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Manguel: il sentimento di sé

23.06.2020
Il sentimento di sé
Il sentimento di sé
autori: Alberto Manguel
formato: Ebook
prezzo:
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Il grande scrittore Alberto Manguel, argentino di nascita e cosmopolita per vocazione, ha scritto queste pagine durante il lockdown a New York, uno degli epicentri mondiali della pandemia. L’esperienza del confinamento è stata messa in parola attraverso il delicato e struggente ritratto della sua governante negli anni dell’infanzia, Ellin Slonitz. La parabola della sua vita viene raccontata in un susseguirsi di fasi di confinamento, di passaggio da un luogo di clausura a un altro. Così Ellin ha maturato il sentimento di sé, quel conoscere se stessi attraverso la consapevolezza di qualcuno che sta al di là della porta. Di seguito l'anteprima dell'ebook Il sentimento di sé acquistabile a 1,99 euro.

di Alberto Manguel

La donna che mi insegnò le mie prime lingue (l’inglese e il tedesco) non fu mia madre, ma una profuga tedesca che i miei genitori avevano assunto come governante, quando avevo appena pochi mesi. Si chiamava Ellin Slonitz, ed era scappata dalla Germania nazista con i genitori, la sorella e il fratello poco dopo la Kristallnacht, la notte in cui la Sinagoga vecchia di Stoccarda fu data alle fiamme. Suo padre era un ingegnere ceco emigrato in Germania durante la prima guerra mondiale. Ellin era nata il 22 novembre 1914 a Rotenburg an der Fulda, in Assia, ed è morta in Florida l’8 marzo 1995, quattro mesi dopo aver compiuto ottant’anni.

Io sono nato a Buenos Aires, ma avevo solo qualche mese quando mio padre fu nominato ambasciatore in Israele, e quindi ci trasferimmo a Tel Aviv in una casa costruita da poco in Trumpeldor Straße. Ellin e io abitavamo nel seminterrato: era una stanza spaziosa, dalle cui finestre, che erano dei piccoli rettangoli vicini al soffitto, intravvedevo un quadrato d’erba del giardino e una striscia di cielo. Le quattro palme che si innalzavano in mezzo al prato non erano visibili dalle mie finestre, ed era sempre una sorpresa vederle apparire, quando Ellin mi portava a giocare in giardino – chissà, forse mi aspettavo che sparissero mentre dormivo. La loro presenza, riscoperta ogni giorno, era molto rassicurante. Una volta (avrò avuto quattro o cinque anni), mentre stavo costruendo uno scenario per i miei giocattolini di piombo (possedevo una magnifica collezione di animali selvatici e da fattoria), dissi a Ellin, come sempre seduta al suo tavolo, al lavoro con la sua macchina da maglieria elettrica, che la nostra stanza era troppo grande solo per noi due.

Nel seminterrato c’erano i nostri due letti, tre tavoli, parecchie sedie scomode con lo schienale dritto, una poltrona ingombrante e un colossale guardaroba di legno con le ante a specchio che duplicavano la profondità della stanza. Ein Werdender wird immer dankbar sein, citava Ellin. «Chi sta crescendo sarà sempre grato» [dal Prologo del Faust di Goethe]. E mi raccontava di quando, a Stoccarda, era rimasta confinata per mesi con la sua famiglia in un appartamento microscopico, perché suo padre pensava che fosse troppo pericoloso per loro, ebrei, uscire in strada – ciò nonostante, continuavano a vivere sperando che un giorno le cose sarebbero cambiate. Il fratello di Ellin era riuscito a scappare in Inghilterra per unirsi alla resistenza e la sua stanza era stata immediatamente occupata da un giovane soldato tedesco che erano costretti a ospitare. Ellin (era appena una ragazza allora) ricordava che ogni sera, quando quel giovane tornava nel loro appartamento, si strappava di dosso l’uniforme nazista e la calpestava, imprecando e piangendo. Non le chiesi perché, ma speravo che non capitasse anche a noi di dover condividere il nostro seminterrato con nessun altro, che si trattasse o meno di un soldato.

Ellin mi faceva imparare a memoria le lunghe poesie di Gustav Schwab e di Goethe: Erlkönig, Die Zwei Grenadiere, Der Ritter und der Bodensee, Das Gewitter. E se dicevo che ero stanco di memorizzare poesie, lei immancabilmente rispondeva: Des Teufels liebstes Möbelstück ist die lange Bank, «Il pezzo di arredamento prediletto dal diavolo è la panca su cui poltrire». E mi raccontava di quanto le fossero state utili le poesie imparate a memoria da bambina quando, ormai adolescente, era stata costretta a trascorrere un anno in un polmone d’acciaio durante un attacco di poliomielite. Era rimasta immobile dentro a quel congegno, simile a una bara, recitando a se stessa i versi che conosceva a memoria per fare passare più in fretta le ore. […]

I racconti sui suoi confinamenti – prima obbligata a stare sdraiata nel bozzolo d’acciaio a causa della polio, e poi reclusa nel suo appartamento per la minaccia nazista – mi riportavano alla mente le protagoniste di un paio delle fiabe che tanto amavo, Biancaneve nella bara di cristallo e Raperonzolo imprigionata nella torre. Sin dalla prima infanzia, la realtà per me si è tradotta in storie, ed è stato proprio attraverso le storie che ho iniziato a conoscere il mondo.

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