non vedo un leader in grado di guidare l’Unione Europea verso una posizione omogenea e coerente sul tema, qualunque essa sia. Tra gli azionisti di maggioranza di Bruxelles, Emmanuel Macron pensa alle elezioni presidenziali di aprile, Mario Draghi è impantanato tra gestione dell’emergenza Covid-19 e il tentativo di ricucire le ferite della corsa quirinalizia, mentre Olaf Scholz deve ancora accreditarsi come leader internazionale.

A parte le difficoltà da lei delineate, quale ruolo può assumere l’Unione Europea in questo complesso scenario? 
L’Unione Europea dovrebbe continuare a fare ciò che sa meglio fare, ovvero giocare il ruolo di un soggetto economico sopranazionale capace di far convergere gli interessi dei suoi membri e tradurli efficacemente in politiche coerenti. Al momento, si è dimostrata capace di ottenere l’allineamento delle posizioni di tutti gli Stati – anche quelli più riottosi, come Germania, Francia e Italia – sulla questione delle sanzioni. Ha così colto di sorpresa il Cremlino, che giocava molto sulla divisione del campo occidentale. Ovviamente tale compito risulterebbe più difficile se si scegliesse di andare a toccare anche il settore energetico. Resta da capire, tuttavia, se davvero sia opportuno tagliare del tutto i ponti con la Federazione Russa nella dimensione economica, facendola così cadere nelle braccia della Cina e radicalizzandone le posizioni revisioniste.

Un punto che sembra aver sorpreso molti spettatori del conflitto in corso è la forza della resistenza ucraina. Un popolo che, come ricorda il volume, è sceso in piazza nel 2004 per protestare contro i brogli elettorali ottenendo di rifare le elezioni, la cosiddetta Rivoluzione arancione. Cosa successe allora e perché quel vento pacifico venne arrestato dalle oligarchie in un primo tempo?
Nel 2004 un forte moto di protesta contro i brogli elettorali che avevano portato alla vittoria nel ballottaggio presidenziale il candidato filo-russo Viktor Yanukovich portò all’annullamento di quel round e alla sua nuova celebrazione, che vide il successo del candidato filo-occidentale Viktor Yushenko. Così come per le altre rivoluzioni “colorate” le proteste interne si saldarono a un forte pressing internazionale in loro favore effettuato dall’amministrazione Bush, che in quella fase credeva fermamente nella necessità di sostenere il cosiddetto “allargamento democratico” come ricetta per il consolidamento dell’ordine liberale. Sempre Yanukovich, tornato alla presidenza nel 2010, fu defenestrato da un nuovo movimento – quello di Euromaidan – sceso in piazza a protestare contro la sospensione delle trattative per concludere l’accordo di associazione dell’Ucraina all’UE.

C’è poi la questione delle materie prime, come il gas. Quanto conta la leva energetica?
Per una potenza come la Russia che, oltre allo strumento militare, trova in questa dimensione l’altro suo principale grimaldello per scardinare il mondo esterno, l’inverno non può che essere la finestra temporale migliore per agire sul mercato dei prezzi, rompere il fronte dei suoi potenziali nemici e influenzare le dinamiche politiche internazionali. 

E l’Italia?
Dalla prospettiva italiana la ricerca europea di una maggiore autonomia dal gas russo nel medio termine può produrre solo dei vantaggi. Tale scelta, infatti, implicherebbe il rilancio del progetto dell’hub energetico meridionale, grazie alle tante fonti di approvvigionamento a cui il nostro Paese per via della sua posizione strategica può attingere, dall’Algeria alla Libia, dal Mediterraneo orientale (giacimento Zohr) all’Azerbaigian.

(intervista a cura di Velania La Mendola)

 
La Russia e l'Occidente
La Russia e l'Occidente
collana: Relazioni internazionali e scienza politica. ASERI
formato: Libro | editore: Vita e Pensiero | anno: 2018 | pagine: 208
Un volume che fa luce sulle relazioni tra la Russia e gli Stati del mondo occidentale, due attori i cui interessi strategici sono spesso rappresentati come inconciliabili.
€ 20,00

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