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Google ci rende meno liberali?

17.02.2020
Cala il sipario sull'ordine liberale?
Cala il sipario sull'ordine liberale?
autori: Sonia Lucarelli
formato: Libro
prezzo:
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In libreria dal 20 febbraio il libro di Sonia Lucarelli, docente di Relazioni internazionali all'Università di Bologna, Cala il sipario sull'ordine liberale? Crisi di un sistema che ha cambiato il mondo (collana ASERI), un saggio dallo stile avvincente che analizza le fondamenta, l’evoluzione e la crisi dell’ordine liberale, sottolineando le sfide rappresentate dalle ricette neoliberiste all’economia globale, dalla rivoluzione digitale e dalla necessità di combinare sicurezza e diritti, riven­dicazioni particolaristiche e vocazione univer­salista. Di seguito un'anteprima tratta dal capitolo Tutto in un bit: la rivoluzione digitale e la sfida alle fondamenta dell'ordine liberale.

di Sonia Lucarelli

«Un effetto della rivoluzione digitale sta nella trasformazione del rapporto con i tempi della progettualità politica. Il ‘qui e ora’ della rete lascia poco spazio a forze politiche che propongano progetti di me­dio-lungo periodo (qual è il processo di integrazione europea). Di que­sto risentono vari ambiti della politica, anche della politica estera, tra­dizionalmente ancorata ad alcuni pilastri ‘bipartisan’ che sono soprav­vissuti a generazioni di colori politici diversi. Una politica estera portata avanti a colpi di messaggi estemporanei redatti dal presidente degli Sta­ti Uniti sarebbe stata impensabile prima che Twitter avesse acquisito una diffusione come quella che ha consentito a Trump di essere ormai segui­to da 64 milioni di persone.

Non è tema nuovo il fatto che i cicli elettorali di una democrazia ri­ducano i tempi della progettualità politica, così come è stato da tempo studiato come l’avvento dei mass media abbia influito sui tempi della po­litica, ma l’era digitale li ha ristretti ulteriormente, non solo perché ha introdotto una comunicazione istantanea e diretta tra leader politici e cittadini, o tra singoli individui (che adesso sono in grado di organizzare raduni o proteste di massa nel giro di poche ore), ma anche perché ha mutato la percezione del tempo. Aoife McLoughlin (2015), ad esempio, ha studiato come la vita online accelera la nostra percezione del tempo che passa. La percezione di tempi più stretti, unita alla tendenza narcisi­stica che sposta l’attenzione dall’individuo cittadino-nella-società all’in­dividuo/il gruppo social, riducono la possibilità di progettualità politica di medio-lungo periodo.

L’attenzione per il me/noi, qui e ora, cavalca­ta abilmente dalle forze populiste di destra (‘America first’, ‘l’Italia agli italiani’, ‘Choisir la France’, ‘Our country back’) riduce l’orizzonte del­la politica e la possibilità di chiedere impegno oggi per la realizzazione di una società ‘migliore’ domani. La capacità di interessarsi a un proget­to di domani si sta prosciugando assieme alla crisi delle ideologie (che poi altro non erano che visioni diverse dell’ordine da costruire) e alla capacità di sentirsi responsabili per le generazioni future. Il presentismo ci costringe in un eterno presente con poca consapevolezza del passato e scarso interesse per il futuro altrui. Non è a caso che a rilanciare con forza la questione della gestione globale del cambiamento climatico sia­no state soprattutto le giovani generazioni che per quel cambiamento certamente pagheranno costi maggiori. Il presentismo non è solo figlio dell’era digitale, naturalmente, ma da questa è stato accelerato, contri­buendo a ridurre sia l’interesse nel futuro, sia la fiducia nel progresso – anch’essi elementi fondamentali dell’ordine liberale. […]

Parafrasando Nicholas Carr, possiamo allora dire che ‘Google ci ren­de meno liberali’? L’impatto negativo non è affatto scontato e appun­to di ‘sfide’ (e non di minacce o sconfitte) abbiamo parlato. Ciò che oc­correrebbe è la capacità di una classe politica lungimirante di non cede­re alle sirene del narcisismo politico e impegnarsi in tre direzioni fonda­mentali: una seria riflessione sulla regolamentazione globale della rete e delle trasformazioni tecnologiche ad essa collegate; un’educazione digi­tale che non si limiti all’apprendimento di programmi e navigazione si­cura, ma educhi alla socialità in un contesto di società plurime; la capa­cità di non venire meno ai pochi principi fondamentali della democra­zia liberale lavorando alla rilegittimazione del principio di rappresentan­za. Naturalmente, a monte di tutto, occorre che queste élite illuminate vadano alla radice di quello scontento di fondo che ha prodotto la rab­bia liberata dalle forze del web che ormai travalica i confini tra on-life e off-life. Il vero dilemma è se una società che funziona nei modi che ab­biamo brevemente tratteggiato sia in grado di produrre élite con que­ste capacità.»

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