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Oltre le stelle: l'umano

05.11.2019
Il desiderio
Il desiderio
autori: Silvano Petrosino
formato: Libro
prezzo:
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di Velania La Mendola

Non è vero che l’uomo vuole solo godere. E non è vero che la religione è solo spiritualismo.
Mette subito in chiaro questi due concetti il filosofo dell’Università Cattolica Silvano Petrosino che abbiamo incontrato per parlare del suo ultimo libro Il desiderio. Non siamo figli delle stelle, un'opera che continua l'esplorazione dell'umano iniziata con altri titoli come Contro la cultura, Pane e spirito, L’idolo, Elogio dell’uomo economico, ecc. Messe insieme queste opere compongono un’immagine dell’uomo tutt’altro che scontata, che si oppone al realismo che diventa cinismo («l’uomo che vuole solo soldi» ci dice «è quello che ha rinunciato a tutto il resto») e a una spiritualità fatta di fantasmi, di idoli. L’umano descritto da Petrosino è sempre aperto e il desiderio è un suo tratto essenziale, perché a differenza del mero bisogno non può essere colmato…

Il desiderio non è quindi una mancanza?
Il modo d’esistere dell’uomo è del tutto particolare, unico, perché è influenzato da una mancanza che non è un’assenza, da un’apertura che non cessa di aprire e di rinviare sempre al di là. Inoltre, stranezza che si aggiunge a stranezza, tale mancanza non può in alcun modo essere interpretata come un puro vuoto, un mero di meno, un semplice difetto, un buco da tappare. Il possesso infatti non ferma il desiderio, l’inquietudine dell’uomo resta… spesso sfocia nell’idolatria. L’idolo è anzi il punto d’appoggio ideale del soggetto inquietato da una mancanza. 

Eppure il bisogno, ci dice, è la stella che orienta che l’uomo…
Si, il desiderio, anche nella sua etimologia ha a che fare con le stelle (de-sidera), ma a mio avviso l’uomo che non si riduce a essere vivente, quell’uomo, è senza costellazioni. Va al di là delle stelle. Il dis-astro inizia quando ci si ferma al di qua.

«Non si potevano saziare mai, perché la felicità non c’è cibo che la possa saziare». Cita Horcynus orca di D’Arrigo nell’esergo del libro, eppure di felicità non si parla mai esplicitamente nel libro, come mai?
La “felicità”, insieme a “pace” e infine “Dio”, sono tre parole che l’uomo ha escogitato per rispondere alla domanda: cosa desideri? È più facile rispondere all’altra domanda: di cosa hai bisogno? Ho sete, ho fame, ecc... Cosa desideriamo? Di essere felici? Le parole tentano di determinare il desiderio, ma quando l’uomo prova a farlo fallisce. Se l’uomo ad esempio prova a determinare Dio, a possederlo, si ritrova con un idolo, un'illusione che ci appaga, per un po’.

La letteratura è sempre la sua compagna di viaggio insieme alla filosofia. Lei stesso in un altro fortunato titolo, Contro la cultura, descrive l’efficacia di alcuni romanzi e racconti nel narrare l’uomo e lo fa anche in questo caso, quando ci parla del desiderio che rende ciechi.
Sì, perché la letteratura, quella con L maiuscola, rende testimonianza del desiderio di cui parlo. La letteratura non definisce l’uomo, lo racconta, è diverso. È l’aperto, continua, ci fa toccare con mano l’apertura dell’umano. Sul desiderio come possesso parla ad esempio una magnifica pagina di Nabokov, quando il professor Humbert di Lolita descrive i suoi tumultuosi e al tempo stesso monotoni (non)viaggi con Dolores Haze e dice di sentirsi «più devastato che ringagliardito dal soddisfacimento della sua passione», o quando dice in maniera definitiva: «Eravamo stati dappertutto e non avevamo visto nulla».

Un altro filone de Il desiderio è il cibo, lei scrive ad esempio che bisogna prendere molto seriamente frasi come “non ci vedo più dalla fame”, “ho un buco allo stomaco”, ecc. …
Il cibo, come spiegavo in Pane e spirito, si presta molto bene a spiegare il mio ragionamento sull’uomo, considerando anche quanto sia ormai argomento di discussioni, anzi di perversioni. Il problema è: cosa faccio di fronte al buco? Di fronte alla mancanza? Dovremmo stare in bilico, girare ai bordi. Tendiamo invece a tappare il buco. La società dei consumi è questo. Non sai cosa desideri? Ti dico io di cosa hai bisogno. Il “trasforma le pietre in pane” che Satana grida nel deserto a Gesù è questo. Ma che pane è quello che non passa dalla condivisione con l’altro, da un atto di libertà? Gesù ad esempio è sempre in relazione con l’altro, con il Padre, e lo Spirito è il respiro della Trinità. La coscienza è aria che circola. 

Dalla "stella del bisogno" all’andare oltre le stelle fino a Dio?
Il desiderio conferma che il nostro essere è un «non-tutto» aperto all’altro e ad altro, aperto al di là del mondo e di ogni stella, e proprio per questo capace di una «conoscenza» diversa da quella che non sa essere altro che «oggettiva». Incontrare Dio sulla strada del bisogno e intenderlo come quella «somma presenza» in grado di colmare ogni assenza, come un «onnipotente tappabuchi», significa intenderlo mondanamente. Bisogna andare oltre.

 

 

 

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