Lo sguardo delle donne nella Rivista del Clero

Lo sguardo delle donne nella Rivista del Clero

26.08.2021
Il punto di vista femminile
è imprescindibile
anche per una rivista pensata per i religiosi.
Giuliano Zanchi

«Un’officina di pensiero a servizio della Chiesa, che vuole dare voce a un panorama teologico ormai allargato»: sono le parole usate dal nuovo direttore della Rivista del Clero italiano per definirla. Don Giuliano Zanchi, che ha assunto l’incarico in questo 2021, ne ha dato dimostrazione anche con i fatti, introducendo per la prima volta nella storia della rivista un folto numero di rappresentanti donne, religiose e laiche, come Chiara Giaccardi, Monica Martinelli, Alessandra Smerilli, Maria Ignazia Angelini, Teresa Bartolomei, Giuseppina De Simone, Isabella Guanzini, Claudia Rotondi.

Non si parla di quote rosa, è una scelta di qualità e sostanza, perché, ci spiega Zanchi: «a tutti i livelli le donne esprimono una qualità che non può mancare anche in campo pastorale. Il punto di vista femminile è imprescindibile anche per una rivista pensata per i religiosi, uomini e donne».

Fondata a Milano nel 1920 da padre Gemelli, Luigi Vigna e Francesco Olgiati, la rivista ha certamente una lunga e fortunata storia, che ha radici nella Chiesa ambrosiana e un legame molto forte con l’Università Cattolica. Un’origine che però non la limita a essere espressione solo della Chiesa ambrosiana: «essendo una rivista di cultura pastorale, vuole rappresentare il cattolicesimo del nostro Paese, che è grande e ha quindi bisogno di un numero di rappresentanti più ampio». Sono infatti aumentati in generale il numero dei componenti della redazione, che oltre ai nomi già elencati si avvale anche di Alfonso Colzani (segretario), Duilio Albarello, Emanuele Bordello, Emanuele Borsotti, Luca Bressan, Gaetano Castello, Roberto Maier, Raffaele Maiolini, Claudio Margaria, Armando Matteo, Vito Mignozzi, Cesare Pagazzi, Silvano Petrosino, Gian Luca Potestà, Ernesto Preziosi, Roberto Repole, Marco Ronconi, Luca Saraceno. Ben 26 persone, più il vicedirettore Pierpaolo Triani, una direzione composta dai monsignori Gianni Ambrosio, Franco Giulio Brambilla e Claudio Giuliodori e il coordinatore Aurelio Mottola, direttore della casa editrice.

Un gruppo folto che è indice della volontà di essere un’officina di pensiero aperta e inclusiva. La rivista è infatti letta in tutta Italia e vuole mantenere nel futuro quella qualità carismatica che ha sempre caratterizzato il suo percorso. «I temi sono vari» ci dice ancora Zanchi, «perché la vita pastorale è vita e in quanto tale ha bisogno di interventi con approcci diversi.» Un’impostazione antologica che potrebbe in futuro offrire anche dei dossier di approfondimento, sul sinodo ad esempio. L’attualità qui trova spazio solo se legata all’approfondimento: «ci interessano i temi che hanno tempo di sedimentare, non guardiamo ad eventi effimeri, ma a quelli che influiscono sulla società».

Zanchi è un direttore che più che obiettivi ha dei desideri: «Vorrei che la rivista rappresentasse all’interno del cattolicesimo una voce libera, schietta, capace di offrire prospettive in una situazione ecclesiale che ha bisogno di idee, speranze, coraggio e ha bisogno di essere sollecitata ad aver coraggio».

E avere coraggio significa anche dare spazio all’ascolto dei fedeli. Un esempio è l’intervento di Agnese Moro, intitolato La Chiesa che vorrei. Sinodalità e ascolto, pubblicato sull’ultimo numero di luglio. La figlia dello statista rapito e assassinato nel 1978, giornalista pubblicista per il quotidiano «La Stampa», servendosi di un genere letterario non usuale per la Rivista, ha confessato con passione, chiarezza e trasparenza il proprio sguardo sulla Chiesa italiana, provando a tracciare fra punti di opacità e di luce una via di speranza. Per i lettori, una preziosa occasione di confronto con l’esperienza di una cristiana ‘adulta’ che vive con convinzione il suo essere Chiesa; per i Pastori, in particolare, la possibilità di un esercizio d’ascolto. 

Vale la pena riportare qui almeno le prime righe: «Sono battezzata da quasi 69 anni e nessuno mi ha mai chiesto che cosa pensassi o sentissi. Ovviamente non c’era alcun obbligo di farlo; sono una semplice fedele praticante, con tutte le difficoltà e le sfide che questo comporta, ma senza alcuna responsabilità istituzionale da assolvere. Eppure sono anche io, nel mio minuscolo, chiesa. E mi sembra bello – anche se tanto difficile da realizzare – che oggi la nostra chiesa italiana si proponga di dare voce a tutti, ricordandosi e ricordandoci che siamo tutti insieme il Popolo di Dio – espressione che non sentivo più usare da innumerevoli anni – e che tutti concorriamo alla sua vita.».

 
La Chiesa che vorrei. Sinodalità e ascolto
autore: Agnese Moro
formato: Articolo
L’ascolto è una delle parole chiave del pontificato di Francesco. In questi mesi il tema ritorna con forza in relazione al processo sinodale avviato dalla Chiesa italiana. È anche la chiave di lettura di questa bella riflessione di Agnese Moro, figlia dello statista rapito e assassinato nel 1978, giornalista pubblicista per il quotidiano «La Stampa», che servendosi di un genere letterario non usuale per la Rivista confessa con passione, chiarezza e trasparenza il proprio sguardo sulla Chiesa italiana, provando a tracciare fra punti di opacità e di luce una via di speranza...
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