L'icona, finestra dell'Oltre

L'icona, finestra dell'Oltre

11.04.2022

Nella società dell’immagine, che spazio occupano le icone della devozione cattolica? Lo racconta Giuliano Zanchi, direttore della Rivista del Clero e docente di Teologia dell’Università Cattolica, nel volume Icone dell’esilio. Immagini vive nell’epoca dell’arte e della ragione che a questa prima domanda risponde:

«La storia delle immagini sacre nella cultura europea cristiana, dall’umanesimo alle avanguardie (che hanno disintegrato i paradigmi estetici), passa dal rapporto tra potere e immagini, dalla loro funzione sociale nelle rispettive epoche. Le immagini sacre si sono succedute con funzioni iconiche diverse: per 1000 anni l’immagine cristiana ha avuto una funzione vicina a quella del sacramento, non realtà ma manifestazione dell’altra realtà, del divino; nell’epoca moderna invece, epoca dell’arte della ragione, l’immagine ha cambiato funzione sociale: la pittura è finestra sul mondo, non sull’Oltre. L’arte religiosa si è nel tempo adeguata a questo modo di intendere l’immagine. Tuttavia ho notato qualcosa d’interessante: nella devozione mistica vedo il tentativo di sopravvivere da parte della vecchia funzione dell’immagine.

Dove ha notato questa resistenza dell’Oltre? 
Il culto del Sacro Cuore, le immagini miracolose, i simulacri di Maria dell’800, il re-incanto del volto sindonico grazie alla fotografia… pur con le dovute differenze hanno un lato che le accomuna: sono esperienze che consentono di far sopravvivere l’antica funzione dell’icona, il mediare spiritualmente e sensibilmente la presenza del divino. Sono espressione di un cattolicesimo che si sente in esilio (la cultura costruisce protocolli al di fuori del sapere religioso) e cerca spazio.

Al Sacro Cuore lei dedica la prima parte del volume, da Margherita Maria Alacoque all’impegno militante del Novecento e oltre; un complesso percorso religioso, artistico e culturale che riguarda anche l’Università Cattolica. Quali sono i punti salienti che si riverberano nella contemporaneità? 
È l’idea del binomio cuore-ragione che per tanto tempo l’umanità ha separato in due tronconi: il sentimento, sentito come inaffidabile perché soggettivo e quindi non veritiero; la razionalità, che - culminata nell’Illuminismo che puntava alla ricerca della verità - si è ridotta nel postmoderno a una mera organizzazione tecnicistica della verità.
Nel caso dell’Università Cattolica il Sacro Cuore è ciò che unisce al valore della ricerca accademica l’idea che negli affetti umani, avvolti dagli affetti divini, ci sia una intelligenza della profondità insita nella realtà. Un elemento che è un supplemento di ragione, non una debolezza emotiva. L’eredità di questa storia tocca profondamente qualcosa che resta irrisolto nei nostri paradigmi culturali.

Insomma le immagini sacre ridanno peso al sentimento?
C’è un mondo mistico che tenta di tenere unite le componenti scorporate che abbiamo detto, cuore e ragione, che invece nell’umano stanno insieme: gli affetti non sono ciechi, fanno la differenza, danno senso, anche nell’esperienza religiosa. Avere fede non è sapere la verità ma stare in un legame. Queste immagini traducono questa idea.

La sua analisi mi pare abbia punti di tangenza con un fenomeno registrato nell’ultimo rapporto Censis, dove si legge che «l’irrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale» del nostro Paese. C’è quindi un “oltre” che non riguarda il divino. Cosa ne pensa?
La società dell’irrazionalità è un risultato di un lungo processo di rimozione dell’Oltre: la differenza oggi è che nell’era post-moderna la ragione non è più quella immaginata dall’illuminismo, separata dagli affetti; la ragione oggi è abbandono delle grandi ambizioni di trovare i valori assoluti, perché si pensa che non esistano più. Questo modo di intendere le cose lascia scoperto tutto il resto, che però è necessario. Da questo vuoto esplode la ricerca di altro, che arriva un po’ dove può e un po’ dove vuole… anche all’esoterico o al bizzarro o al complottismo.

Devozione popolare, merchandising, riproducibilità infinita delle immagini sacre (i “santini” digitali impazzano anche sui social, con effetti grafici di ogni tipo): come dobbiamo guardare da credenti a questi fenomeni?
Intanto con l’intelligenza di capire cosa significa questo successo e poi con la capacità di fare discernimento e aiutare a liberarsi dalla componente morbosa di un certo immaginario. Il primo punto è però capire: prima di arrivare al tribunale del cattivo gusto, che può essere arroganza intellettualistica dell’esteta post-moderno, questo immaginario sentimentaleggiante così profondamente ricercato è nella scia delle icone di cui parlo nel libro. Molti credenti interessati a una ricerca spirituale trovano lì una forza di riconoscibilità, di veicolazione di sentimenti che non trovano altrove. Saranno anche cose brutte, però funzionano. Nell’arte magari ci sono cose belle che però non generano quell'impulso emotivo e spirituale che la gente cerca. Questo ci aiuta a capire meglio il rapporto in crisi tra arte e religione oggi. L’immagine deve generare affezione. Certo, poi c’è una questione di discernimento, cioè se dentro questo bisogno sacrosanto non ci siano anche dei passaggi spirituali da maturare: i credenti di oggi devono sintonizzarsi su una visione delle fede che deve anche crescere, nutrirsi di letture. Le emozioni possono maturare, insieme alla riflessione sulla Scrittura.

Nell’inserto illustrato che accompagna il libro c’è un salto dalle icone sacre più classiche alla t-shirt con Che Guevara e al Mao di Warhol (cattolico praticante, come lei sottolinea), ecc.: qual è il collegamento?
Nel libro le immagini che ho scelto sono dei flash finali che, pur accompagnando i capitoli, vogliono sottolineare come nella nostra vita sociale contemporanea e in ambiti insospettabili da un punto di vista religioso (ad esempio una ideologia politica come quella dello stato cinese), si vedono delle esperienze di “immagini vive”. Consideriamo l’immagine di Mao in piazza Tienanmen a Pechino, che veniva ritoccata mensilmente per invecchiare insieme al suo prototipo vivente: una sottolineatura del fatto che tra uomo e immagine non doveva esserci differenza. È una storia che aiuta a capire a cose servono le immagini: a veicolare delle forze, a rendere presente un’identità; sono appunto immagini vive. Come l’immagine del Che, una Veronica laica.

Nella società delle immagini c’è spazio per l’invisibile?
Resta un profondo bisogno subliminale, al quale non si crede più, ma che si avverte. Molti prodotti culturali cercano di dargli forma; forse più attraverso le produzioni cinematografiche e televisive (penso a Matrix, ad esempio, che mescola vibrazioni orientali e categorie cristologiche o a serie come Il miracolo di Ammaniti) che tramite l’arte. Ma certo l’invisibile ha ancora forza.


(a cura di Velania La Mendola)
 
Icone dell’esilio
autore: Giuliano Zanchi
collana: Arti e Scritture
formato: Libro | editore: Vita e Pensiero | anno: 2022 | pagine: 176
In questo saggio Giuliano Zanchi ricostruisce la storia di alcune immagini sacre "vive", icone come quella del Sacro Cuore e della Sindone di Torino, che fungono da mediazione per la presenza del divino.
€ 18,00

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