Una comunità che serbi tracce di fraternità - Ivo Lizzola - Vita e Pensiero - Articolo Vita e Pensiero

Una comunità che serbi tracce di fraternità

digital Una comunità che serbi tracce di fraternità
Articolo
rivista LA RIVISTA DEL CLERO ITALIANO
fascicolo LA RIVISTA DEL CLERO ITALIANO - 2021 - 4
titolo Una comunità che serbi tracce di fraternità
Autore
Editore Vita e Pensiero
formato Articolo | Pdf
online da 04-2021
issn 0042-7586 (stampa) | 2785-0846 (digitale)
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Il trauma del primo lockdown, nella primavera del 2020, è stato segnato dai drammatici interrogativi sui risvolti culturali e sociali della pandemia, accompagnati dal desiderio pressante di trarne un insegnamento affinché l’umanità ne uscisse migliore, istruita dalle molte ‘lezioni’ impartite dall’emergenza pandemica. In questa seconda primavera di malattia tali interrogativi sembrano ormai  abbandonati, accantonati a favore dall’enfasi ‘tecnica’ posta sulla via d’uscita vaccinale. Ivo Lizzola, professore di Pedagogia sociale e di Pedagogia della marginalità e della devianza presso ’Università degli Studi di Bergamo, ritorna con coraggio su quei temi di fondo, riprendendoli alla luce dell’insegnamento di Francesco, soprattutto dell’enciclica Fratelli tutti che, come già la Laudato si’, «offre una grande indicazione di movimento: indica una dinamica, in atto e possibile: di vita, di relazioni, d’organizzazione della convivenza; una dinamica culturale e spirituale. Una forma di vita dal sapore del Vangelo nella quale possono trovare alimento, appoggio e pratica una nuova politica, una democrazia non disincarnata». Il testo, caratterizzato da stile evocativo e linguaggio denso di immagini, riprende i temi centrali di un’antropologia che chiede di essere nuovamente pensata sia nella reinterpretazione di soggetti che sappiano integrare le molteplici figure della vulnerabilità sia nell’immaginare nuove figure del legame sociale; proprio in questo ambito – sottolinea l’autore – le comunità cristiane potranno avere un ruolo profetico, proponendosi di interpretare le «capacità di fedeltà, di povertà, di generosità, iniziando, camminando», sapendo ««“fare posto” a chi fatica ad averlo, a stare nelle dinamiche del vivere; fare spazio a chi porta fragilità, non per “risolverle” ma per fare entrare nel gioco di responsabilità, di presenze reciproche, di costruzione di luoghi abitabili».


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