Natale, genitori, figli, Rothko

Tra tradizione, memoria e figli 2.0: generare è narrare

03.12.2014
Generare è narrare
Generare è narrare
autori: Jean-Pierre Sonnet
formato: Libro
prezzo:
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L’ultimo nato della collana «Sestante» è il libro di Jean-Pierre Sonnet, gesuita e professore di esegesi dell’Antico Testamento alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, Generare è narrare. Una riflessione sul legame che unisce paternità, maternità, filiazione e racconto biblico. L’abbiamo incontrato per farci raccontare alcuni punti chiave del libro.

Nell’Introduzione leggiamo: «la Bibbia fa del generare uno dei primi luoghi dell’esperienza e della rivelazione di Dio, e parla in modo privilegiato a chi è impegnato in questa realtà temibile e benedetta». Perché temibile?
Collochiamo spesso la “storia sacra” dove non si trova, e passiamo accanto ai suoi veri luoghi di rivelazione. Primordiale, nella Bibbia, è l’esperienza del generare. L’ebraico biblico non conosce la parola “storia”, conosce invece la parola “generazioni”. 
Il generare è certo temibile perché si tratta di qualcosa che va molto aldilà del prolungamento della specie: si tratta di accogliere una visita. Il piccolo visitatore ci guarda fin dalla sua nascita e, crescendo, ci fa le domande più difficili. In questo, ci salva dall’idolatria, in cui ci circondiamo di specchi muti. È temibile perché chi, concependo o adottando un figlio, può conoscere il futuro che gli sarà riservato? Di lui, “ossa delle nostre ossa, carne della nostra carne”, dovremo imparare a rispettare l’alterità fino alla fine… pur tremando per lui fino alla fine.

E perché benedetta?
L’avventura del generare è benedetta perché è Dio stesso che ci visita attraverso il figlio. Il figlio rivela in noi delle riserve di bontà di cui non ci credevamo capaci, e ci spinge alla fede e alla speranza: impariamo ad affidarlo a Dio nell’incognita della vita, impariamo a credere che, come per Ismaele e Isacco nei momenti critici, ci saranno degli angeli nel deserto. Sì, degli angeli, perché Dio prende infinitamente sul serio l’amore dei genitori, e perché Dio è il primo a benedire il figlio, cioè a volerlo e amarlo per se stesso.

Nel suo testo è centrale la domanda del figlio posta nel capitolo 13 dell’Esodo “Quando tuo figlio domani ti chiederà: ‘Perché?’”, ed è altresì fondamentale il tema del “passaggio”: cosa passa una generazione credente all’altra?
Il figlio chiede “perché?” e spinge i genitori ad essere sinceri, autentici nelle loro risposte. Nel versetto dell’Esodo mi impressiona il fatto che la risposta del padre sia: “Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire…”. Lungi dall’approfittare della fiducia del figlio e dal mettere in avanti la propria forza, il padre biblico mette in avanti la forza di un Altro, del Dio che vuole la vita e la libertà dei suoi. Questa risposta, il figlio la darà un giorno al proprio figlio.
Per la Bibbia è capitale che ci sia una trasmissione del “testimone” da una generazione all’altra, una trasmissione che è il cuore della paternità. In un certo senso questa prospettiva è contraddetta dalla nostra cultura, che vuole che ogni generazione si inventi a partire da se stessa, al ritmo dei nuovi prodotti lanciati sul mercato. I figli ne sanno più del padre sulla versione 2.0 del software o dell’app e il padre fa ora figura di analfabeta, lui che trasmetteva al figlio tutti i segreti di un savoir-faire. Eppure viene sempre il momento della memoria – non più “esterna”, ma quella, intima, del giovane adulto. Nelle ore di crisi e di prova, il figlio farà memoria di ciò che gli è stato trasmesso – sebbene in modo incoativo – dai genitori. In particolare torneranno alla memoria i riferimenti a una speranza, al segreto della fiducia nella vita – alla mano di Dio intervenuta nella loro esistenza.

Qual è il ruolo dell’astuzia e dell’ingegnosità nel Dio biblico?
Un capitolo del libro è dedicato al Salmo 78, che si apre con dei versi che avremmo potuto utilizzare come titolo per il saggio: “I nostri padri ci hanno raccontato… racconteremo ai nostri figli”. Segue il racconto in cui emerge l’instancabilità di Dio nel suo modo di accompagnare il popolo lungo la storia – un popolo per lo più riluttante. Con astuzia infinita Dio fa intervenire nei confronti dei figli d’Israele ora la sua giustizia, ora (e soprattutto) la sua misericordia, da vero educatore.
Fin dall’Odissea di Omero sappiamo quanto l’ingegnosità è matrice di racconti – Ulisse è l’eroe astuto per eccellenza. Ma il Dio biblico non lo è meno: lo è all’infinito. Spicca in particolare la sua arte di salvare la storia “da sotto banco”. Piace al Dio biblico riprendere il proposito umano per allargarlo, rovesciarlo, rilanciarlo, non senza ironia: “L’uomo propone, Dio dispone”. Ed è questo il racconto affidato ai padri…

Qual è la differenza nel raccontare della madre rispetto a quello del padre?
La madre ci ricorda che siamo esseri di nascita – da una nascita all’altra, quella della risurrezione. Per aver circondato la vita nascente e averne assecondato i ritmi e le soglie, le madri detengono, come nessun altro, un’intelligenza della vita; sono capaci di discernerne le sollecitazioni nell’esistenza altrui; sono in grado di accompagnarne fino al termine le richieste e gli slanci. Quando queste madri raccontano la Scrittura, leggono fra le righe, con questa intelligenza della vita. Da parte sua, il padre è testimone che la vera vita sia fuori, davanti. A livello antropologico dapprima: sarà lui a intimare al figlio di non tornare a unirsi alla mamma – è l’interdetto dell’incesto. Nel racconto della fede sarà lui a raccontare al figlio: il Signore ci ha fatto uscire dall’Egitto, o ancora: Dio ha fatto uscire Cristo dalla tomba. Insomma, il padre e la madre si ritrovano il mattina di Pasqua – sebbene la donna arrivi per prima alla tomba aperta, sia la prima associata alla rinascita pasquale. Mi piacerebbe tanto che ritrovassimo uno scambio pasquale in famiglia, alla maniera degli Ortodossi: “Cristo è risorto – È veramente risorto!”.

«Visitare la colpa dei padri nei figli»: è un passo biblico che spesso viene semplificato o distorto nel senso di trasferire la colpa, o la punizione, da una generazione all’altra. Qual è la sua interpretazione?
Il senso originale del verbo è “visitare, passare in rassegna”. Che cosa Dio passa in rassegna? Le ricadute sui figli delle scelte sbagliate dei padri. Perché nella Bibbia si parla di “tre o quattro generazioni” – e non di due o cinque? Un uomo, nella sua vita, può essere contemporaneo di tre o quattro generazioni. La notte in cui mia madre è morta le è nato il primo pronipotino. Si tratta quindi di un monito: attenti! saranno i vostri figli, nipoti e pronipoti a pagare il prezzo delle vostre scelte sbagliate – e ne sarete testimoni nella vostra vita.
La questione ambientale ci ha ricondotti a questo principio di realtà: saranno i figli a ereditare un pianeta maltrattato dalla generazione dei padri. Nella sua “visita” Dio si fa il testimone di queste ricadute infelici, ma il suo visitare è anche uno sperare. Dio spera il rovesciamento della logica, la conversione dei padri e dei figli. Se il padre della parabola vede il figlio prodigo da lontano è perché aspettava questo ritorno ogni giorno. Dio spera, perché tutto può cambiare e le genealogie non sono solo una trasmissione di fallimenti, ma anche, a monte e a valle, di felici sorprese.

Come possono i genitori parlare di Dio ai proprio figli?
Diciamo che il discorso degli adulti su Dio non dovrebbe limitarsi all’esclamazione “O Dio!” o “Dio mio!”... a meno che la mamma (o il papà) spieghi al figlio: quando l’emozione mi stringe, non posso fare a meno di chiamare l’aiuto di Dio. Mi chiedo se non dobbiamo legare quanto possibile la parola “Dio” al mistero del figlio, alla sorpresa della sua venuta, ai pericoli che ha attraversato, alle sorprese che ci ha riservate. Dirgli in sostanza: sei associato alla mia preghiera, alla mia lode, al mio benedire Dio. E fargli capire che le storie bibliche sono delle storie di casa – e non solo di parrocchia o di scuola. I nomi biblici – Anna, Emmanuele, Mattia, Rafaele, Rebecca – sono spesso lo spunto di questo discorso – occorre quindi esserne consapevoli al momento della scelta del nome. Mia mamma mi ha raccontato la storia di Zaccheo e di Bartimeo in una versione per bambini, accompagnata da canti. L’importante è che queste storie abbiano una storia nella vita del figlio. Forse non ci darà più peso a una certa età, e poi se ne ricorderà – come ricorderà la voce di chi le raccontava.

In copertina un bambino osserva un dipinto di Rothko: come mai ha scelto questa immagine?
In questo scatto si indovina la sorpresa del bambino davanti alla grande tela di due metri su due Orange, Red & Red (si trova al museo di Dallas): è a bocca aperta di fronte al dipinto come di fronte al mistero. Mi piace anche il fatto che il bambino-figlio abbia vestiti degli stessi colori della tela, in particolare l’arancione: il mistero che spunta sulla tela si annuncia anche in lui. Mi tornano in mente i versetti del cantico di Zaccaria: “E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo… Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge”. Il figlio è profeta di una visita divina che porta con sé, in sé.

A chi consiglia il suo libro?
Devo in gran parte questo libro ai genitori, e a loro lo dedico. Non come un manuale del raccontare in famiglia, ma come una riflessione che cerca di rispecchiare e approfondire la loro avventura. Ma sarei felice anche se venisse letto dai teologi e dai pastori. Perché sono loro – e faccio parte di questo gruppo – che devono convertirsi e capire che la prima storia sacra che Dio vive con gli uomini è quella del generare.

Un augurio ai genitori per il Natale…
Auguro loro di poter raccontare ai figli qualcosa della loro nascita santa, della loro natività.

 

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