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Nel cuore della comunità, contro la burocrazia

10.09.2014
Istituire la vita
Istituire la vita
autori: Francesco Stoppa
formato: Libro
prezzo:
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Francesco Stoppa, analista, lavora presso il Dipartimento di salute mentale di Pordenone, città dove coordina il progetto di comunità «Genius loci». Membro della Scuola di psicoanalisi dei Forum del Campo lacaniano, è docente dell’Istituto ICLeS per la formazione degli psicoterapeuti e redattore della rivista «L’Ippogrifo».

Il suo libro Istituire la vita. Come riconsegnare le istituzioni alla comunità riporta un’epigrafe d’autore ad ogni capitolo, una sorta di soglia che in poche righe indica la direzione della sua riflessione. Emerge così una piccola selezione della sua biblioteca personale, da McCarthy a Zanzotto. Quali sono i suoi scrittori preferiti?
Le preferenze, ovviamente, cambiano con il tempo e le fasi della vita. Sono da sempre un lettore piuttosto disordinato e un po’ svogliato, inizio un romanzo ma se non mi attira già dalle prime pagine, mollo lì la cosa. Direi che prediligo decisamente letture non troppo cerebrali, che sappiamo coniugare profondità e leggerezza. Negli ultimi anni ho amato autori molto diversi tra loro, da Haruki Murakami a Georges Simenon, da Joe Lansdale a John Fante. Recentemente ho ripreso in mano un “classicissimo” come l’Odissea e l’ho trovata avvolgente, affascinante. Tra gli scrittori italiani contemporanei seguo in particolare Sebastiano Vassalli, Mauro Covacich e Marco Lodoli. Da un po’, però, mi sono appassionato a Cormac McCarthy, e credo di sapere il motivo per cui trovo entusiasmante la sua scrittura: per l’impareggiabile capacità di parlare della vita anche nei suoi tratti più crudi, sapendone svelare proprio a questo livello – quindi dove meno te l’aspetteresti - tutta la poeticità. Devastante e sublime, anche nel continuo rimando all’oscuro legame tra natura e condizione umana, o nell’analisi di cosa sia l’esperienza dell’essere parlante in uno stato di sospensione della legge e della civiltà (da qui l’interesse di McCarthy per ciò che è frontiera).

Oltre la lettura ha degli hobby?
Gli hobby sono cose serie e quindi meriterebbero tempo. La mole di lavoro che mi affligge (ma in realtà è un lavoro che mi sono scelto e il più delle volte mi gratifica) mi impedisce di dedicarmi come vorrei ad attività che in verità mi prendono molto. Oltre alla lettura, la musica. Ho dei trascorsi giovanili, a questo proposito, ho militato in alcune rock band e a mia volta composto canzoni. Oggi ascolto quando posso e suono (la chitarra) quando posso.

Quali sono le sue canzoni preferite?
Ne cito tre tra le mille che potrebbero sovvenirmi se solo mi ci concentrassi come la cosa meriterebbe. Tre come quelli che per me sono i classici del rock, un po’ come Haydn, Mozart e Beethoven per la musica sinfonica: Bob Dylan, Bruce Springsteen e Neil Young (la definisco “la santissima trinità del rock”). Quindi, ecco le canzoni: rispettivamente, Girl from the north country, Racing in the street, Out on the weekend. In quasi tutti i miei libri si ritrovano citazioni o eserghi tratti dalle opere di questi geni musicali a cui dobbiamo nientemeno che la colonna sonora della vita di tante persone di una certa generazione.

Lei svolge un lavoro molto particolare, quali sono “le gioie del mestiere”?
Lavoro in un Centro di salute mentale, poi faccio l’analista privatamente e, ancora, svolgo supervisioni per altri servizi e cooperative sociali. La prima gioia, per me, è legata all’imparare, senza fine, caso per caso, situazione per situazione. Imparare dai miei pazienti (un grande terapeuta, Winnicott, nella dedica di un suo libro, li ringrazia perché “hanno pagato per insegnargli” il mestiere) e quindi sorprendermi per le varie forme di umanità che ho la fortuna di incontrare. Poi è piuttosto coinvolgente cimentarmi – quando ho il ruolo di supervisore – in casi che non sono i miei, di cui raccolgo i dati e le impressioni dei vari protagonisti, come se si trattasse della trama di un giallo, un giallo la cui cifra ultima da mettere in luce è la soggettività della persona in questione (alla quale fanno da contorno quelle dei suoi terapeuti). Infine, per me è decisamente gratificante lavorare nella dimensione dell’équipe, avvertire la vicinanza e la partecipazione corale di altri compagni di strada con i quali condividere dubbi e soddisfazioni, scacchi e successi.

… e i dolori?
Nel mio lavoro – almeno per me - il dolore indubbiamente più atroce è quello conseguente alla morte per suicidio di un paziente. L’ho provato in almeno tre situazioni e credo che, sul piano professionale ma non solo, non ci sia nulla di più complicato da elaborare a proposito di perdite. Altri “dolorini” (ben altra cosa) possono derivare dal fatto di realizzare – e, ahinoi, con una certa costanza – quanto delle sane energie degli operatori sia oggi sacrificato a vincoli e incombenze d’ordine burocratico conseguenti all’aziendalizzazione delle nostre istituzioni. D’altronde il mio ultimo libro Istituire la vita nasce anche dal bisogno di denunciare questa emorragia di pratiche, stili di lavoro, saperi: patrimoni perduti.

Qual è la domanda che le fanno più spesso quando scoprono la sua professione?
Questa: «Ah, dev’essere stressante, vero? Stare lì ad ascoltare le magagne altrui… soprattutto oggi!». Trovo sempre un po’ imbarazzante commentare o rispondere a questa domanda/affermazione. In genere ripiego sulla considerazione che a me in realtà non dispiace poi troppo, e che comunque ci sono mestieri, almeno a mio avviso, molto peggiori! Insomma, alla faccia del mio interlocutore, mostro di considerarmi, alla fine, un privilegiato a fare questo tipo di lavoro.

Perché è importante un progetto come Genius Loci?
Genius loci è “sviluppo di comunità”, e quindi la sua importanza risiede:
1) nel rimettere, teoricamente ma soprattutto concretamente, in primo piano la questione della comunità (che tutti danno oggi per naufragata negli inarrestabili marosi della società dell’individualismo, del cinismo e del relativismo etico);
2) nel riavvicinare le istituzioni – politiche, sanitarie, assistenziali e scolastiche – alla città e al territorio, portandole a stringere un nuovo patto con i cittadini, dando spazio a espressioni di democrazia diretta: grazie ad esse competenze di comunità e saperi tecnici approdano a forme di sinergia capaci di migliorare la qualità di vita dei quartieri e indispensabili per affrontare le criticità oggi emergenti;
3) perché è l’attuazione del sogno di Franco Basaglia di riconsegnare alla città le sue contraddizioni (quindi senza bisogno di delegarne la risoluzione ad altri, luoghi o forze speciali), perché la città dell’uomo non è quella dell’utile, del consumo, del divertimento e del profitto, ma quella che sa accogliere e valorizzare, come un bene in sé propizio e fecondo, le eccedenze dalla vita: la malattia, la follia, le varie forme di crisi e disagio che attraversano la comunità.

La sua città è Pordenone?
La mia è una città in cui sono approdato a un certo punto della mia vita, non ci sono nato e a dire il vero – a differenza di altre – non l’ho mai sentita troppo mia. Ma come scrivo nel libro a proposito del ruolo fondamentale degli esuli di altre terre nella fondazione delle città, questo mio vissuto un po’ da alieno gioca un ruolo nella mia inclinazione a prendermi cura di un luogo che mi appare sempre un po’ inconcluso, indefinito, in cerca d’autore insomma. Una sorta di tenerezza che a volte prende il posto della mia non lodevole tendenza a essere eccessivamente critico nei confronti di certe caratteristiche della città in cui vivo (non certo il Friuli nel suo insieme, che trovo invece misterioso e affascinante nella sua un po’ ritrosa ma genuina essenzialità).

Come e perché nato il libro Istituire la vita?
Non so quanto lo si percepisca leggendolo, ma questo è il più sofferto dei quattro libri che ho pubblicato nel corso degli ultimi dodici anni. Ogni libro è stato, tra le altre cose, anche un tentativo di venire a patti con questioni per me aperte e talvolta – diciamo così – un po’ “sanguinanti”. In altre parole, scrivendo mi curo, o almeno ci provo (facendo un bilancio, finora i risultanti li definirei comunque incoraggianti). Quanto a Istituire la vita, si trattava di raccontare un’esperienza che rappresentava e rappresenta, sul piano istituzionale ma con tutte le implicazioni personali del caso, un vero azzardo.

Perché un azzardo?
Il libro – in particolare negli ultimi due capitoli – descrive una forma di operatività che, almeno nel mio territorio, è in anticipo sui tempi e che di conseguenza ha dovuto fare i conti con tutte le remore, i ripensamenti, le resistenze degli amministratori e dei referenti istituzionali locali (poco propensi, come buona parte della classe politica e dirigente italiana, a confrontarsi veramente con quella “bestia” strana che è la comunità: a “entrare nel rischio”, come diceva Basaglia). Una complicazione prevedibile, si dirà, con il senno di poi. Ma sul momento non è stato propriamente una passeggiata. Il fatto è che questo libro lo dovevo a me stesso, lo dovevo a quei bravi e generosi colleghi, quello sparuto gruppetto di audaci che ho avuto l’onore di coordinare, nonché ai tanti cittadini che al progetto ci hanno creduto e ci credono. Lo dovevo per dare testimonianza di una possibile via di fuga dalle nuove modalità di istituzionalizzazione delle pratiche di cura, tutte giocate sull’invalidazione assistita, su modalità chirurgiche d’intervento o sull’emergenza. Per far vedere la reale praticabilità di una logica e una metodologia – non un modello! – aperte al territorio, grazie alle quali istituzioni e comunità si tengono in tensione reciproca (e, soprattutto, pensano: prima di agire, mentre lo fanno e dopo). Perché si smetta di credere che alla fine, nelle pratiche dei servizi, non ci resta ormai che rassegnarci alla routine e fornire prestazioni di rito, anonime e standardizzate, le quali, alla faccia della retorica, non faranno mai crescere una cultura di territorio. Da un altro punto di vista, mi piaceva l’idea di parlare della vita nella sua declinazione umana – quella del legame, del patto con l’altro – e di come la vita ci chieda, in fondo, di esserle fedeli accogliendone le espressioni più radicali e contraddittorie. Con la certezza che questa forma di impegno che le riserviamo non ci farà perdere nulla ma ci permetterà, lei sola, di riguadagnare la nostra dimensione umana.

Chi è il suo lettore ideale?
Chiunque abbia a cuore un’idea di città vivente, radicata nella sua storia ma capace di riscriverne i fondamenti perché non si necrotizzino in rituali vuoti, cimeli arrugginiti o monumenti che non parlano più a nessuno.

Di cosa parlerà a PordenoneLegge, dove sarà ospite il 19 settembre?
Credo che, nei limiti del fattibile, i miei ospiti ed io discuteremo di tutto quello che ho appena raccontato. Con me ci saranno un sociologo ed economista (Mauro Magatti) e uno psicoanalista e saggista (Massimo Recalcati). Cosa ne verrà fuori? Beh, vale qui quello che vale per il concetto di comunità: niente di meno prevedibile.
 

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