Demonumentalizzare Dante per comprenderlo

Demonumentalizzare Dante per comprenderlo

16.02.2021
Dante in conclave
Dante in conclave
autori: Gian Luca Potestà
formato: Libro
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Mentre inizia a Carpentras (primavera 1314) il conclave per scegliere il successore di Clemente V, Dante scrive ai cardinali italiani. La lettera, conservato in un solo manoscritto allestito dal giovane Boccaccio, è ricca di acrobazie sintattiche ed espressioni oscure. Un dedalo nel quale si è inoltrato lo storico del cristianesimo Gian Luca Potestà che in Dante in Conclave decifra integralmente per la prima volta riferimenti a personaggi, vicende e scritti dell’epoca, recuperando una fonte importante per la storia della Chiesa romana dall’abdicazione di Celestino V al primo decennio avignonese. Nella lettera Dante - spiega Potestà - si presente come un profeta, un nuovo Geremia; lamenta l’avvenuto abbandono di Roma e implora i cardinali di trovare un’intesa contro i guasconi e lottare per un papa che chiuda la fase avignonese. Di seguito vi riportiamo un estratto dalla prefazione intitolata Un'immensa foresta dove si sottolinea l'importanza dell'apporto della lettura storica di alcuni testi che sono rimasti spesso ostaggio di un'interpretazione ristretta al campo letterario e un invito a demonumentalizzare Dante, per comprenderlo meglio cercando di approfondire la conoscenza di aspetti a prima vista minori e marginali della sua esistenza.

di Gianluca Potestà 

«Dante è figura imponente quanto sfuggente.
Gli storici della letteratura votati allo studio della sua opera hanno dissodato un territorio molto frequentato, anche grazie all’esistenza di comitati, case e centri di ricerca, editori specializzati, collane e riviste alimentate dal moltiplicarsi delle lecturae Dantis. Non ha tuttavia ancora perso valore l’avvertimento di Foscolo: «Il poema di Dante è un’immensa foresta […] spaventosa per la sua oscurità e i suoi labirinti […]. I lettori, specialmente i lettori stranieri, prestano fede ai commentatori, che affermano di aver visto tutto; sono come lettori di viaggi moderni, che immaginano di conoscere un paese dalla descrizione di quelli che l’hanno percorso con in mano una guida stradale e un dizionario, e tornano a casa per pubblicare il loro tour.»

In special modo nell’affrontare la Commedia, i lettori sono sempre sostenuti e indirizzati da commenti che, prodotti in genere a uso scolastico, in prevalenza si richiamano a quanto già acquisito dai commenti precedenti. Di qui lo «strutturale conservatorismo» del genere letterario. Oltre mezzo secolo fa don Giuseppe De Luca denunciava i «compartimenti stagni» dovuti alle «suddivisioni empiriche della scuola», per cui «la storia letteraria della teologia, quella della filosofia, quella del diritto, quella delle scienze, quella delle arti, la storia insomma di tutta la nostra intelligenza, non sono potute entrare in letteratura italiana…». Osservazione riferibile, oltre che ai commenti alla Commedia, al complesso della critica letteraria dantesca, a lungo racchiusa dentro un recinto interpretativo la cui separatezza era per così dire favorita e convalidata da chi ne stava fuori: la consapevolezza della grandezza eccezionale del personaggio e delle competenze e conoscenze richieste per affrontare la sua produzione sconsigliava i non specialisti dall’avvicinarsi. Ampliamenti degli orizzonti interpretativi sono avvenuti negli ultimi anni grazie a nuove prospettive, che hanno intensificato l’attenzione per la biografia di Dante, cercando di reperire nessi sempre più precisi tra il profilo dell’intellettuale politicamente ed ecclesiasticamente militante e la sua produzione letteraria. Si sono così gettati ponti là dove in passato si ergevano le mura dei «narcisismi interpretativi» (felice formula di Umberto Carpi, che dette un contributo decisivo per il superamento di quelle mura).

Il nuovo Codice diplomatico dantesco, prezioso strumento di conoscenza e di lavoro in cui si trovano raccolti e pubblicati 675 documenti relativi a Dante e alla sua famiglia (dal 1131 al 1417), può essere visto come un emblema della nuova stagione. Questa è segnata dalla consapevolezza che per comprendere la sua opera occorre demonumentalizzarlo, cercando di approfondire la conoscenza di aspetti a prima vista anche minori e marginali della sua esistenza, a partire dalla cronologia dei movimenti, degli spazi e dei luoghi, delle conoscenze e dei rapporti personali. […]
Per quanto riguarda l’ambito degli studi storici su ecclesiologia, religiosità e profetismo di Dante, i riferimenti fondamentali sono stati a lungo costituiti per i dantisti dalla linea aperta da Ernesto Buonaiuti e proseguita da Raffaello Morghen e Raoul Manselli, considerati per decenni riferimenti imprescindibili e solo di recente retrocessi a testimoni di stagioni storiograficamente concluse. Nel solco aperto da Buonaiuti, la questione di ‘Dante profeta’ – centrale per definirne la coscienza d’intellettuale e comprendere il significato dottrinale e letterario della sua opera – rimase a lungo bloccata sul fatto, strettamente concatenato, della presunta dipendenza del suo messaggio dal linguaggio simbolico e dalla visione della storia dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore. Dopo essersi trascinati per decenni, i dibattiti sul gioachimismo di Dante si sono acquietati senza giungere a una conclusione netta. Ci si è infatti resi conto che strade battute in passato sono ormai impraticabili. In particolare la Commedia presenta reminiscenze gioachimite, non configurabili però nella forma di una discendenza lineare o di una ricezione immediata. […]

Nonostante gli sforzi compiuti nella ricerca fin ossessiva di assonanze e corrispondenze, Dante è finora sfuggito alla presa. Certamente incrociò il mondo degli Spirituali e ne condivise conoscenze ed elementi di giudizio sulla condizione della Chiesa, ma – lo conferma proprio la Lettera ai cardinali – non ne condivise progetti e speranze, considerando la propaganda profetica accreditata in quegli ambienti con ironica curiosità e lucida diffidenza. Anzi, il confronto a distanza con le loro speranze e illusioni contribuì forse a renderlo più consapevole della propria vocazione di profeta nuovo, originale e solitario.

Dante profeta è questione discussa da decenni.
Per il lettore della Commedia si pone già ad apertura di libro: durante il viaggio ultraterreno, letterariamente posto nella primavera del 1300, il poeta prevede eventi e personaggi degli anni successivi; poiché però la cronologia delle tre cantiche resta scivolosa e incerta, a volte non risulta chiaro se si tratti sempre e comunque di previsioni post eventum, centrate in quanto espresse a cose fatte, o se almeno in qualche caso esse siano autentiche previsioni, effettivamente avveratesi dopo che Dante le aveva preconizzate.

L’artificio letterario è rafforzato dai numerosi passi del poema in cui si appropria di figure, formule, costrutti derivati da profeti e passi profetici della Bibbia. Tutto ciò configura la Commedia come testo profetico, come sacro poema. E tuttavia, al di là del suo voler allestire un testo denso di profetismo, davvero pensava Dante di essere personalmente un profeta, nel senso pieno e alto del termine? […] Va detto che Gregorio Magno, teologo tra i più letti e reputati del Medioevo (oltre novemila i manoscritti conservatisi delle sue opere), nel solco aperto da Cassiodoro afferma in apertura delle sue celeberrime Omelie sul profeta Ezechiele che il profeta è tale «non perché predice ciò che verrà, ma perché porta alla luce ciò che è nascosto». Profeta è dunque chi comprende il piano divino sulla storia. Come tale il suo sguardo non è esclusivamente rivolto al futuro: profeta è pure chi sa correttamente interpretare passato e presente, ponendosi per così dire dal punto di veduta di Dio. Isidoro di Siviglia precisa poi che il termine ‘profeta’ significativamente include il prefisso pro-, non pre-. Missione specifica del profeta non è dunque tanto prevedere, bensì proclamare, davanti ad altri e per altri. Perciò il profeta è detto spesso denuntians: mentre svela il disegno divino, lo annuncia ad alta voce, mostrando le false piste del passato e la retta via per il futuro.

È proprio questa la specifica missione che Dante si attribuisce nella Lettera ai cardinali, in cui si presenta dotato di un autentico carisma profetico, espressamente rivendicato. Un profeta apocalittico, in quanto dichiara di voler manifestare ciò che tutti sanno e mormorano a bassa voce, ma che nessuno ha il coraggio di proclamare apertamente…».
 
 

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