Morire d’amore: la rappresentazione del delirio da Manzoni a Svevo - Giuseppe Langella - Vita e Pensiero - Capitolo Vita e Pensiero

Morire d’amore: la rappresentazione del delirio da Manzoni a Svevo

digital Morire d’amore: la rappresentazione del delirio da Manzoni a Svevo
Capitolo
Libro Scena madre
Titolo del capitolo Morire d’amore: la rappresentazione del delirio da Manzoni a Svevo
Autore
Editore Vita e Pensiero
Formato Capitolo
Formato Pdf
Genere Lingue e letterature Lingua e letteratura italiana
Pubblicazione 2014
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Ebook in formato Pdf leggibile su questi device:

Tra l’Ermengarda di Manzoni, la ‘capinera’ di Verga e l’Amalia di Svevo corre una trama, sotterranea ma tutt’altro che esile, di analogie tipologiche e di rimandi testuali. Le accomuna, anzitutto, un tragico destino: quello di morire letteralmente d’amore, senza poter appagare il sentimento che provano, tanto puro quanto intenso e totalizzante: la principessa longobarda, che il re dei Franchi aveva accettato di prendere in moglie obbedendo a un calcolo squisitamente politico, viene ripudiata senza tante cerimonie; Maria, monacata a forza, è costretta a troncare sul nascere il tenero idillio con un giovanotto sbocciato durante un temporaneo soggiorno in campagna per sfuggire al colera; la buona e ‘senile’ figurina sveviana, priva affatto di appeal, non riceve alcuna attenzione dallo scultore Balli, amico del fratello, che anzi, per ingiunzione di questi, cessa di frequentare casa Brentani. La loro, dunque, è la tragedia dell’amore non corrisposto. Per loro non vale di certo il principio della reciprocità affettiva invocato dalla Francesca di Dante nel celebre verso “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (Inf 5,103): il loro sentimento non è affatto ricambiato. Muoiono tutte e tre assai prematuramente (Amalia, la meno giovane di esse, arriva sì e no a trent’anni). Non diversamente da Ermengarda, “sposa illibata”, tanto Maria quanto Amalia sono vergini.

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